Il principio del Corpo

Intervista a Tiziana Cera Rosco

10 DICEMBRE 2014,
Tiziana Cera Rosco: Thema da Requiem per Olmo
Tiziana Cera Rosco: Thema da Requiem per Olmo

Tiziana Cera Rosco è nata a Milano, ma è cresciuta nel Parco nazionale d’Abruzzo. Lavora con la scrittura, le immagini, la fotografia, i video, le installazioni, la formazione e i campi della musica. È un’umanista, il suo vivere integrale è la Poesia: in lei, la connessione tra parola e carne è tanto fitta che le risulta necessaria a vivere, nel senso biologico del termine. “Le installazioni, i video, le fotografie delle quali è autrice e nelle quali espone il proprio corpo e un più ampio corpo familiare, sono i luoghi nei quali lascia rifluire e riafferma la realtà del corpo corporale che la poesia ha adoperato per parlare, i luoghi dove nega doppiamente l’astrazione del corpo poetico e ostenta un corpo vero” 1 .

Tiziana e la sua poesia le ho incontrate all’inizio del 2014, quando ho letto Anatomia del solo, un piccolo libricino di poesie, mi sono letteralmente “persa” nella sua particolare tensione a dissezionare l’anatomia delle cose della vita, la loro estrema variabilità. Pochi settimane fa, l’ho raggiunta telefonicamente mentre era in viaggio verso Venezia, dove il 29 novembre è stata ospite insieme ad Andrea Serrapiglio, diAndata E Ritorno (festival autunnale di poesia orale e musica digitale) con due performance: Thema dal Requiem per Olmo (dal progetto multimediale Clorofilla) e Primo Sangue (dal progetto Patientia, invocazione per corpo e violoncello).

Chi è Tiziana Cera Rosco?

Poesia, la poesia è la mia vita, completamente.

Cosa, del mondo che ti circonda, attrae la tua attenzione e cosa riesce ad avere un effetto tale da influenzare la tua ricerca artistica?

Più cammino, più una spaccatura nel mezzo del petto si dilata e mi fa scomparire mentre mi fa credere, senza sentimentalismi o fantasie, che tutto sia una questione di commozione, anche il più profondo isolamento. Per cui tutto lo spontaneo vivente, tutto lo spontaneo morente, il mondo delle dinamiche umane e delle relazioni con quella cosa che chiamiamo dio ma che fugge come un animale, tutto ciò che non può più tornare indietro, come la vita. Tutto quello che nasconde un sospetto di eterno. Tutto.

Qual è il pensiero/progetto che sta dietro le tue opere: il tuo lavoro nasce dall’impulso che segue a un’idea o a una necessità, a un’urgenza? C’è un filo conduttore tra le tematiche affrontate nelle tue opere?

Più che Dietro è talmente Dentro da essere sempre Davanti a me, ma queste cose non si dicono e non per qualche segreto che non deve essere rivelato. Non si dicono perché ci vuole tempo per l’emersione del destino - e l’arte o ha a che fare col destino o è solo estetica - e più tempo passa e più è necessario altro tempo, e le parole abbreviano con poco: fermano processi mentre sembrano dispiegarli. L’urgenza sta dentro tutto, l’urgenza della luce, del venire alla luce di qualcosa, l’urgenza che fa emergere diavoli dentro al buio, una lotta fino alla piuma d’angelo. Ho lavorato su molti temi e se dico che è il principio del Corpo quello che tiene tutti, forse ci fraintendiamo. Perché quando dico corpo dico una simultaneità col vivente: lo spirito. Per questo lavoro col Nudo. Le declinazioni del nudo sono state: la difficoltà all’interezza, il corpo dei miei familiari di provenienza e di seguito il perdono, la dedizione, la concentrazione fino ad arrivare a una vista terminale, la visione. Ho lavorato con il mio corpo perché non lo vedevo veramente, affrontando le figure del doppio, della preghiera, della dimenticanza, del grido, della caduta. Ho lavorato sul corpo dei miei figli, dei miei genitori, salvandone la figura non la forma, quella cosa vicina all’esortazione che dentro l’amore invita a non credere alla morte e a non salvarsi. Il corpo degli altri lo ritengo sacro. Anche il corpo scomparso. Il mio, è uno strumento con cui mando sonde all’estremità dell’essere. Ho sempre fotografato tenendo conto dell’oscurità da cui emergono i corpi, della materia oscura da cui sembrano emergere, del buio che isola la figura quando si concentra. In una performance che si chiama Patientia il corpo è un corpo soglia, un corpo preghiera. Muto ma quasi sfondato o deformato dalla domanda dentro la preghiera. In un’altra performance, per il progetto Clorofilla 2 con Andrea Serrapiglio, è invece un corpo suono, un corpo che suona anche l’aria.

Che approccio hai con la materia per arrivare agli aspetti contenutistici e concettuali delle tue opere?

Tutto emerge dalla vita. Quando ho iniziato a fotografare avevo un’immaginazione pittorica di suggestioni assolute, avevo Caravaggio. E fotografare era il modo breve per giungere a un quadro, al tempo eterno e all’attimo bloccato, a quel recesso, a quel remoto che una figura porta in sé; ma soffrivo dal centro delle mie mani, perché la stampa della fotografia, la stampa nuda e cruda, era come la dichiarazione di una disperazione senza che nulla venisse mediato. Desideravo intervenire con un principio di irriproducibilità che tenesse conto dell’irruzione anche delle mie mani non solo della visione e del mio corpo esposto. L’immagine da sola svelava troppo e così, con una tecnica di intervento che parte dalla stampa e usa i processi della lavorazione per legno, ho cercato una protezione delle opere, una velatura e una fenditura che le riaprisse diversamente, per creare un varco che permettesse di comprendere la fragilità che porta con sé una vita messa in opera. Sono arrivata così alla lavorazione di mille microcrepe che attestano che la materia della vita è vulnerabile e che la vulnerabilità ci rende leggibili come una mappa; anche questa, però, è una conoscenza apparente, perché in realtà tutte queste piccole lesioni salvano la figura da una lettura bruciante, da una lettura che vorrebbe toccare la figura come una retina fragile. Le lesioni proteggono la figura, il nudo della figura. Un piccolo velo cicatrizzato che rende il nudo intoccabile: io sono come vestita dal mio nudo. Ho sempre pensato che le figure emergano da un’oscurità e che, anche per questo, non sono mai immobili. Toccarle potrebbe farle ritornare indietro per sempre e quindi devo proteggerle.

C come consapevolezza, M come memoria, P come persona... che significato hanno queste parole nella tua ricerca artistica?

Consapevolezza... Ho, credo, un rapporto molto mobile col valore di questa parola; le preferisco Visione, non solo come parola-significato, ma come esperienza. Ho avuto troppe consapevolezze anticipate da ragazzina che hanno disfatto completamente il mio sistema percettivo e conoscitivo, finché un’esperienza di dolore cruciale mi ha azzerata desertificando anche il respiro. Forse questo azzeramento è la consapevolezza. Un occhio limpidissimo in cui passa tutto. Una sorta di dismissione anche della cultura con cui pensiamo di intraprendere la conoscenza del mondo. Un rispetto del poco, un ridiventare il poco... campo di osservazione sterminato. La consapevolezza non è la mia meta, a differenza di quello che molti pensano, rispetto il mio lavoro, semplicemente perché la mia meta non la conosco e la voglio ereditare tra molti anni. È un progetto senza scopo apparente, un progetto immenso, quello della vita, che coincide con l’opera e non è solo il realizzato o la comprensione del realizzato. O sei quello che fai e scompari nell’opera o c’è tutto un modo di chiacchiere. Memoria è invece la parola-pietra della mia vita perché ho avuto e ho una relazione illogica con questo sistema e questo mondo affettivo. Non posso accedervi quando voglio, ma non come quando non ti ricordi di una persona incontrata anni fa per una lettura o dove hai messo le chiavi di casa. Fette di vita si inabissano in me e mi sbilanciano completamente nel vuoto. Questo disequilibrio intermittente mi ha anche salvato la vita. L’economia della mia memoria mi ha permesso di procedere durante l’inizio dell’adolescenza, quando ricordare sarebbe stato un blocco di possibilità d’esperienze, un blocco che avrebbe portato una menomazione devastante. E invece ho potuto procedere come gli altri, ricordando alcuni avvenimenti solo molto più tardi, quando la portata della mia vita era abbastanza capiente da non essere inondata da quei certi avvenimenti. È il mio pericolo, la mia paura prima, la grande inaffidabilità su me stessa e il mio futuro. Ma è anche la mia giovinezza, spero! Persona... Persona è tutto. Persona è anche il cervo che vedo d’estate o l’Olmo per il quale con Andrea Serrapiglio, stiamo scrivendo un requiem per la sua morte vivissima. Persona è anche il fiume, il sasso, il libro, un segno lasciato nella caverna, la quarta di Brahms, un’icona russa che dice dio mentre dio la abbandona.

Nella resa finale di un progetto artistico quanto peso hanno la pianificazione e la ricerca e quanto è imputabile, invece, all’imprevedibilità?

L’arte è stata la mia grande educatrice all’incertezza. Un po’ come quando uno scienziato incontra l’altra parte della fisica e gli si rivolta tutto un sistema di riferimento per poi scoprire qualcosa di incredibilmente reale nell’indeterminazione; quel qualcosa non velato da schemi di conoscenze consolatorie. Quando ho scritto il Commento alle Ultime Sette Parole Di Cristo Sulla Croce, avevo in mentre questo qualcosa: era una tensione allarmante sulla vita. Poi, scrivendo, questo qualcosa prendeva, sempre più, delle direzioni di profondità impreviste. Sul commento alla parola “perché mi hai abbandonato” mi sono fermata molti mesi. Un azzeramento del linguaggio dominava completamente la mia dedizione, finché uno sfondamento - non saprei dirlo in altro modo - come di una parete tra il palato e il cervello, mi ha tolto un corpo da dentro. Rido a dirlo ora, a dirlo così, ma sono contenta di non avere parole per tutto. Anche per la parola che dice “ho Sete”, non ho aggiunto una sillaba, perché in me era tutto secchissimo mentre, a immaginarlo prima di scriverlo, ogni cosa era coperta dal linguaggio. Dico questo perché il processo con cui questo Commento si è presentato a mano a mano come necessario nella mia vita, ha sovvertito l’idea di conduzione che avevo all’inizio. Si parte con un certo bagaglio e spesso succede che è proprio quel bagaglio quello che devi abbandonare anche alla prima stazione.

Quali delle tue opere ci proporresti come punti di snodo fondamentali nel tuo percorso?

Qui dovrei parlarti di libri, foto e performance... perché ogni campo rimanda all’altro e sono tutti un solo territorio di comparsa (o di scomparsa). Quando ho scritto Anatomia Del Solo (e devo dire che venivo dalla scrittura di un altro libro che si chiama Simultaneo Vivente) la mia vita aveva appena incontrato i cervi. Per una che come me ha vissuto in luoghi di lupi, pecore e cavalli, i cervi sono stati la scoperta dell’amore. Dico questo perché Anatomia Del Solo è la punta di un percorso di partecipazione che coincide con la solitudine che non è di quelle solitudini immaginate o ostentate come un bisogno frustrante senza conseguenza, ma di una solitudine che è uno stato, un essere. Ho avuto la grande fortuna di crescere in modo selvatico fin da bambina e più vado avanti nel tempo, più quel territorio selvatico emancipa tutte le mie facoltà. Figli, scrittura, animali, natura e musica sono un unico remoto vitale. Per questo poi ho scritto La Creatura Ininterrotta, che è un libro sull’Amore Fossile. Solo la fotografia si discosta dall’unicum, perché è la produzione di immagini isolate. Non fotografo contesti o panorami, non potrei. Nelle prime foto che ho fatto a me stessa, The Deep, il bianco era un grido nel buio. Quando ho esposto The Lamb, progetto fotografico sull’icona familiare, i miei figli sono diventati una figura d’oro, di protezione. Quando ho realizzato l’installazione Corpo di Così Bianco Amore, dove in alcune foto e video, oltre al nudo dei miei genitori c’era un bacio in bocca coi miei figli e sono stata denunciata, il mio lavoro è diventato serio più che mai. Il Doppio mi ha fatto ritornare intera, tra violenza e comprensione. In The Bed ho trovato l’immagine con cui voglio essere sepolta; con Le Giuditte ho raccontato la mia esperienza di abuso ma attraverso la protezione; con Lesione Del Chiaro, gli scatti con i manichini, mi fioriva tra le mani quel fiore bianco che sta tra solitudine infinita e dedizione e sono poi arrivata a una deposizione che in performance è diventata l’azione di un’abluzione (la performance è stata proiettata sul Duomo di San Gimignano). In Relictum, un lavoro sulla caduta e sulla croce, lavoro che continuava quello del Commento Alle Ultime Sette Parole di Cristo, ho finalmente preso in braccio la mia paura - o il mio amore, ancora non mi è chiaro- e siamo caduti insieme. La performance Patientia è la disposizione alla preghiera che ho in corpo fin da bambina ed è la mia vita, interamente. Requiem per Olmo è il suono che sta dopo le cose dette. In tutte le cose che faccio c’è un’espressione di un’immagine che completandosi pone il fondamento di un passaggio, ma sono convinta che si lavori sempre e solo a un’unica opera, come se si agisse in un unico grande momento, con un unico grande movimento.

Se ti chiedo di rivolgere la tua attenzione dal cosa ricordi (il contenuto di una determinata esperienza) al come la ricordi:

• ricordi soprattutto le sensazioni?
• oppure è più forte il ricordo dei colori?
• ricordi soprattutto le voci o i suoni o il silenzio?
• il profumo o l'odore di qualcosa in particolare?
• altro?
Ricordo la luce... come le figure emergono dalla luce. La luce è un’onda, e per me tutto parte da un suono, anche i volti. Quando sento il suono mi dico “ci siamo”. Ricordo il tatto; anche quello non proprio appoggiato, se qualcuno mi si avvicina sento la variazione della temperatura del suo corpo e come si stabilizza vicino me: potrei ricostruire l’immagine di una persona dalla temperatura che ho sentito standole vicino. Questo lo ricordo sempre. Il ricordo per mancanza... mi fa sprofondare nel pavimento.

Quale dei cinque sensi utilizzi più frequentemente, più volentieri e con più familiarità quando lavori?

Non so rispondere. Quando lavoro in fase di scatto - ma anche quando scrivo - sono talmente tesa, veloce, che mangio le cose che sento, che vedo, che faccio e sono tutta trattenuta a un’immagine informe che sta lì lì per comunicarsi, finché non la vedo dal fondo della concentrazione mentre scatto. È un incontro che poi mi libera, ma che non saprei dire cosa libera. Non ricordo nulla. Non sento fame, non sento freddo, non sento dolore fisico. Accade lo stesso quando performo; solo che il momento della performance è il momento bianco, senza emozioni... è il momento in cui sento tutto quello che c’è intorno, tutto; è un livello di ascolto incredibile che mi riposa tantissimo, una dilatazione che mi dà un respiro che non conosco in nessuna delle mie altre esperienze sulla vita.

Quali sono le “sfide” che proponi a te stessa come artista? Come continui a sperimentare?

Un fiume non cresce dove nasce ma è sempre fatto d’acqua. Penso che il mio lavoro si possa riassumente così. Mi dominano un’inondazione e un deserto legato al Tu, a una maiuscola infinita che spesso chiamiamo dio ma chi lo sa se invece non è niente. E' la relazione col niente la sfida e con questa voliera che mi esplode dal petto quando sono al cospetto di qualcosa. Un dolore di apertura mutissimo. Per il resto, artisticamente, mi piace pensare di poter usare tutto dove le forme siano funzionali al significato. Non fare per fare, ma fare per lasciare agire significati anche dai mezzi. I mezzi pongono problemi formali molto interessanti. E spesso altri artisti che lavorano in campi diversi dai miei mi aiutano a comprendere quanto i mezzi siano legati ai significati e questo porta un di più nel mio lavoro, questa forma di comunicazione con altre persone che lavorano in altre zone di competenza, una comunicazione legata non solo alla condivisione di un orizzonte di senso ma alla disponibilità per una risoluzione che sprigioni un controllo formale da un’arte all’altra. Credo in cuor mio di essere un’umanista come artista, mi piacciono le competenze sulle cose perché le forme di un mondo aprono significati anche rispetto valore di senso di un altro mondo. Il termine che a volte si usa è trasversalità. Non lo amo. E' un termine dritto, che taglia. Mentre quello che vorrei dire è qualcosa di legato.

Cosa c’è di importante che vuoi che le tue opere dicano a te stessa e a chi le osserva? Quali sensazioni prova il tuo corpo quando hai la consapevolezza di aver raggiunto questa meta?

Dicano di me? È un passaggio troppo complicato e sarebbe un aggravio al lavoro. Si sta al mondo per essere l’opera, ossia una soglia. Più è espressa una soglia, più gli altri - e io stessa - possono varcarla; è la soglia che permette passaggi a chi non vede quello che vedi tu, ma ha un’urgenza, l’urgenza stessa che la tua opera esprime. Così, l’opera diventa necessaria come un ponte. Quando vedo un’opera di Kiefer o ascolto Bach, io non penso cosa hanno voluto dire di se stessi o a se stessi; penso che la loro sonda di universo sia arrivata fino al mio essere, che a volte si turba in loro presenza, mina il suo stupido calcare, si assottiglia e passa da un’altra parte. A volte succede che alcune immagini che ho realizzato o alcune parole che ho scritto vengano a consolarmi di un’incomunicabilità che la mia vita ha con la vita condivisa quotidianamente: è in questo il pericolo massimo, ma è un crinale sul quale si impara la vulnerabilità del proprio grado di vita. Nella solitudine si cerca un contatto segreto e remoto col mondo; senza solitudine non c’è linguaggio; ma se il mondo ritorna solo nell’opera, nella compagnia che l’opera fa al suo artista, quello è un isolamento.

Quali sono le motivazioni, le spinte, i condizionamenti, i limiti e le conseguenze di essere un artista oggi?

La parola è Povertà. A che cosa può aprirsi il mondo attraverso l’arte? Lavoro spesso con ragazzi in situazioni difficili che non hanno molte possibilità di conoscenza del mondo e che si accontentano, perché il loro limite economico, sociale e culturale li fa andare ad accaparrarsi libertà e piaceri dove possono, nel neon dei centri commerciali con 50 file di tipi di calzini e cetriolini e telefonini e giochini... la chiamano “capacità di scelta”, e lì dispiegano il massimo delle loro aspettative, dei loro legami, delle loro esperienze estetiche ed etiche... della loro violenza... L’impossibilità di sondare le loro stesse capacità restringe sempre di più il loro linguaggio globale. Il mondo è vulnerabile perché non alza il tiro delle proprie necessità sulla vita. Il rispetto delle potenzialità della vita a volte è nascosto nel raggio del proprio dolore, dei propri legami, delle proprie incongruenze. Il talento - proprio o altrui - è una cosa serissima ed è l’amore verso la propria e l’altrui differenza. Differenza non solo di carattere, ma di immaginazione, di compagine politica; è un fattore sociale di un’importanza cruciale a maggior ragione in un momento in cui la crisi strilla e appiattisce tutti i suoni. Ogni società che non tiene ai suoi artisti è una società muta, decadente, rumorosa, assordante, binaria; una società che fa finta di nulla è una società suicida e omicida: una scuola che non si prende carico dell’educazione all’arte cosa vuoi che si aspetti dall’unicità della vita di un ragazzo? Ho sempre pensato all’arte come a un linguaggio conoscitivo umano. Amando poco le escrescenze della psicoanalisi, sono convinta che la sonda che l’arte getta nell’essere sia di gran lunga più potente ed esprima, con più integralità di lettura, il legame controverso con l’esistenza. Non si cura nessuno con l’arte, con l’arte si sonda e si conosce. Solo l’amore cura. Se invece delle competenze si aumentassero le capacità di destino, quante cose sarebbero comprese e perdonate mentre accadono.

Quanto può essere utile oggi a un artista esporre in un determinato contesto? E quanto può essere utile il loro passaggio al contesto che li accoglie?

Utile? Non lo so. Sono chiacchiere per le vendite, una mediazione che spesso debilita gli artisti. Se mi chiedi se il luogo ha un valore, ti dico certo, le mie performance sono legate ai luoghi, spesso luoghi nella Natura, luoghi in cui so che si stabilisce una relazione e che la relazione porta il pericolo di cambiarti. Pensa che, al contrario, con Andrea Serrapiglio abbiamo performato Primo Sangue al Museo della Scienza e della Tecnica a Milano per un evento dell’editoria. Un’esperienza da ricordare per bene perché è stata orribile. Orribile... un rumore assordante, un’inutilità di presenza, una mancanza di legame con tutto, uno svilimento di ascolto. Alla fine io e lui eravamo così vuoti che non ci riconoscevamo neanche più. Non dico per dire. Ci sono voluti giorni per riprenderci. Riassumerei volentieri questa esperienza a cui ci siamo esposti con una parola che non uso qui non perché è volgare, ma perché voglio trattenerla nella crudeltà; perché questa crudeltà venga a mettermi una mano sulla spalla e a ricordarmi senza la minima esitazione il rango del No.

Il primo novembre scorso sei stata ospite alla CasermArcheologica – Luogo Utopie possibili, ex-caserma dei Carabinieri di Sansepolcro che l’artista Ilaria Margutti ha riqualificato attraverso il lavoro di “giovani creativi” e artisti operanti su scala internazionale e riconvertito a spazio sperimentale dedicato all’arte contemporanea. È un luogo magico e intenso, “rivelatore” di una grande forza vitale... uno spazio cui sono particolarmente legata: com’è stata la tua esperienza personale e artistica di questo luogo e me la descriveresti attraverso le sensazioni che ha provato il tuo corpo e le immagini che ti si formano nella mente?

E’ un luogo interessantissimo che parla di molte provenienze, di tempi, di passaggi. Per la prima volta abbiamo portato lì il Thema da Requiem per Olmo, il canto per un albero e per la prima volta abbiamo performato anche Patientia, che è una preghiera nella natura, in un luogo chiuso e a due. Mi sono riposata tantissimo durante la performance e questo è buono, perché il posto e il contesto di persone sono l’altra parte del dialogo che intraprendi con il mondo: è la cosa più difficile, perché ha a che fare con la fiducia dell’ascolto e lì c’era ascolto. Mi è piaciuto anche il lavoro di altri artisti che ho conosciuto e ritrovato. Insomma, il fatto che ci voglio ritornare ti basta come risposta?

Di recente ho letto un tuo commento: "Penso a quanti artisti si frequentano senza entrare nel profondo del lavoro dell'altro, si frequentano per convenienza, con sorrisi stupidi... Penso a quanto poco effetto nel mondo procuri un modo così stupido di frequentare l'arte, a quanto poco lavorino davvero gli artisti, stretti al loro pochino, all'isteria del loro pochino, quasi alla cattiveria, solo perché non sanno alzare davvero il tiro della loro necessità, il tiro di quello che si deve, alzare magari solo la testa e capire che anche tutto quello spazio è un'unità di misura. Un principio di vastità che l'opera se non esprime, piange. E spesso la critica è fatta per piagnucoloni. Oltretutto credo nell'arte integrale, umanista... e da qui potremmo aprire dibattiti sul valore dell'educazione che non è l'istruzione ma l'ambire a un essere di partecipazione". Ti andrebbe di approfondire con me questi pensieri, che a dirla con tutta franchezza, condivido appieno e darci un input propositivo che ci allontani dall’abitudine al piagnucolio?

Lavorare molto. Spesso si lavora troppo poco, ci si bea di un’ideuzza, come gran parte del sottobosco del design. E se non è necessario il lavoro artistico nel valore del proprio stare al mondo, avere il coraggio di lasciarlo ad altri e di essere titolari dell’altra parte del dialogo. Chissà perché fruire di qualcosa deve essere inferiore al creare. Chi lo ha detto? Lo dice chi non ha fiducia nel proprio lavoro e nel lavoro di altri. Se uno non crede profondamente anche nel lavoro di altri, piagnucolerà sempre di essere solo. E siccome la lagna e le cose poche sono all’ordine di tutti, anche la critica scadente avrà sempre più spazio. L’incontinenza della criticucola che assume giudizi prima di farsi carico della conoscenza, è una cosa da poco. E questo tipo di poco è fatto spesso di parole. Assumere il valore di un artista è un grande carico, un legame abissale e pochi sono quelli che lo curano e lo abilitano al mondo. Non la polemica e l’opinione, ma l’esperienza e la solitudine, e quindi la conoscenza del valore e la possibilità di giudizio aprono legami seri e molto forti con altri artisti. Il mondo delle polemiche è un mondo che sta lontano eoni dal fare agire le cose. Io lavoro ascoltando Arvo Part, che è un luogo per me, cerco di collaborare con persone a cui posso affidare un occhio della mia visione e ho a cuore, prima di tutto, che attraverso il mio lavoro si veda la presenza di chi lavora con me. Ma sarà il prossimo anno il tempo per la manifestazione di queste congiunzioni.

Che progetti hai in cantiere?

Imparare meglio che posso a essere uno strumento musicale, un centro di produzione dei suoni, direttamente dall’aria o dalla pelle. Conoscere meglio le neuroscienze e intanto finire il Requiem per Olmo, un progetto che vedrà più artisti lavorare con le loro competenze sul mio corpo esteso. E poi rendere una piccola casa che ho preso in montagna e che ho battezzato Aspera, la casa del Senza (dal detto per Aspera ad Astra, ossia attraverso le asperità arriviamo alle stelle), perché non c’è acqua, né luce, né tante altre cose; una residenza di eremitaggio artistico. Ogni volta che dico questa cosa mi aumenta la nitidezza del battito nella pupilla. Dai la risposta alla domanda che volevi io ti facessi e che non ti ho fatto... Ma… esistono risposte senza domande?

1) Maria Grazia Calandrone
2) http://vimeo.com/108569418?from=outro-local