Giampiero Pierini

Quando l’acquerello diventa emozione

13 GIUGNO 2017,
Giampiero Pierini - La sera su Lungotevere, 2017, 40x130
Giampiero Pierini - La sera su Lungotevere, 2017, 40x130

Pur se sappiamo che già in Egitto la tecnica pittorica dell’acquerello era usata, come testimonia il ritrovamento da parte di Flonder Petrie, incaricato dalla Principessa di Svezia, di un acquerello risalente al 1400 a.C. raffigurante due donne, non vi è dubbio che il suo massimo sviluppo venne raggiunto nel Seicento, maggiormente in Olanda, ove Adriaen van Ostade (1610-1685) eseguiva i primi veri lavori con la tecnica ad acqua.

Tuttavia dobbiamo aspettare il secolo successivo per trovare i massimi artisti dell’acquerello: William Taverner (1703-1772) e Joseph Mallord William Turner (1775-1851). Quest’ultimo, in particolare, innovatore nel gusto, nelle luci accecanti e irreali, raggiunse effetti mai raggiunti prima e mai superati successivamente, anche grazie alla sostituzione dei colori minerali con quelli vegetali, tanto da ottenere inediti toni, leggeri, fluidi e luminosi.

In Italia, il successo della tecnica dell’acquerello si deve da una parte all’interesse determinato dagli scavi archeologici, in particolare di Pompei, Paestum, Roma, Tivoli, che i collezionisti colti e i galleristi facevano riprodurre, e dall’altra per la rapidità e l’immediatezza di esecuzione, la facilità di essere raccolti in album e trasportati. I disegni all’acquerello si prestavano anche molto bene come ricordo e impressione di viaggio degli artisti che venivano in Italia per effettuare il “Grand tour”, e per lo stesso motivo era amato dai nobili che portavano al proprio seguito artisti per riprendere in album di viaggio le vedute più affascinanti d’Italia e di Roma in particolare. I meno ricchi trovavano comunque sul “mercato locale” acquerelli da acquistare. Tra gli artisti più noti in Italia in quel periodo: Charles-Joseph Natoire (1710-1777) e Hubert Robert (1733-1808) che vengono attratti dai monumenti classici, mentre Jean-Louis Desprez (1743-1804) dipinge quasi esclusivamente monumenti pompeiani.

Tra il 1875 e il 1876 dieci artisti, tra cui Ettore Roesler Franz, costituiscono la Società degli Acquarellisti in Roma, sul modello delle analoghe associazioni inglesi. Tra gli acquerellisti contemporanei emerge il talento di Giampiero Pierini, straordinario artista sia per il significato intrinseco delle sue opere che per la padronanza della tecnica e l'utilizzo magistrale dell'acquerello che gli permettono di ricreare e trasmettere suggestive atmosfere e splendide composizioni.

L’artista, nato a Roma nel 1963, è fortemente legato al disegno dal vero e alla pittura di viaggio, a quella tradizione cominciata con gli artisti europei che in passato completavano la propria formazione culturale con un viaggio in Italia per studiare le antiche vestigia e conoscere i grandi maestri del passato. Per Pierini il viaggio stesso, con in spalla l’immancabile cavalletto, diviene occasione di studio, appuntando sul taccuino riflessioni e immagini che incontra lungo il suo cammino, a volte in città, a volte nella campagna romana, a volte sul litorale.

Il padre di Giampiero, pittore anche lui, lo inizia al gusto per l'arte, in particolare alla pittura naturalista e impressionista, portandolo con sé a frequentare gli ambienti artistici del momento. Nel 1981 consegue il Diploma di Maturità Artistica e frequenta il Corso di Pittura presso la Scuola di Arti Ornamentali "San Giacomo". Autodidatta nella tecnica dell'acquerello, assimila gli studi dei maestri Turner, Franz e degli "Acquerellisti della Campagna Romana". Ha fatto parte dell'Associazione Nazionale Acquerellisti d'Italia (ANADI) e fa parte di diversi gruppi artistici con cui espone periodicamente. Ha ricevuto premi in molte estemporanee di pittura ed esposto in collettive e personali anche all'estero. Tra queste: Badkönigshofen (Germania, 2002); Parigi, Chambre de Commerce Italienne (2001); Memmingen (Germania,2010); L'Aquila, Palazzetto dei Nobili (2006), Tregastel (Bretagna, Francia), concorso internazionale dell’acquerello (1997-2000).

Giampiero Pierini mescola sapientemente nella sua tavolozza il colore e l’acqua e il connubio di questi due semplici materiali, uniti al genio del Maestro, danno vita a capolavori di rara armonia. Pierini dipinge evanescenti atmosfere, sfumando con delicate velature i toni di colore e, a volte, inserendo colori più corposi e materici, sfruttando la porosità della carta che, a contatto con l’acqua, fa nascere indefinite macchie spugnose e colorate.

La tecnica dell’acquerello, pur se affascinante e utilizzata fin da tempi remoti, è però sempre stata relegata ad un ruolo marginale rispetto all’affresco, all’olio o alla tempera: “È una tecnica molto complessa”, afferma Pierini, “che andrebbe maggiormente valorizzata e non discriminata, come accade ancora oggi. Il fatto che la stesura di questo colore sia rapida e spontanea non significa che sia facile; anzi, al contrario, cela aspre difficoltà: mentre con le altre tecniche si possono fare delle correzioni, con l’acquerello non si può tornare indietro, e questo perché il bianco e la luce di un’opera non si stendono con il colore, ma stanno sin dal principio nel foglio di carta immacolato, che una volta dipinto con i colori non si può più schiarire, a meno che non si ricorre ai toni chiari di tempera e quindi ad una tecnica mista”.

L’abilità tecnica di Pierini risulta essere davvero invidiabile ed è supportata da un taglio interessante e originale dei soggetti rappresentati. L’artista dipinge soprattutto soggetti dal vero, architetture antiche e magici paesaggi, ma anche composizioni con frutta o fiori. Con i tratti del pennello esterna non solo quello che vede, ma anche le sensazioni e le emozioni che porta dentro, elaborando e trasfigurando così i soggetti. Spesso non usa neanche una matita per abbozzare l’opera, perché prima di iniziare riflette molto, progettando la composizione nella mente. Il momento successivo dell’esecuzione è una fase rapida, immediata, spontanea, che approccia direttamente con il colore. Si ferma quando la carta ha bisogno di riposare per assorbire l’acqua ed asciugarsi.

Negli scorci del centro storico dell’Urbe, via del Corso, piazza del Campidoglio, Scalinata di Trinità dei Monti, via Giulia, l'occhio di Giampiero Pierini è mosso dalla ricerca di un dettaglio insolito e antico, di un taglio di luce, di un particolare che sfugge a uno sguardo superficiale. In queste opere “Il punto di vista del pittore è quello di un fotografo che scatta cercando l'immagine dall'angolatura migliore che la luce gli offre rispetto al soggetto che vuole rappresentare. Un muro rosso e cretoso, un lampione in ferro battuto, una finestra, un portone di legno si materializzano in luce e colore” (Stefania Pierini).

Nei dipinti che ritraggono Piazza Navona, Via di San Pancrazio al Gianicolo, Vicolo del Giglio a Campo de Fiori, Piazza della Rotonda al Pantheon, Castel Sant’Angelo, Piazza Santa Maria in Trastevere, compaiono figure che trovano l'azione nella quotidianità. Due amici che si incontrano e si scambiano una borsa di lavoro, innamorati ripresi mentre passeggiano sul vicolo in salita, un mendicante barbuto con la mano tesa, soggetti colorati appena abbozzati, intenti nelle loro faccende, che animano un mercato rionale e che popolano l'anima di una Roma eterna, rievocando particolari ancora resistenti all'usura del Tempo.

In queste opere che ritraggono gli angoli più nascosti e belli di una Roma dimenticata, le figure appaiono come rappresentazioni che dialogano con il quadro stesso. Nascono quindi emozioni tra le figure e il paesaggio. La composizione diventa racconto, il ritmo del quadro è più libero perché le figure agiscono sullo sfondo. Straordinarie sono le opere che raffigurano la Campagna romana: la via Appia Antica con i blocchi di basalto a terra, la Tomba di Cecilia Metella, la chiesa di San Sebastiano fuori le mura, il maestoso Acquedotto Claudio, fino ad arrivare ai Castelli romani con Frascati, Monte Porzio Catone, Velletri. In queste immagini della campagna romana l’artista “evidenzia fioriture di margherite e papaveri, primule gialle e salvie celesti, roselline selvatiche, acquitrini, pozze d'acqua sulla maggese dopo la pioggia, stagni, grovigli di rami, pini e cipressi. Atmosfere che cambiano nelle mutazioni stagionali e che fondono cromaticamente le linee degli alberi, le ondulazioni dell'erba sui prati, gli specchi d'acqua, le nuvole bianche traghettate dal vento. Nell'artista c'è il desiderio totale di aderenza e assimilazione alla bellezza oggettiva della natura che lo circonda” (Stefania Pierini).

Una citazione a parte meritano le opere che ritraggono paesaggi boschivi, dove il Maestro romano esterna tutte le sue capacità artistiche. Torrenti, corsi d'acqua, foci di fiumi che si trasformano in macchie verdi disegnate dal vento, in prospettive ariose, in riflessi e ombre, in chiaroscuri. Arcobaleni di sfumature che spaziano dai toni blu cobalto ai viola, dal verde bosco all'ocra chiaro, dal rosso al marrone bruciato, si materializzano, tramite il suo pennello, come una sinfonia che segue un ritmo intenso, una scelta simbolica ed emotiva, con tocco delicato ma contemporaneamente austero, in una prospettiva che è già una trama nella sua mente, narrazione estetica dell'immediatezza, espressione di un innato talento.

Giampiero Pierini tuttavia sente anche il bisogno di fare ricerca artistica, eccolo quindi in alcune opere abbandonare il rigore formale dei lavori descritti, di rompere i rigidi schemi che la tecnica dell'acquerello impone. La necessità che urge nell’artista di sperimentare e sperimentarsi nella sfida tra se stesso (capacità tecnica – talento) e uso del colore nelle massime espressioni possibili, conduce Giampiero a realizzare anche composizioni meno formali, di una bellezza più vicina alla sovrapposizione in “macchie”. Dipingere per macchie ad acquerello non è come si può credere quella forma imprevedibile causata dalla caduta involontaria di una determinata quantità di colore sopra la carta o la tela, tipica produzione di tanti ”creativi” , dipingere per macchie significa giustapporre macchie di colore, con un movimento che l’artista, genius loci, sa imprimere al pennello per distendere la macchia di colore, movimenti che poi determinano la forma: è l’artista che traccia in questo modo la macchia e il suo profilo. Pensiamo a Giovanni Fattori nell’opera La rotonda di Palmieri o a Paul Cezanne in una delle versioni della Montagna Sancte Victorie e Sentiero nel bosco.

L’irrisolvibile questione dell’arte su forma e contenuto, se l’una sia al servizio dell’altro o viceversa, si ripresenta al vero talento artistico, che tuttavia emerge prorompente nel manifestarsi di questi significativi acquerelli di Giampiero Pierini.