La gioia della relazione umana

Intervista a Giovanna Cavazzoni

27 SETTEMBRE 2015,
Giovanna Cavazzoni
Giovanna Cavazzoni
La sua immagine esteriore come “personaggio” e il suo sentire come “persona”...

Non amo la parola personaggio, perché non la avverto in armonia con il mio sentirmi semplicemente una persona che si è impegnata con entusiasmo, e spesso con molta fatica, nello svolgere ogni giorno i propri doveri: dai più piccoli ai più grandi.

Si sente di raccontare il suo sogno?

Sono una sognatrice. Fin da piccola ho amato e fatto tanti sogni. Molti sono rimasti tali, alcuni invece si sono realizzati. Il più bello è stato il Vidas: un virtuoso incontro tra giustizia e pietas. Diventato e definito oggi dalla stampa, un colosso dell’assistenza sociosanitaria gratuita ai malati terminali. Gli oltre 1600 pazienti curati ogni anno, a Milano, Monza e in 103 Comuni delle due province, costituiscono oggi la più ampia e completa capacità assistenziale in Europa, fra i similari servizi.

Per lei il piacere è…

Per me il piacere è la scoperta e l’incontro quotidiano con le minuscole sorprese della natura, le sue meraviglie, i suoi dettagli. Ma soprattutto la gioia della relazione umana quando a orientarla c’è il riconoscimento e la comprensione dell’altro.

La donna oggi: liberazione o integrazione ?

Sicuramente molti sono stati i passi compiuti verso una liberazione della donna in termini di diritti civili nella società. Mi riferisco ovviamente ai grandi movimenti di liberazione degli anni ’70 (si parlava di battaglie per il divorzio, la liberalizzazione dell'aborto, l'informazione e la distribuzione degli anticoncezionali, ecc). Oggi il riconoscimento di questi diritti c’è ma la strada è ancora lunga per un reale processo di integrazione, termine che non mi piace comunque. Parlerei piuttosto di valorizzazione delle differenze e riconoscimento del merito. Ancora oggi, per esempio, troppe donne hanno stipendi e ruoli inferiori rispetto ai colleghi pur avendo di frequente pari o anche maggior preparazione a livello di studio ed esperienza.

Donna e/è potere… cosa ne pensa?

Storicamente, e tuttora nelle comunità rurali o nei piccoli paesi, la donna ha sempre avuto il “potere” della famiglia, della gestione della casa e dell’educazione dei figli. Era colei che reggeva, da qui il termine “la reggiora” che veniva usato scherzosamente nei paesi. Detto ciò, personalmente vedo il potere legato alla donna in termini di potenzialità. Statisticamente è ancora lei che spesso regge la famiglia ma a questa si è aggiunto il lavoro, un doppio ruolo difficile e faticoso e come dicevo prima, spesso non riconosciuto. Resta il fatto che ancora una volta la “bellezza e ricchezza” di una donna è nella sua diversità anche nella gestione e nel rapporto con il potere.

Stereotipo e realtà della donna milanese

Viviamo in una città affascinante ma spesso caotica, veloce e stressante. Le richieste in termini di efficienza, presenza, risposta immediata sono altissime. E la donna milanese le subisce o magari decide di conformarsi ad esse. Questo non vuol dire che le conseguenze siano del tutto negative anzi, la necessità di “assolvere” alle mille richieste ha portato a una maggiore divisione dei ruoli tra uomo e donna all’interno della famiglia (parola che ormai non rappresenta più solo quella “classica” marito e moglie) con reciproco sostegno.

Il rapporto della donna con l’uomo contemporaneo: confronto o scontro ?

Senza generalizzare, ovviamente io parlo di un vissuto legato al nord Italia, come dicevo grandi passi avanti sono stati fatti e ora sempre di più l’uomo è disponibile a condividere diritti e doveri con la sua compagna. Il confronto vero è il presupposto di una buona relazione, che è un percorso lungo fatto anche di rinunce e compromessi, questo vale per la famiglia ma può essere esteso a tutti i tipi di rapporti. Lo scontro esiste ancora e, aspetto ancor più tragico, talvolta sfocia in violenza e sopruso sulla donna.

Sessualità, maternità, lavoro: tre fili che s’intrecciano, confliggono o si elidono?

Si intrecciano e a volte confliggono. Parlerei di sessualità sicuramente “liberata” ma non del tutto, c’è ancora molto da fare, anche dal punto di vista legislativo in Italia (in particolare nel sud), senza parlare di alcune zone del mondo. Come ho già detto lavoro e maternità sono ancora di difficile gestione ma, sono convinta, di grande ricchezza anche per il mondo del lavoro. Essere madre ti consente una “visione” più ampia e ricca che supera l’“io” per aprirsi al “noi” e questo è un aspetto di grande importanza anche nelle relazioni di lavoro.

Cosa vuole raccontarci di lei?

Come ho già detto, ho sempre percepito la relazione con l’altro come una grande ricchezza, un dono. Sarà per questo senso dell’accogliere che ho sempre vissuto in un “sonnambulismo dell’ego”. Quello che sto vivendo ora, dopo aver lasciato la presidenza dell’Associazione a Ferruccio de Bortoli, è ancora un periodo di attività concreta ma anche legato alla memoria e ai ricordi, che sto scrivendo per, chissà, un futuro libro Vidas. Vedremo.

Le sue origini familiari sono nell’Emilia rurale: in che modo questa “formazione” ha influito sulla sua crescita e sulle sue scelte di vita?

L’influenza che nella mia crescita e formazione hanno avuto le origini contadine della mia famiglia è stata certamente forte. Radici buone, verso le quali ho un amorevole rispetto e che hanno nutrito scelte e orientamenti di vita.

Come ricorda la figura di suo padre, che le ha aperto la strada della dedizione verso gli altri?

Per mio padre ho una profonda ammirazione e devozione. Non ho mai incontrato altro uomo così forte, equo, generoso e anche colmo di tenerezza. Il desiderio di imitarlo mi ha portata quasi inevitabilmente alla comprensione e alla dedizione verso gli altri.

Ci parli del suo incontro con Don Orione…

L’incontro con Don Orione avvenne in uno scenario un po’ magico. Il suono di una campana di una chiesetta in aperta campagna. Papà in gita domenicale con moglie e bimbi, ne fu incuriosito e si avvicinò. Sulla porta apparve lui, Don Orione: piccolo, grandi orecchie a sventola ma due occhi straordinari che portavano luce da un altro mondo. “Venga senatore, l’aspettavo” “Ma come mai”, mi chiesi io bambina di neppure 6 anni, “dice che l’aspettava se nemmeno si conoscevano?” Da quel giorno nacque tra il Santo e mio padre un’amicizia ideale e concreta. Papà contribuì molto a promuovere il progetto di una grande casa per i “poveri più poveri”, così li chiamava Don Orione. L’edificio di oggi, chiamato Piccolo Cottolengo Don Orione di Milano, ospita oltre 300 fra anziani, malati, disabili. Io avevo ottenuto il permesso di essere presente, ma in silenzio, ai colloqui tra i due amici. Se riuscivo a starmene lì buona buona ricevevo una caramella. Certo non capivo i loro discorsi, ma ne ero comunque affascinata.

Chi si dona per alleviare il dolore, deve aver avuto una profonda esperienza col dolore stesso…

L’esperienza personale del dolore è sicuramente uno dei motivi forti che spingono a dare sollievo e appoggio a chi sta vivendo momenti di sofferenza. Ma anche altre sono le ragioni. Ad esempio voler restituire parte dei doni ricevuti.

Oggi si tende a nascondere ed esorcizzare la malattia terminale e la morte, mentre in passato questi eventi erano vissuti e accettati in una comunità allargata: a quali fattori attribuisce questo cambiamento?

Le straordinarie scoperte e i progressi della scienza e della tecnologia hanno dato all’uomo moderno il senso e l’illusione di avere una forza capace di eliminare la sofferenza e, in futuro, la morte. La sofferenza fisica sì, può essere controllata e eliminata, la morte no, perché continua a ripresentarsi ai suoi appuntamenti naturali e in momenti inattesi. Che fare allora se non ignorarla e metterla, come infatti è avvenuto negli ultimi decenni, dietro le quinte, cancellarne perfino il nome? Nei necrologi al posto di “è morto…”, si scrive “è scomparso, ci ha lasciati”. Solo le civiltà rurali o anche le piccole comunità contadine conservano oggi ancora il senso, il valore, i riti del “passaggio”. Non ne hanno paura e vivono più serenamente.

Lei si è prodigata e si prodiga nell’assistenza e nella cura di chi soffre, ma ha anche avuto anche una formazione musicale con lo studio del canto: può la musica essere una forma di terapia del dolore?

La musica può essere una valida forma di Terapia del Dolore: si chiama appunto musicoterapia. Viene portata sempre più ampiamente nei reparti ospedalieri agli adulti, ai bimbi e agli adolescenti.

Ha fondato il Vidas e ha aperto l’Hospice di via Ojetti: quali sono state e quali sono le difficoltà e i problemi di una gestione così impegnativa?

L’hospice Casa Vidas di via Ojetti a Milano, non offre solo degenza nelle 20 camere singole, ma è la centrale che, grazie all’opera di coordinamento di cinque assistenti sociali dell’Unità Valutativa, governa tutto il Servizio sociosanitario gratuito che si estende sul territorio di Milano, Monza e 103 Comuni delle due Province, riuscendo a seguire ogni giorno circa 170 malati e le loro famiglie. Una così ampia capacità assistenziale (la più ampia in Europa tra similari servizi ai malati terminali), comporta soprattutto difficoltà nel reperire i fondi necessari. Il budget annuale è di 8, 5 milioni di euro.

Per la sua opera assistenziale ha bisogno di un personale specializzato, ma che deve avere ugualmente delle motivazioni umane particolari…

Il personale Vidas viene rigorosamente selezionato. Non sono molti gli operatori che posseggono quel prezioso mix fra forte motivazione umana e competenza professionale.

Milano è una città generosa verso chi soffre?

Milano non ha più il famoso “cuore in mano”, ma se le persone vengono correttamente informate, sensibilizzate e motivate allora rispondono abbastanza bene. (Vidas, d’altra parte offre un Servizio sociosanitario gratuito di alta professionalità, che copre quasi il 50 % delle richieste assistenziali in città).

Qual è stata la sua soddisfazione più grande?

Veder tornare il sorriso sul volto rabbuiato di un malato. Non scorderò mai quello del piccolo Christian di appena cinque anni.