Il silenzio ci salverà dalla fretta?

La perdita di valore del tempo

5 MAGGIO 2017,
Deserto, foto di Sergio Pessolano
Deserto, foto di Sergio Pessolano

Negli ultimi anni il Tempo ha perso il suo valore, è diventato difficile anche bloccare un solo attimo. I secondi si susseguono veloci e sono incessantemente occupati da qualche compito da svolgere oppure dal vortice del "messaggiamento" cosmico che ci perseguita ogni giorno. Dalla mattina quando ci alziamo, alla sera prima di andare a dormire, siamo letteralmente bersagliati da parole, immagini, suoni, rumori fastidiosi, da qualche impegno a cui far fronte, fosse anche quello di rispondere a un sms, a una telefonata, a un’incombenza generata dal meccanismo della burocrazia. È come se improvvisamente tutti fossimo privati del tempo, quel tempo intenso ed espanso da dedicare alla nostra parte più creativa, al nostro bambino interiore, al nostro sviluppo, alla gioia di connessione con il Tutto. Come possiamo concentrarci su qualcosa d’importante se le informazioni, i compiti e le responsabilità ci sovrastano?

È stato rilevato che mediamente non siamo capaci di mantenere la concentrazione per più di otto secondi, sempre distratti da qualcosa e intrattenuti da qualcos’altro. Ci siamo abituati ad occuparci di tutto e nello stesso tempo di niente vestendo un abito mentale che non ci differenzia più gli uni dagli altri, tutti allo stesso modo - adulti, ragazzi e bambini - trascinati in un pazzesco e assordante luna park del rumore, dal chiacchiericcio della mente, al bombardamento dei media, al martellamento di "messenger".

Prendendo in prestito un’immagine creata da Massimo Fini e Carlo Rubbia a proposito del denaro, possiamo figurarci il tempo, affrettato, mentre effettuata la sua folle e assurda corsa ad alta velocità sul treno della modernizzazione e l’uomo contemporaneo che, incredulo, non riesce a scegliere le fermate e le stazioni dove transitare e dove scendere, sempre sospinto dal chiasso, dall’assordante baccano che lo rincorre. Come si spiega nel video Bleep. Ma che… bip… S(app)iamo veramente? di William Arntz, Betsy Chasse, Mark Vicente uscito in Italia nel 2014, «Il nostro cervello elabora quattrocento miliardi di informazioni, ma noi siamo coscienti solo di 2000 di esse, significa che la realtà si svolge sempre all'interno del cervello che riceve le informazioni». Come possiamo cogliere le informazioni importanti se siamo frastornati dal bombardamento continuo di esse? E se corriamo appresso a ogni stimolo, come possiamo prendere coscienza della nostra, forse più vera, ma senz’altro più importante, realtà interiore?

È di recente uscito un nuovo saggio del cardinale Robert Sarah, una lunga intervista da parte del giornalista francese Nicolas Diat, intitolato La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, pubblicato a Parigi all’editore Fayard. Si tratta di una riflessione sul silenzio dell’uomo, di Dio, dell’uomo davanti a Dio e di Dio davanti all’uomo, dove si invitano gli uomini a entrare nel silenzio, perché tutto il resto è illusione. Secondo Sarah «L’unica realtà che merita la nostra attenzione è Dio stesso, e Dio tace. Aspetta il nostro silenzio per rivelare se stesso». Anche perché l’assenza di silenzio comporta una perdita del senso del sacro, la dittatura del rumore arriva a profanare, infatti, la sacralità delle cose.

Sarah prende spesso spunto da Soren Kierkegaard e afferma che nel cuore dell’uomo c’è «un silenzio innato, perché Dio abita nel profondo di ogni persona. Dio è silenzio, e questo silenzio divino abita l’uomo. In Dio, noi siamo inseparabilmente legati al silenzio. La chiesa può affermare che l’umanità è figlia di un Dio silenzioso». Non stiamo parlando naturalmente di quel Dio che minaccia il suo popolo con l’idea del castigo eterno. In un tempo di grandi tecnologie, di sistemi antigravitazionali, campi magnetici, ecc. non possiamo avere ancora «quest'idea di Dio superstiziosa e arretrata», afferma Judy Zebra "JZ" Knight (Ramtha), «Dio deve essere più grande della più grande debolezza umana e anche della più grande abilità umana. Dio deve addirittura trascendere quanto in noi è più rimarchevole ed emulare la natura nel suo assoluto splendore». E noi uomini, piccole «unità di carbonio sulla terra, nelle zone più remote della Via Lattea», come possiamo conoscere l’ampiezza di Dio Onnipotente?

Proviamo a incentrare l’attenzione sul Silenzio, sul suo potere e sulla sua pienezza. Anche quando il caos quotidiano riempie tutto lo spazio, tentiamo di fare silenzio, di far tacere la mente, di spegnere tutti i marchingegni che emettono suoni, di distaccarci dall’incessante e interminabile catena di connessioni tangibili e intangibili da cui siamo attratti. Improvvisamente lo spazio si allarga, si trasforma in un luogo di forza, si riempie di infiniti particolari, si manifesta in tutti i suoi aspetti possibili. Il silenzio riempie di luce e illumina le idee, ci fa percepire meglio il corpo, fa scattare la soluzione di problemi apparentemente irrisolvibili, genera nuove conoscenze.

Mi viene in mente la città di Timoka, nel film Il silenzio (Tystnaden), diretto da Ingmar Bergman nel 1963 - ultimo episodio della Trilogia del silenzio di Dio -: si tratta di una città sconosciuta, una terra dove uomini e donne si aggirano senza riconoscersi e senza comprendersi. Mi sembra che questa sia diventata la nostra terra di oggi, un mondo sempre più disumanizzato, una Babele dalle mille informazioni dove tutti parlano e nessuno ascolta. Per ascoltare bisogna essere attenti, per ritrovare l’attenzione occorre il Risveglio e per risvegliarsi bisogna percorrere la via del silenzio. «Cercare il silenzio. Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l'ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito», afferma l’esploratore norvegese Erling Kagge. Nel suo libro Il silenzio. Uno spazio dell'anima (Einaudi 2017), scritto dopo i mesi trascorsi nell'Artide, al Polo Sud o in cima all'Everest, ha riscoperto il potere della contemplazione dei propri ritmi e di quelli della natura immergendosi totalmente in quegli infiniti silenzi. Ricordiamo che anche per Charlie Chaplin «Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca».

Secondo il sistema L’Albero della vita del russo Arkadij Petrov, per rigenerare il nostro corpo, i nostri organi, i nostri denti, dobbiamo aumentare considerevolmente la nostra capacità di concentrarci. E come possiamo concentrarci se non fermiamo l’incessante distrazione a cui ci conduce la mente? Aprendo il cuore al silenzio infinito della nostra anima riusciamo a comprendere che ogni suono del mondo si crea da questo silenzio e nuovamente ritorna nel silenzio. E sappiamo che questo silenzio è come un illimitato oceano divino e che i suoni sono come delle onde. Dal silenzio sorge tutto, il suono, la parola, il sapere. Dio, prendendo tutti i suoni del mondo, trasmette la conoscenza e noi la possiamo apprendere immergendoci nel silenzio. Lo stesso Gesù, dopo aver ricevuto il battesimo, trascorse un certo periodo di riflessione nel deserto, per comprendere meglio il significato di ciò che era avvenuto sul fiume Giordano. Andò nel deserto e lì rimase, in silenzio, solo con se stesso, a meditare su quell’episodio che lo aveva trasformato.

Oggi l’uomo teme il deserto delle parole e del suono, preferisce il frastuono ininterrotto alla scoperta di sé e del mondo. E non si rende conto che, per dirla con il poeta Khalil Gibran, «Esiste un momento in cui le parole si consumano e il silenzio inizia a raccontare». Lo sanno bene tutti i Maestri, dal loro silenzio nasce la conoscenza. Se due Maestri si incontrano sono capaci di trasmettersi il sapere senza parole, è sufficiente la loro forte intenzione (cfr. Il Potere dell'Intenzione di Wayne W. Dyer, Corbaccio, 2005).

Il silenzio è lo strumento prediletto anche dai monaci per congiungersi con Dio. I benedettini lo propongono da circa un millennio: il rispetto della “Santa Regola” impone, infatti, di «custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte». La notte ci racconta il silenzio delle stelle, il mistero degli astri, il segreto dei pianeti e la verità di Dio. La luce nera della notte è quella che porta dentro di sé ogni possibile sviluppo, ogni creazione, ogni accadimento. È quella che somiglia alla tenebra primordiale che, secondo Elémire Zolla, è anteriore a quella visibile, a quella che ci aggredisce e circonda la notte. È tenebra lucente, in un silenzio parlante. «Il mondo antico insegnava dunque a orecchie non sempre aperte che anteriore alla luce che illumina il mondo esiste una luce mentale, nera». Per lo Pseudo Dionigi «Quanto più fitta è la tenebra, tanto più risplende e altamente irraggia; quanto più è impalpabile e invisibile, tanto più inonda di mirabili splendori le menti senza sguardo per le cose sensibili». Nel Racconto dell'arcangelo imporporato del filosofo Sohrawardi si legge: «avviati fiducioso là dove si ha piena coscienza della tenebra. Quando di tenebra sarai tutto circondato e serrato, quando sarai confitto nella notte, avrai fatto il primo passo».

Sciamani, maestri e sapienti di tutti i tempi, hanno sempre sostenuto che accettare la tenebra totale e immergersi in essa avrebbe condotto l’uomo a vedere finalmente la sua luce nella fonte della vita. Il silenzio e la luce nera generano una forza che può governare la tirannia del tempo, costringendolo ad amplificarsi e a raggiungere i vertici dell’Eternità. Come sostiene Sergio Pessolano, della cui opera fotografica ho stralciato delle immagini che mi riportano al Silenzio, «la materia oscura è simile alla tela di un ragno che connette, tenendoli “uniti”, tutti gli oggetti dell’Universo. In altri termini la materia oscura è l’invisibile “scheletro” dell’Universo». E ha ragione, se il 95% dell’Universo è sconosciuto, è materia oscura, può darsi che «… una fluttuazione di questo vuoto quantistico privo di spazio e di tempo e con entropia zero, creerà nuovamente il tutto dal nulla». È dal silenzio che nasce la poesia e giganteggia poi nei secoli impassibile al trascorrere del tempo.

Ho conosciuto il silenzio
delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che
sorga il vento di primavera.
Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell’anima
Il silenzio tra padre e figlio
e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza

(Edgar Lee Masters)