Ambiguità

Il conflitto tra desiderio e divieto

30 OTTOBRE 2014,
Jan van Eyck, I coniugi Arnolfini
Jan van Eyck, I coniugi Arnolfini

Un assetto mentale e comportamentale di tipo narcisistico è il tratto che caratterizza la società al giorno d’oggi, dove il conflitto tra desiderio e divieto, la fatica per raggiungere un obiettivo, l’accettazione dei limiti, sono per lo più evitati perché troppo dolorosi da riconoscere e da vivere.

Freud ne Il disagio della civiltà aveva ipotizzato che l’uomo, per diventare un essere civile, deve fare delle rinunce, deve sostenere dei sacrifici, deve contenere una certa quota di aggressività e di sessualità. In realtà, oggi si tende a non porre più limiti alle pulsioni, tutto sembra permesso e giustificato e si verifica, per di più, una affannosa ricerca del piacere fine a se stesso che sembra essere diventato una sorta di religione ed un obiettivo da perseguire con accanimento. Per affrontare le turbolenze del quotidiano, ha preso corpo e si è implicitamente affermata quella modalità di comportamento e di pensiero che è l’ambiguità, modalità così diffusa da diventare uno stile di vita generalizzato e, in fondo, tacitamente accettato e condiviso dalle regole sociali, nonostante riveli fraintendimenti, contraddizioni, incongruenze sia nel mondo interno dell’individuo che nella vita relazionale.

Qualche anno fa, la psicoanalista Simona Argentieri ha pubblicato un saggio molto interessante, L’Ambiguità, dove tratta l’argomento partendo dalla sua esperienza di pratica clinica per poi arrivare alla dimensione sociale, riproponendo un dialogo tra psicoanalisi e società. L’ambiguità del pensare è lo stratagemma funzionale ad evitare di guardare in faccia la propria realtà, di prendere posizione rispetto ai propri desideri e di confrontarsi con quelli degli altri, inoltre serve ad eludere il dolore mentale del riconoscersi umani, perciò limitati e manchevoli. Questa tendenza all’inganno sia verso gli altri, ma anche verso di sé, evidenzia un funzionamento mentale confuso, infantile e, in un certo senso perverso, in quanto misconosce l’autenticità delle emozioni che fondano la qualità dell’essere umani. “La fuga dalla conoscenza di sé è facile e può essere estremamente violenta- attraverso l’assassinio del sé” (Bion, 1987).

Nonostante ciò, la tentazione di adeguarsi alla mentalità ambigua è molto forte, in quanto ne derivano vantaggi secondari: per esempio si evita di fare delle scelte e di soffrire il dolore della rinuncia, mantenendo l’illusione di poter avere tutto; si evita la sofferenza del doversi differenziare con le conseguenti pene di separazione; si ottiene di liberarsi dai sensi di colpa trovando giustificazioni e liceità illimitate; ci si libera dall’ansia del dubbio cullandosi nell’illusione di certezze; si risolve la questione della coerenza non prendendola neanche in considerazione. L’ambiguità pare essere un salvavita da tanti guai, però non sempre rende felici se casi di forti sofferenze psicologiche riempiono pagine drammatiche di quotidiani e tante richieste di aiuto affollano i servizi di igiene mentale.

Ai giorni nostri le difficoltà emotive non riguardano tanto il conflitto tra i desideri e le proibizioni morali e/o sociali, ma segnalano piuttosto una certa fragilità narcisistica, dove l’idea di perfezione diventa un “must” che impone di non riconoscere i limiti reali, ma induce ad esibire una sorta di onnipotenza che, in realtà, non è altro che l’altra faccia di un’impotenza che tramortisce, che va assolutamente negata. Le patologie che si riscontrano maggiormente in stanza d’analisi hanno a che fare con l’idealità: l’illusione di corrispondere ad un ideale, ideale di bellezza, di onnipotenza, di intelligenza, di giovinezza, ecc. diventa un’esigenza irrinunciabile per poter sentirsi integrati nella società, altrimenti si rischia di provare un forte senso di disistima o di cadere in una cupa depressione.

Si preferisce, a volte, ritirarsi dalla vita piuttosto che non sentirsi pienamente adeguati: ci sono, allora, ragazzi che, vittime di fobia scolare, non riescono più a mettere il piede a scuola perché non sopportano il confronto con i compagni, non tollerano di poter essere valutati e giudicati, ma temono di essere scoperti nella loro limitatezza e, dunque, nella loro umanità, o ragazze che non accettano il proprio corpo perché non conforme agli stereotipi correnti e perciò indegno di essere mostrato, ma degno di essere punito, fustigato magari con attacchi autolesionistici. Adulti che si rifiutano di invecchiare, ragazzi che hanno paura di crescere: il bioritmo della vita viene impastoiato alterando il naturale svolgersi degli eventi, quasi sovvertendo l’ordine delle cose. Sembra essere un vero e proprio attacco alle leggi del vivere umano che esita, inesorabilmente, in una carenza generalizzata della dimensione normativa.

Ma la regola, oltre a differenziare il lecito dall’illecito e a punire i trasgressori, ha anche una funzione protettiva, di contenimento: serve a fare ordine, a diradare la confusione e il suo rispetto è anche fonte di autostima, dà la sensazione confortante di sentirsi a posto. La regola, allora, non è semplicemente il persecutore implacabile che toglie la libertà, ma aiuta a depotenziare l’ansia e a rendere più sereno ed agevole il procedere della vita. È vero che tramandare norme è faticoso, genera conflitto, infatti il modello educativo attuale sta cambiando, va verso un atteggiamento rinunciatario, di collusività, di non separatezza, è come se gli adulti avessero paura a differenziarsi, a lottare come se non fossero sufficientemente forti da tollerare le conflittualità inevitabili che la differenza di ruolo attiva. Ma i giovani hanno bisogno di risposte, di punti fermi a cui appoggiarsi e anche necessitano della possibilità di ribellarsi per sentirsi confermati nella loro identità, devono trovare interlocutori all’altezza e non spaventati dal doversi confrontare. Le nuove generazioni si aspettano modelli, esempi con cui identificarsi o contro cui opporsi, necessitano di sentire la passione per la vita e per principi irrinunciabili, ma spesso trovano il vuoto, una nientità che spaventa e che li induce, a volte, a comportamenti a rischio come ultimo appello di aiuto e di richiesta di presenze reali affettive e di supporto. Ci si può chiedere allora in che area l’adulto si è sottratto nell’offrire modelli di identificazione coerenti.

Alcuni genitori vogliono solo dare tenerezza e permissività per sentirsi più amabili, non contestabili, così come alcuni insegnanti rinunciano o mitigano il loro ruolo valutativo e normativo a favore del quieto vivere, ma questa è un’operazione ambigua perché in questo modo abdicano alla funzione educativa e alla responsabilità cui sono chiamati, spacciando il proprio comportamento per amore o per bontà. Anche nella politica si può spesso osservare una tendenza all’omologazione che maschera, invece, ambigue intese che rivelano difficoltà di differenziazione e di identità. Ma allora l’ambiguità, novello vaso di Pandora, è la fonte di tutti i mali?

La stessa parola “ambiguità” è un termine ambiguo, l’etimologia ci dice che deriva da ambigere = essere discorde, essere suscettibile di varie interpretazioni, contiene, dunque, in sé un duplice significato. Hegel aveva sottolineato come gli “haddad”, parole arabe dal senso opposto (sârim: notte e giorno; sara: unire e disunire; aswad: bianco e nero; ecc.) testimoniano non una carenza, ma una ricchezza semantica, la possibilità di contenere la dualità in uno… l’ambiguità si può, perciò, anche intendere come risorsa e non è solo riducibile a danno. Se la pensiamo, per esempio, applicata all’arte, all’estetica o al linguaggio allusivo, scopriamo che contiene una notevole potenzialità creativa, non ci sarebbe poesia se non ci fosse indefinitezza nel linguaggio, così come le battute di spirito non avrebbero un così forte impatto emotivo se non contenessero un doppio senso.

L’ambiguità, nell’accezione di insaturità del pensiero, di polisemia di significati, di dimensione creativa, presuppone però la possibilità di riconoscerla e di usarla coerentemente per potersi trasformare da patologia in ricchezza, da difetto in qualità sublime, da confusione in apertura alla diversità perché “ciascuno di noi è abitato da più voci … che nel dialogo intrapsichico e ancor più nel rapporto psicoanalitico giocano continue scomposizioni e ricomposizioni, veicolo di patologie, ma anche strumento di guarigione”. (Argentieri, 2008)