La fatica di diventare "grandi"

Una dura prova che coinvolge l'adolescente nella sua totalità

27 GIUGNO 2015,
Piercing e tatuaggi quali segni di appartenenza al gruppo
Piercing e tatuaggi quali segni di appartenenza al gruppo

“Non mi sento capita dalla mia famiglia … la mamma non riconosce i suoi problemi, figurati i miei … la nonna ha paura dei ragazzi, ma bisogna socializzare con tutti, invece lei ha paura delle cose che si possono fare, come baciarsi, ecc. In realtà sono cose naturali, io queste cose le vedo, le sento, le vivo e sono costretta a non farle. Sono come in un carcere di massima sicurezza, ma io voglio sperimentarmi … c’è sempre una prima volta, voglio provare cose semplici, buone, non voglio fare la puttana e se corro dei pericoli voglio sapere cosa succede sul mio corpo, non per sentito dire dai telegiornali o da altri … i miei genitori mi devono far provare certe cose, se vado alle superiori e non ho fatto esperienze, le mie compagne mi potrebbero escludere dal gruppo e, conoscendo il mio carattere, mi butterei in situazioni che potrebbero rovinarmi la vita. Ho conosciuto Ricky, è un drogato, mi sono innamorata di lui perché sembra più grande, sono attratta da quei tipi lì … ero una ragazzina normale, ma i miei genitori mi hanno proibito tutto e allora per vendetta mi sono messa in una situazione che è diventata una trappola perché non ce la faccio a togliermi dalla mente Ricky e la sua banda, li voglio conoscere e frequentare come se fossero gli unici della mia razza e della mia lingua … sono sbandata e confusa, non so cosa fare, avrei bisogno di essere capita, ma non blindata…” (Carla, 13 anni)

Queste appassionate parole di una tredicenne esprimono con estrema chiarezza il forte bisogno di realizzare tutte le spinte esplorative che solleticano il corpo-mente di una ragazzina, ma anche tutte le ansie rispetto all’ignoto che emergono quando ci si affaccia alla vita: sono una comunicazione emblematica di come i ragazzi d’oggi vivano con estrema difficoltà il periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Carla tocca con sconcertante precisione anche i nodi cruciali che fondano la questione adolescenziale: il rapporto coi genitori, il bisogno di sperimentarsi per costruire la propria autonomia, la strutturazione dell’identità di genere, l’innamoramento, il confronto col gruppo dei coetanei insieme alla necessità di essere visti, riconosciuti, guidati in questo percorso di formazione, da adulti di riferimento che siano rispettosi, affidabili e non intrusivi. In realtà l’adolescente è duramente impegnato su tre fronti: quello della relazione col suo corpo, con la sua mente e con l’ambiente.

Le trasformazioni somatiche gli propongono un corpo diverso, sconosciuto, che comporta un lavoro di ricostruzione dell’immagine fisica di sé, in quanto la rappresentazione del corpo infantile è diventata anacronistica. Anche la sessualità incentrata sulla genitalità è esperienza nuova da assimilare, prospetta un modo differente di rapportarsi coi genitori, in particolare con quello di sesso opposto e propone una diversa visione dei coetanei che diventeranno oggetto di fantasie amorose, di desiderio e di legame sentimentale, situazione emotiva che, a volte, comporta delle difficoltà perché può essere causa di ansia e di sentimenti di inadeguatezza. Inoltre, il rapporto con l’ambiente si modifica perché l’allontanamento dal nucleo familiare agevola un nuovo scambio col mondo esterno: assumono importanza le relazioni con i coetanei, con altri adulti significativi, con personaggi che diventano portatori di modelli con cui identificarsi.

L’adolescente si trova attraversato da sentimenti inquietanti, angoscianti ed esaltanti allo stesso tempo, poiché sente il proprio corpo ricco di potenzialità, ma anche carico di pericoli. Le trasformazioni puberali introducono, non solo a un corpo sessuato, ma anche al cambiamento psicologico della persona; diventare adulti è una dura prova che non coinvolge solo la fisicità, ma anche la mente, le emozioni, le fantasie, tutto l’essere nella sua totalità. Possiamo immaginare con quali turbamenti i giovani vivano su di sé queste trasformazioni, con quale ansia, sorpresa, paura, speranza, si vedano cambiare: non possono che provare confusione, desideri contraddittori nel trovarsi a gestire un corpo straniero per forma, dimensione e funzionamento e una mente con pensieri spaventosi, indomabili, che li collocano in una dimensione di precarietà e di insicurezza.

La domanda “Chi sono? Cosa sto diventando?” è il tormentone che accompagna come un fantasma inquietante i nostri ragazzi. Allora capita che, sotto il peso di questa preoccupazione, i giovani si ripieghino su se stessi, non partecipino più con affetto e spontaneità alla vita familiare, non amino parlare di sé, sembra quasi che vogliano escludere gli adulti dal loro mondo, mentre preferiscono instaurare con i coetanei quasi un codice segreto di comunicazione. E’ come se avessero disimparato tutte le regole della buona educazione: mangiano male e in maniera disordinata, non sono gentili, non si lavano volentieri, la loro camera è il regno del disordine, appaiono arroganti, oppositivi, imprevedibili, contraddittori, con sbalzi di umore, a volte sono tristi, altre entusiasti, sono irritabili, iperemotivi, permalosi o anche freddi come un iceberg. Alcuni indossano abiti impossibili, sporchi o tagliuzzati, si fanno tatuaggi, si infliggono buchi per adornarsi coi piercing: tutti segni di riconoscimento e di appartenenza al gruppo dei pari e che fungono anche da seconda pelle protettiva. Danno l’impressione che qualsiasi tentativo di riportarli all’ordine o di far loro compiere azioni sensate, da loro abitualmente snobbate o decisamente rifiutate, possa scatenare una catastrofe.

Queste situazioni sono critiche tanto per i genitori quanto per l’adolescente stesso: per non incorrere in inutili lotte che inaspriscono maggiormente i rapporti, è utile capire il significato che sta dietro a questi comportamenti contraddittori. In realtà, esse testimoniano la disorganizzazione profonda del mondo esterno degli adolescenti, che è lo specchio della confusione che si verifica nel loro mondo interno, con tutti i disperati e maldestri tentativi di porvi ordine, e non solo, rivelano anche il bisogno di ritornare al mondo infantile per ritrovare un punto fermo, noto, rispetto al terrore dell’ignoto così imprevedibile e oscuro. La regressione e la disorganizzazione, quando non superano certi limiti, sono, quindi, anche segni di un’adolescenza normale, sono comportamenti specifici di questa fase della vita; ci rimandano alla questione della disarmonia, della confusione, è processo psico-fisico che caratterizza la pubertà e che esprime chiaramente la non omogeneità del percorso di sviluppo.

E’ importante, perciò, che l’ambiente circostante offra ascolto, appoggio, aiuto, orientamento e guida favorendo la comunicazione quando è bloccata pericolosamente; se le relazioni affettive sono congelate o imprigionate in una torre di incomunicabilità, allora la mente e il corpo diventano sofferenti e l’adolescente fatica a crescere o cresce male: occorre aiutarlo nell’impasse evolutiva, cercando di mettersi nei suoi panni, identificandosi con la sua sofferenza e tentando di mettere in parola per lui le sensazioni o le emozioni che non riesce a metabolizzare. Nei casi più complessi e più sofferenti si arrivano a produrre dei comportamenti distonici, asociali o addirittura possono comparire patologie che richiedono trattamenti specifici di aiuto che permettano al giovane di ritrovarsi e riprendere il percorso interrotto per potersi realizzare come persona nella pienezza della sua umanità.

“… ho sognato che mi trovavo in una casa e cercavo qualcosa: vuoi dire che stessi cercando me?”