In tribunale in gonna a fiori e zoccoli

Intervista a Nicoletta Gandus

12 OTTOBRE 2015,
Casa delle Donne di Milano, collage materico di Chiara Corio
Casa delle Donne di Milano, collage materico di Chiara Corio
Cosa vuole raccontarci di lei?

Non c’erano le premesse perché la mia vita diventasse quella che è. Sono nata a Milano l’11 maggio 1949 da genitori ebrei. Una famiglia di commercianti e imprenditori quella di mio padre, di origine maghrebina: ironici, ottimisti, solari. Triestina mia madre, appartenente a un'antica famiglia (i Michelstaedter) di rabbini e studiosi, integrata nel contesto sociale ed emblematica delle tormentate contraddizioni che ne derivavano (in particolare nella figura di Carlo Michelstaedter, suicidatosi nel 1910 a 23 anni e ritenuto uno dei maggiori pensatori della sua epoca). La mia infanzia e adolescenza sono state quelle di una piccola anatroccola emancipata e ribelle, che sognava l’amore, che viveva attivamente gli anni della contestazione sessantottina senza alcuna consapevolezza del proprio essere femminile, recitava in un gruppo teatrale di avanguardia (intensa e coinvolgente esperienza) e militava nelle organizzazioni giovanili della sinistra ebraica. Nel 1973 mi sono sposata con uno dei registi del gruppo teatrale: cominciava un percorso complesso della mia vita affettiva, sfociato anni dopo nel divorzio e poi, passato molto tempo, nell’incontro con un nuovo grande amore, cui mi accomunano percorsi di vita e di pensiero: appartengo ora a un'articolata grande famiglia di fatto, ove - non mamma - svolgo (raramente!) anche il ruolo di nonna. Si è evoluto nel tempo, il mio rapporto con il maschile: certo negli anni ’80 era conflittuale, mentre oggi, non solo nella vita privata, non può che essere di confronto, in proficua relazione con il diverso da sé.

Come si è sviluppata la sua storia professionale?

Appena sposata mi sono ritrovata anche in un ruolo istituzionale. Non per tradizione né per specifica vocazione mi ero laureata in legge, orientata fin dagli inizi a tentare il concorso di magistratura: la capacità di analisi critica del reale e l’interesse per il sociale che mi avevano trasmesso gli anni del liceo Berchet avevano determinato una scelta di “entrismo” nell’istituzione per modificarla e contribuire ad attuare la Costituzione nei fatti, nella giurisprudenza di tutti i giorni. Vinto il concorso nel 1973, ovvia quindi la mia scelta di lavorare in Pretura penale e di aderire attivamente a Magistratura Democratica. Ho spesso detto che fare la magistrata era un po’ come proseguire la mia attività di attrice: ti mostri in pubblico con gli abiti di scena (la toga) e segui il copione dato, pronunciando le formule di rito, esprimendoti nel linguaggio appropriato… Ma non è tanto vero, perché ho fatto la giudice “mettendoci del mio”, cercando di non rinunciare al mio modo di essere anche all’interno del ruolo dato, cercando di non cancellare la mia persona nel personaggio pubblico che mano mano diventavo: non perché assumevo una qualche carica, ma perché il mio impegno sociale e professionale era caratterizzato dalla comunicazione di sapere giuridico (ad esempio per molti anni con una rubrica fissa a Radio Popolare), dalla ideazione o partecipazione a iniziative di rilievo pratico e organizzativo (ad esempio con la scrittura della “guida per gli arrestati”, piccolo opuscolo in più lingue in distribuzione nelle aule d’udienza), dagli interventi nelle scuole in occasioni di svariati “incontri sulla legalità”, che più sono partecipativi e interattivi più suscitano interesse e dimostrano nel tempo la loro utilità. A questo tipo di impegno si accompagnava e sovrapponeva la relazione di pensiero e l’attività nel mondo delle donne, a partire dai gruppi di autocoscienza degli anni ‘70.

Come ha vissuto la sua esperienza nel mondo del femminile e del femminismo?

Dal 1977 (quando nasceva il “Gruppo donne Palazzo di Giustizia”, aggregazione di magistrate, avvocate e cancelliere, poi diventato il più ristretto “Collettivo donne e diritto”, ancora esistente), mi sono sempre accostata ai temi del diritto (e non solo) con la pratica del “partire da sé”, nella relazione con altre donne, con elaborazioni collettive di pensiero. A questo stile di lavoro e di vita ho ricondotto la maggior parte dei miei scritti (quasi sempre a più mani) e interventi in convegni, seminari e dibattiti: sui temi della violenza e delle molestie sessuali, dell’interruzione di gravidanza, del diritto sessuato, dei percorsi del femminismo, della bioetica e delle tecniche di riproduzione assistita. E così da un lato i miei ideali di libertà, uguaglianza e solidarietà venivano spesso mortificati dalla sofferta necessità di dover applicare leggi a volte ritenute ingiuste, dall’altro il mio essere “femmina consapevole” non si poteva inquadrare agevolmente nella figura della giurista democratica, in un mondo di diritti pensati a misura d’uomo. Una eccentricità in cui non sono stata sola, all’interno della magistratura e nella vita, mai totalmente assorbita dal ruolo. Certo la contraddizione esisteva: perché il mestiere che ho fatto non è un mestiere qualunque, in qualche modo ti imprime un marchio che non ti puoi scrollare di dosso, nel bene e nel male. È, come dire, un mestiere che di per sé implica affermazione sociale, e potere, quanto meno in astratto, nella percezione collettiva. E il potere guasta l’anima. Non ne vanno esenti le donne. Come ho già scritto, non per questo avevo scelto di fare la giudice. Né mi aveva determinata un’ottica di emancipazione, di raggiungimento di pari opportunità, anche se effettivamente le donne all’interno della magistratura erano davvero poche. Ho sempre pensato che “integrarsi” nel mondo parametrato sul maschio bianco occidentale significasse cancellare una parte di sé: e così, con giovanile leggerezza e superficialità, negli anni ’70 andavo in Tribunale in gonna lunga a fiori e zoccoli; con maggiore consapevolezza più avanti affrontavo collettivamente il tema, nella relazione con altre donne; alla fine della mia vita professionale serenamente chiamavo me stessa “la giudice”, senza celare – al di là delle questioni terminologiche – alcuna specificità del mio essere donna. Nel bene e nel male. Negli anni ’70 mi era accaduto che gli avvocati entrassero nel mio ufficio chiedendo: “signorina, potrei parlare con il giudice?”. In quanto donna non potevo che essere la segretaria…

La “magistrata”, luci e ombre…

Negli anni 2000 mi sono dovuta abituare a essere chiamata “presidente” (prima di un Collegio, poi della Sezione X del Tribunale penale) ed essere trattata con formale deferenza. Essendomi occupata sempre, e con forte impegno personale, di reati contro la Pubblica Amministrazione e di reati in materia di ambiente, ero diventata nota (per la notorietà dei personaggi che giudicavo) e palesemente suscitavo forti simpatie o antipatie. Una posizione non facile, che ho mantenuto cercando in ogni modo e in ogni caso di non venir meno ai miei doveri professionali e alla mia etica: assoluta imparzialità e indipendenza, rispetto a chiunque e a qualsiasi reato. Ciò ha significato per me anche osservare sempre una regola indefettibile, “sapere di cosa si sta parlando”: e quindi studiare molto, di ogni processo conoscere tutte le carte. Lavorare molto, troppo. Fino a che ne è valsa la pena. Stanca di lavorare giorno e notte, sabato e domenica compresi; stanca di essere sopraffatta da una ingestibile mole di fascicoli e di vedere sempre più aumentati i miei compiti burocratici (in quanto dirigente di Sezione); stanca di mandare in galera piccoli delinquenti e vedersi prescrivere i processi a carico di chi con i suoi comportamenti illeciti aveva danneggiato la collettività; desiderosa di vivere più pienamente la vita, di occuparmi di più di me stessa e della mia allargata e multietnica famiglia, di tirare fuori dal cassetto i miei abbandonati interessi, di potermi comportare liberamente da attiva cittadina senza vincoli di ruolo (fortissimi ed evidenti soprattutto da quando mi era capitato in sorte un noto procedimento penale a carico del Presidente del Consiglio allora in carica, ed ero additata pubblicamente – e scorrettamente – come “la nemica”, “la dura e pura femminista in toga”, e simili) … alla fine di settembre del 2012 me ne sono andata in pensione.

Con la pensione è iniziata una nuova fase della vita…

Negli stessi giorni mi è stato proposto di diventare la legale rappresentante della neonata Associazione Casa delle donne di Milano, per la mia dimestichezza con il mondo delle istituzioni, per la notorietà acquisita e l’autorevolezza che forse mi ero conquistata. Ho accettato, pensando che questo nuovo compito non avrebbe assorbito tutto il mio tempo: sbagliavo. E dunque è arrivato il momento – raccontando di questa mia terza vita – di fare un po’ di storia della Casa delle donne.

Il terzo “atto”, ovvero la Casa delle Donne di Milano

L'Associazione è stata fondata il 24 settembre 2012 a seguito degli incontri con le donne della città indetti dalla Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano e delle riunioni del “Tavolo spazi”, nato in quel contesto. Quel “Tavolo” (che io frequentavo assiduamente, pur non assumendomi alcun compito) aveva individuato la comune esigenza di costituire una Casa delle Donne a Milano: uno specifico spazio destinato alle donne, un punto di riferimento per la trasmissione costante di esperienze e conoscenze che potessero favorire l’inserimento di ognuna e di tutte nel contesto cittadino, un luogo dove si rispettasse e si desse valore alle diversità dovute alla cultura di origine, all’età anagrafica, alla condizione sociale, all’orientamento affettivo e sessuale, alle posizioni culturali e politiche. Per consentire un rapporto istituzionale con il Comune di Milano, le donne del Tavolo decisero di costituire l’Associazione, dopo aver elaborato collettivamente lo Statuto. Con l’obiettivo, in estrema sintesi, di includere, attivare partecipazione e consapevolezza di genere anche nel rispetto dei diversi orientamenti affettivi e sessuali, promuovere cittadinanza attiva, in un luogo visibile e simbolico di incontro tra le donne e la città e tra le donne stesse, dando così vita a un laboratorio interculturale permanente. L’Associazione con un progetto steso a più mani (e sostenuto da molte associazioni milanesi, nazionali, internazionali) partecipava al Bando pubblico del Comune di Milano per l'assegnazione dello spazio di via Marsala 8, e lo ha vinto. L’8 marzo 2014 la Casa è stata ufficialmente inaugurata. Ora posso dire che il progetto sta prendendo forma, con moltissime socie attive che provvedono a tutti gli aspetti della vita della Casa [1]. La Casa non è un luogo in cui si rendono specifici “servizi”: molte altre realtà lo fanno a Milano, anche con grande competenza, in particolare sul tema della violenza, senza fare delle donne le vittime ma sostenendone consapevolezza e autonomia. Tutto questo - l’organizzazione della Casa e la programmazione delle sue attività – viene deciso nei gruppi e in riunioni periodiche, ove cerchiamo di realizzare una sorta di “democrazia deliberativa”. E così sono già state realizzate o si stanno realizzando bibliomediateca, stanza del “benessere”, “sportello degli sportelli”, “scuola di italiano”; sono state arredate sale riunioni in cui ci si forma e informa, si tengono seminari e incontri anche a cura di soggetti diversi dalla Associazione “Casa delle donne di Milano”. Le finalità della Associazione, infatti, impongono di essere non solo un luogo di incontro di femministe, un luogo di emersione del pensiero femminile non omologato, che (in un tempo di conflitti e fondamentalismi che non danno speranza) abbia al suo centro mondi di vita. Impongono anche di cercare “le altre”, le donne che pensano di non avere né tempo, né interessi diversi dalle incombenze quotidiane: perché escano dal chiuso delle case per incontrarsi in uno spazio pubblico e condiviso. In particolare prestando attenzione alla realtà delle donne straniere: è necessario rompere l’isolamento, valorizzare le capacità individuali e le competenze in progetti comuni, uscendo anche dallo stereotipo della “migrante bisognosa” che relega nella marginalità e nell’esclusione.

Un luogo che sia contenitivo e protettivo, ma anche con le braccia aperte…

La Casa dunque ha necessità anche di dare vita a uno spazio aggregativo e ricreativo, libero e aperto alla partecipazione, svincolato da percorsi finalizzati all’acquisizione di competenze o da attività programmate ma orientato allo scambio e al confronto interculturale e intergenerazionale, all’integrazione non omologante: lo sta realizzando con l’ambizioso progetto “Uno spazio da vivere”. Le donne che hanno vissuto e vivono la realtà milanese conoscono i molti luoghi aggregativi esistenti, che si pongono obiettivi specifici, di tipo culturale, formativo, di sostegno alle fragilità di ogni tipo. Ma io con tutta l’Associazione penso che sia assolutamente necessario creare uno spazio in cui le donne possano semplicemente “stare”: chiacchierare fra loro, leggere un libro, contemporaneamente tenendo d’occhio i piccoli che giocano. Un luogo in cui le donne straniere possano incontrarsi liberamente, e che non sia appannaggio specifico di una singola etnia (perché è noto che in città vi è una tendenza all’aggregazione distinta per cultura di provenienza). Un luogo in cui le giovani possano esprimersi e divertirsi senza rischiare di essere oggetto di “bullismo”. Un luogo in cui le donne dei più diversi orientamenti affettivi e sessuali possano stare senza rinchiudersi in “ghetti”. Perché sia un luogo in cui stare piacevolmente apriremo una caffetteria e un angolo cucina per le socie. Stiamo costruendolo con i finanziamenti ricevuti, con il nostro lavoro, con le risorse dell’Associazione. Dobbiamo portare a termine l’opera, e ciò richiede un forte impiego di risorse. Per questo stiamo per aprire una grande campagna di crowdfunding con la piattaforma “Produzioni dal basso”. A questo fine stiamo realizzando anche tre video, in cui svolgo un ruolo di attrice… così chiudendo il cerchio: nel mio nuovo ruolo di responsabilità non più istituzionale ma sociale mi sono rimessa a recitare! Se riusciremo a completare il progetto, considererò in via di realizzazione il compito che mi sono assunta in questa parte della mia vita. Per concludere: i grandi temi su cui le donne vengono interrogate sono sempre gli stessi: il rapporto con gli uomini, la conciliazione fra famiglia e lavoro, la violenza, la relazione con le diverse culture, il potere… Non posso affrontarli tutti (non volendo banalizzarli in frasi stereotipe) in questo breve contesto, né penso che la semplice (semplice???) realizzazione della Casa costituisca di per sé una soluzione. Ma la Casa è un luogo in cui potranno essere trattati in discorsi liberi da schemi e condizionamenti, in un confronto aperto fra generazioni e culture, anche fra uomini e donne, in cui alla crescita di sé potrà corrispondere una crescita collettiva, con il riconoscimento del due e del molteplice.

Come può essere che da una bambina senza le “premesse” si sia aperto il bozzolo e abbia volato una farfalla multicolore?

Non so proprio se sono una farfalla (la leggerezza è una mia caratteristica solo fisica… ): ma so che l’energia e la determinazione hanno fatto di me la donna che sono, e spero che la saggezza della maturità plasmi quella che sarò.

[1] www.casadonnemilano.it