Diario di uno scandalo

La bruciante ferita della solitudine dell’anima

12 GIUGNO 2015,
Diario di uno scandalo
Diario di uno scandalo

Diario di uno scandalo è un film del 2007 diretto da Richard Eyre, tratto dall’omonimo romanzo di successo di Zoe Heller. Ecco la storia. Ci troviamo in un liceo della periferia di Londra, Barbara, anziana insegnante, è una donna sola, rigida, si presenta con una maschera di durezza e impenetrabilità, una sorta di sergente di ferro che è odiata dagli alunni e mal tollerata dai colleghi per la sua cattiveria e insensibilità, nessuno può supporre che, a casa, nel suo spazio privato, tenga un diario segreto su cui annota scrupolosamente i suoi pensieri e le sue sensazioni, come se fosse un’adolescente, e dove si permette di pensare e provare sentimenti in libertà.

Questo suo mondo triste e scontato cambia improvvisamente quando nella scuola arriva Sheba, una giovane professoressa di arte, bionda, sottile, dall’aspetto angelico, delicato, a cui Barbara, dopo averla osservata e studiata a distanza, si avvicina cautamente; sembra non avere paura di lei come lo è solitamente del genere umano, si permette di fidarsi, la sente buona, inoffensiva. Nella vita di Barbara si accende un barlume di speranza e di gioiosità, la fatica del vivere è compensata da questa nuova presenza che pare abbia la funzione benefica di ammorbidire la sua aridità e di riappacificarla con il mondo. Il suo diario accompagnerà con vivezza questa esperienza, dove lo spettatore assiste alla creazione di un legame affettivo impensabile e partecipa con simpatia e benevolenza all’insperata opportunità di sconfiggere la solitudine più nera che aveva incupito l’esistenza di Barbara e dentro cui si era ostinatamente blindata. Sheba, a differenza di Barbara, ha una vita familiare, con due figli di cui uno portatore di handicap e un marito affezionato, di parecchio più anziano di lei.

Tra le due donne inizia un’amicizia che si fa sempre più intensa, tanto che la giovane rende Barbara partecipe della sua vita privata e sembra “adottarla” con generosità offrendole uno spazio reale e affettivo. Il loro rapporto prende una piega anomala quando Barbara, che si sta insinuando in maniera sempre più sottile e richiestiva nella vita di Sheba, scopre che l’amica ha instaurato una relazione amorosa con un allievo di quindici anni. All’inizio si mostra sconvolta, scandalizzata, si indigna e, a condizione della rottura di quel rapporto moralmente e socialmente inaccettabile, potrà perdonare l’amica ed eviterà di denunciarla al preside della scuola risparmiandole le inevitabili conseguenze sul piano personale e professionale. In realtà, l’anziana donna, con una mente molto più complessa e contorta di quello che appare, non tollera la frustrazione per questo tradimento e, solo allora, si scoprirà la sua inconfessabile passione per l’amica. A questo punto, diventando l’unica custode del segreto di Sheba, Barbara metterà in atto i mezzi più abietti, ordirà un gioco di ricatti, complicità perverse e confessioni che riveleranno un piano preciso e ben architettato per legare a sé la giovane donna che sarà vittima delle mire della donna e della propria ingenuità. L’ira di Barbara, la ferita del tradimento, diventeranno un’ossessione che la porterà a disintegrare la vita dell’amica, ma di conseguenza anche se stessa.

Dietro la trama manifesta degli accadimenti del film si cela una sconvolgente storia di anime tormentate da una complessità inestricabile, che lottano furiosamente in una disperata ricerca di felicità. Con la scoperta dell’inconscio la psicoanalisi dà voce e legittimazione all’ambiguità, al mistero, all’inconoscibile, che è parte dell’umano e differenzia, di conseguenza, l’essere dall’apparire. Con la bella metafora dell’iceberg, Freud ha esemplificato il funzionamento mentale, attribuendo alla punta emergente del ghiacciaio la parte conscia, conoscibile e razionale della persona, mentre assegna a quella grossa parte sommersa dalle acque, nascosta e invisibile, la funzione dell’inconscio che soggiace, influenza e codetermina l’intero ghiacciaio.

La maschera e il volto sono immagini significative che parlano di questa complessità dell’essere umano, dove l’essenza, la verità ultima della persona sembra davvero essere inconoscibile e impensabile, perché è intollerabile, irraggiungibile e suscita terrore. La maschera può essere vista come una forma di travestimento per combattere stati di paura e di debolezza, la si può considerare altresì un mezzo ambiguo perché, da un lato è funzionale alla verità che ama nascondersi per salvaguardare la sua profondità, dall’altro è utilizzata per non vedere la realtà, addirittura per fuggire da essa. Questa doppia attitudine è codificata nella psicoanalisi dalle parole Conscio e Inconscio, dove si presume che nell’Inconscio sia custodita la verità dell’esistenza, mentre nel Conscio si nutra l’illusione concessa all’individuo per poter vivere e che, secondo Schopenhauer, corrisponderebbe alla maschera.

Gli artisti molto prima degli scienziati hanno visto, intuito, sognato, rappresentato queste contorsioni del mondo interno e, a riprova di questo, anche il film di Richard Eyre rappresenta in maniera intrigante quello straordinario doppio che è appunto il volto e la maschera. Le due coprotagoniste si fanno avanti con un impeto prepotente tanto quanta è la prepotenza della verità emotiva mascherata che trasmettono; è un film che tocca in profondità gli spettatori perché parla il linguaggio comune, universale, dell’uomo che in esse si riconosce, sono personaggi che esprimono la complessità di cui è intessuto l’essere umano, comunicano in maniera forte la fatica di vivere, il disagio della civiltà, la paura delle emozioni, il terrore dell’incontro, ma esprimono anche l’anelito alla felicità e il bisogno ineluttabile dell’altro, a qualsiasi costo.

In questo bel film ci imbattiamo in un’adolescenza non incontrata, mal vissuta, temuta, disconosciuta, che allora, proprio per questo si fa viva in età adulta con una nostalgia ineffabile e reclama di essere riconosciuta, ascoltata, sperimentata anche se, purtroppo, fuori tempo, con un triste anacronismo che la rende patetica, stonata, fuori dalle righe, quindi, in un certo senso perversa. La storia delle due donne rappresenta dunque magistralmente l’adolescenza, età di confusione, di scoperta di sé, di nascondimenti, di costruzione dell’identità, di oscillazione tra stati mentali contrapposti, momento di fluttuazioni tra euforie e depressioni, ma soprattutto età in cui la domanda ontologica è: Chi sono io? Cosa desidero? La maschera adombra bene questo inquietante enigma dove il sé si colora di differenti aspetti e dove l’adolescente fatica a trovarsi e a farsi trovare. Davvero le adolescenti Barbara-Sheba per sopravvivere hanno bisogno di celarsi dietro un’immensa maschera e occorrerà un fatto traumatico prima che il mistero della verità possa emergere. In età adolescenziale si ha bisogno di proteggere il vero sé, si teme di esporlo a sguardi malevoli, ma c’è anche la paura di scoprirsi irriconoscibili, quasi mostruosi, come succede nel film per le due donne. Oltretutto, con la maschera ci si può permettere di sperimentarsi illimitatamente, è come un lasciapassare che non obbliga a precludersi ogni tipo di possibilità di essere, di sentire, passando da infatuazioni erotiche omo ed eterosessuali, a fantasie onnipotenti o suicide, da rabbie devastanti e avversione verso il mondo che obbliga a un contatto con le regole della realtà.

Il nascondimento inteso, dunque, come salvezza dalla paura di perdersi, come modo per creare mondi che siano più facilmente abitabili, come ammortizzatore di verità inconoscibili e soprattutto insopportabili. Per l’adolescente la maschera è uno stato fisiologico di attraversamento del guado della confusione, è paragonabile al segreto, è il salvagente che lo accompagna nella ricerca appassionata e spaventata del suo volto, per l’adulto la maschera è segnale di una difficoltà a riconoscere e a convivere con il vero Sé e a rapportarsi al reale. Bion ne L’elogio della menzogna, paradossalmente, riconosce la funzione protettiva della bugia quando l’incontro con la verità potrebbe essere troppo ustionante per la pelle mentale. Il bisogno di mascherarsi, allora, può essere pensato non più come strategia di falsità avvilente l’uomo e distruttiva della mente, ma anche come metafora, come difesa necessaria per digerire dolori intollerabili in certi momenti della vita, riconoscendo che, come dice Schopenhuer, “intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera”.

Barbara e Sheba sono due donne intelligenti e sensibili, costrette dentro un insanabile conflitto tra desiderio e divieto, che le obbliga ad assumere ruoli che sentono stretti e inadeguati, ma indispensabili per rientrare nelle regole sociali, e sono indotte a camuffarsi con maschere di perbenismo per non lasciar trapelare desideri, vuoti e il vissuto di una realtà pesante e deludente. Sono simili e, allo stesso tempo, differenti: Barbara sente lo scorrere del tempo e le sfuggono di mano le illusioni della giovinezza che non si stanno realizzando; Sheba, splendida quarantenne, si sente altrettanto sola e fragile di fronte a prove dolorose e, a volte, impensabili. Reagiscono alla durezza della vita cercando sentimenti intensi, esperienze ustionanti che sono anche vie di fuga, una sorta di “antidepressivi”, modi per uscire da una normalità noiosa e frustrante: questo è il segreto che le unisce e che diventerà il fulcro della storia. Tutte e due si incontrano in un momento in cui la stanchezza del vivere, il bisogno di conforto e di un aggrappamento, la ricerca di un rispecchiamento consolidante urge famelicamente e l’incontro con un altro da sé che funga da sostegno alla pericolosità traballante dell’esistenza diventa un’esigenza imperdibile: ognuna ha bisogno dell’altra e parlando quella particolare lingua che è l’inconscio riconoscono la reciproche valenze affettive aperte a un legame.

C’è come un magnetismo che le attrae in una complicità di intenti: è una storia di solitudini che si riflette nelle due donne, diverse per età e vita sociale, ma accomunate dal doloroso vuoto interiore mal contenuto da un rigido controllo emozionale e da una incontrollabile bulimia affettivo-passionale. Solitudine e passione sono i due elementi del loro mondo emotivo per cui si riconoscono e si affidano l’una all’altra. Ma sono muri di dolore e vuoti esistenziali le basi fragili su cui si innestano e galleggiano le storie di Barbara e Sheba. L’incontro con Sheba, così eterea e seducente, risveglia in Barbara una passione latente sfogata nelle pagine del suo diario in cui si ritrae affettivamente dipendente da figure femminili più giovani, figure che si illude rispecchino il suo Sé ideale e che la mantengano in una giovinezza eterna. L’apparente ascetismo di Sheba sarà una molla scatenante il suo bisogno di controllo e di possesso. Mentre Sheba avrà modo di riempire il suo vuoto quando un allievo la corteggia con passione e lei si lascia facilmente sedurre dall’irruenza di questo amore impetuoso, che riattiva la sua parte adolescenziale travolta da un turbine di sessualità non addomesticabile. Ma quanto l’età e la vitalità del ragazzo possono anche adombrare una valenza riparatoria, sostitutiva, negante il pensiero atrocemente doloroso e indigeribile di avere un figlio maschio portatore di handicap?

Il titolo del film Diario di uno scandalo, diario che farà da leit-motiv allo scorrere del film, è rivelatore del dramma che si sta consumando attraverso la storia che racconta: parla di un mondo adolescenziale, out of time, ma intensamente e inesorabilmente vissuto dalle due donne. È un film che narra le debolezze umane, le angosce, le solitudini, i dolori della solitudine o le prove eccessive a cui la vita impietosamente espone. Il regista sa trattare con stile, misura, partecipata sensibilità, chiarezza, senza cadere nel moralistico o nel trash, temi delicati e inquietanti, ancora oggi annusati dai benpensanti con rigido distacco, con disprezzo o con giudizi rinneganti.

Richard Eyre riesce a empatizzare con le difficoltà delle due donne, le accompagna con una pietas che non dà spazio alla morbosità o alla condanna perbenista, non c’è una mentalità rigida e preconcetta, ma si identifica con loro, dando immagine e trama a ciascuna, rispecchiando con sensibilità il loro mondo interno e relazionale. La possessività, la debolezza, la fiducia tradita, il bisogno di conforto, la pusillanimità, la vigliaccheria, la cattiveria, la passionalità incontrollabile, la gelosia, l’invidia, l’egoismo, la tenerezza, la vulnerabilità, la tristezza sono sentimenti che il regista fa entrare in scena come reali personaggi dando anima e corpo alla trama filmica; sono sentimenti che funzionano da motore implacabile e indomabile, spasmi emotivi che urlano aiuto e vicinanza e non riescono a controllare l’incontenibile fame dell’altro quale balsamo ineffabile alla bruciante ferita della solitudine dell’anima.