Est-Egò

O dell'Immaginifico

16 APRILE 2017,
Est-Egò / Ph. Giada Mantione
Est-Egò / Ph. Giada Mantione

La scorsa primavera gli Est-Egò hanno debuttato con un notevole mini concept omonimo di grande atmosfera… post rock? Space rock? Una spruzzata di psichedelia? Ci interessa davvero definirla? No, davvero. Ciò che importa è che ci troviamo al cospetto di un lavoro bello, curato negli arrangiamenti e profondo.

Gli Est-Egò si formano a Torino nel 2015 e sono composti da: Davide Invena (chitarra e voce), Nicolò Capece (basso e voce), Fabrizio Dell’Aiera (chitarra), Marco Taverniti (batteria). Con questo concept, la band dimostra personalità ed eleganza, facendo propri squarci ad effetto e suoni rarefatti per un risultato ricco, in bilico tra echi spaziali e momenti quasi mistici. Passando a un’analisi più approfondita dei cinque brani, il lavoro si apre con Rinascente… e che apertura! Un rincorrersi tra voci e chitarre delicate in splendido contrasto con la forza della batteria. Dortmund – invece – è gestita su due piani: una partenza quasi in sordina per poi aprirsi completamente su un finale mozzafiato. Terzo brano strumentale è Pangea Pit, per passare al momento forse più emozionante del concept: Ejkilgan. Una trama forte, fatta di intrecci di grande apertura, ma il richiamo ai Sigur Ros dura solo un istante, è alla grande narrativa nordica che vola il pensiero, con suoni che evocano paesaggi maestosi, inquieti e capaci di colpire dritti all’anima. Dopo tanta bellezza, l’album si chiude con Andersen: ottimo finale, fatto di ritmi eterogenei – ma in ottimo amalgama – sia nelle melodie sia nel cantato. Grazie a Invena, scopriamo nuove sfaccettature su questo progetto.

Ci parlate della nascita di un progetto musicale così particolare e ambizioso?

Per gioco, i primi pezzi son nati così. Prima eravamo un progetto garage, ma dopo l'ultimo concerto ci accorgemmo che suonavamo controvoglia. Eravamo stufi del distorsore. Provavamo dentro una stalla di pietra e i volumi erano insopportabili. Punto e a capo. Iniziammo a improvvisare senza l'idea di un risultato e per noi stessi. Da piccole cellule e bozze elementari costruimmo brani strumentali che ci divertivano. Le prove erano un momento ludico e leggero. Solo dopo intuimmo una direzione, un potenziale e iniziammo a lavorare su voci e testi elaborando pian piano l'idea del concept ep.

È di recente uscita un video tratto dal vostro brano Dortmund. È un lavoro dalle atmosfere davvero uniche, come lo avete sviluppato?

Colore e luce. Dortmund è lo spirito del disco. Cercavamo un'idea semplice che descrivesse visivamente il nostro immaginario, il nostro mood. Ci siamo incontrati con Gabriele Ottino un paio di volte cercando di capire come poter ottenere il massimo risultato da un “playback”, anche se forse è sbagliato chiamarlo così. Le immagini che ci avvolgono mentre suoniamo e che poi ci invadono a tutti gli effetti colorandoci sono un po' la chiave di lettura del brano e dell'intero disco. Le forme e i colori, i soggetti rappresentati, tutto quel brulicare di strane vite sottomarine solleticano nello spettatore un'idea di rinascita, di continuo sviluppo, una costante crescita inarrestabile. Questo è lo spirito del disco.

Provenite e collaborate con realtà musicali disparate, come si è venuta a creare l’alchimia giusta fra i componenti del gruppo per arrivare a brani così intimisti e allo stesso tempo potenti?

Per noi in verità non hanno molto di intimo, ecco. La cosa che fa funzionare è che non ci siamo imposti obiettivi e modelli. Libertà assoluta. Svago. Più pause e birrette che plettrate. Poi, come dicevamo prima, le nostre canzoni sono il frutto della ricerca di nuove possibilità, un tentativo di divertirsi slegandoci da schemi, accantonando tutto quello che eravamo abituati a suonare, ma non ci abbiamo neanche pensato troppo. È venuto da sé. All'inizio era un pasticcio, però col tempo ognuno ha compreso spontaneamente quale fosse il suo spazio di lavoro, il ruolo all'interno di una dimensione più vasta e le cose han trovato una loro dinamica. È un processo che ha voluto il suo tempo. Ci abbiamo messo undici mesi a capire questo e uno per chiudere i brani. Ora anche scrivendo cose nuove ognuno sa esattamente cosa fare.

Voi portate sul palco immaginari diversi, dove vi piacerebbe "proiettare" lo spettatore, in questo senso?

Non ce ne siamo mai preoccupati molto. Quando suoniamo ci interessa innanzi tutto cantare intonati e che i musicisti nel pubblico, quelli bravi, non pensino “guarda che cani questi”. Guardiamo davanti e vediamo una serie di facce assorte e persone impassibili. Speriamo sia incanto e non noia, ogni volta. Poi qualcuno si avvicina dopo il live e dice “ho veramente viaggiato”, allora rilassiamo le spalle e ci torna il sorriso.

Ci parlate della recente esperienza per Off the Corner?

Off the corner è stato sicuramente un mezzo che ha suscitato la curiosità di tanti. Ascoltare una cosa e vederla suonare è molto diverso. Capire chi suona cosa rende l'ascolto più stimolante, divertente. Tante più persone ci hanno visto e ascoltato in video ora, tante più di quante non avessero prima ascoltato il disco o guardato il videoclip. Per noi è stato un passo utilissimo. Le due performance sono stato molto apprezzate. Siamo più che soddisfatti del riscontro avuto.

Dopo questa tranche di date dal vivo cosa dobbiamo attendere dagli Est-Egò?

Cerchiamo di lavorare ogni giorno per far crescere il progetto con quello che abbiamo direttamente a portata di mano. Non siamo grandi calcolatori. Stiamo lavorando su pezzi nuovi, una volta pronti cercheremo di capire qual è il modo migliore per proporveli, vedremo sul momento.