Il Cineforum

Immagini ed emozioni in scena

27 MAGGIO 2017,
Cinema e psicoanalisi
Cinema e psicoanalisi

La visione è la rielaborazione di un ricordo

(Freud, 1899)

Il cinema e la psicoanalisi sono cresciuti insieme, infatti tra il 1892 e il 1895 vengono editi gli Studi sull’isteria di Freud e Breuer, e il 1895 è l’anno del brevetto dei fratelli Lumière. Un secolo fa la pubblicazione de L’Interpretazione dei sogni di Freud attestava l’esistenza di una duplice realtà, quella del mondo conscio e quella del mondo inconscio e contemporaneamente l’invenzione del cinematografo dei fratelli Lumière creava quanto di più simile al sogno è stato prodotto dall’uomo. La coincidenza è interessante e significativa, la psicoanalisi e il cinema hanno molto da darsi reciprocamente: entrambi si situano tra sogno e realtà, tra ragione ed emozione, tra parola e immagine. Inoltre l’esperienza dello stare seduti in una sala al buio, in silenzio, in una posizione rilassata e recettiva è simile alla situazione psicofisica da cui scaturiscono i sogni notturni.

Le immagini visive e letterarie avevano da sempre attratto Freud, che riteneva che l’inconscio, in pratica, fosse già stato incontrato, “sognato” e rappresentato nelle opere di poeti e artisti e anche i suoi allievi mostravano più interesse per le opere di Shakespeare e per i tragici greci che per la neurofisiologia. Per cui, la relazione tra l'universo della psicoanalisi e quello della cultura, presente fin dalle origini, ha continuato anche per quanto riguarda la “settima musa”, infatti da tempo si verifica uno scambio interessante tra questi due mondi: molti registi, per esempio, hanno preso spunto dal pensiero e dall’esperienza psicodinamica, alcuni hanno espressamente trattato della psicoanalisi o di problemi psichici, ricordiamo tra gli altri, John Huston che, con il suo Freud, racconta la vita del fondatore della psicoanalisi o Cronenberg con A dangerous method dove rappresenta il delicato e complesso rapporto tra Jung e una sua paziente. Marco Bellocchio ha avuto la consulenza di Massimo Fagioli. Franco Fornari, noto psicoanalista, fu consulente scientifico del Diario di una schizofrenica di Nelo Risi; inoltre Fellini espresse la convinzione che “il film è il sogno di una mente in uno stato di veglia”, a sua volta Bernardo Bertolucci rivelò che spesso ha attinto dalla sua esperienza onirica per pensare i suoi film.

Da parte loro, gli psicoanalisti hanno una tradizione consolidata di confronto e incontro col cinema, apprezzandolo come strumento di didattica, di formazione, di studio e come stimolo di pensiero. Il legame che unisce il cinema alla psicoanalisi è dato, in particolare, dal riconoscimento delle immagini come strumento prezioso e imprescindibile per la formazione di una storia: trama filmica e trama onirica. Il cinema è fatto “della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni”, il suo metodo espressivo, la drammatizzazione, i fotogrammi, le emozioni, le luci, i colori lo portano ad essere come il sogno, una via privilegiata per prendere contatti con se stessi, al di là della vicenda rappresentata. La magia del cinema è quella di produrre una partecipazione affettiva, una condivisione di sentimenti, una identificazione che conduce all'interno del film come all'interno dei sogni. Il cinema può, allora, creare un ponte tra i pensieri profondi che non osano fare capolino e il pensiero consapevole. La storia e le immagini del film mobilitano sentimenti specifici per ciascun individuo, d’altra parte le parole e i pensieri nascono proprio dalle immagini e sono le stesse immagini che custodiscono le emozioni e il senso ultimo dei ricordi.

Allora possiamo parlare di un “uso del film” come fornitore e attivatore di fotogrammi mentali che servono per creare i pensieri che sono indispensabili per affrontare la vita, per vivere i rapporti interpersonali, in primis quelli che toccano da vicino come le relazioni familiari, relazioni cariche di emozioni spesso difficili da digerire e che necessitano di una razione di enzimi in più per poter essere trasformate e assimilate. Da soli, a volte, risulta difficile fare questo lavoro di rielaborazione, è necessaria una mente ausiliaria che aiuti a dare ordine e a trasformare sensazioni confuse o spiacevoli in immagini per poter poi dare loro nome e rappresentarle in una narrazione significativa.

Dal punto di vista emotivo la visione di un film è utile, non tanto per promuovere un esercizio intellettualistico di connessione tra i contenuti della trama e le teorie psicologiche rassicuranti, ma perché è un’occasione speciale per incontrare se stessi, ognuno vive il suo proprio film, lo ricompone come se fosse un sogno; nascono libere associazioni; vengono suscitate emozioni, sentimenti, immagini promuovendo così agilità di pensiero e fervida capacità creativa. Vedere un film mette in gioco un incontro, è l’incontro con le immagini scaturite dalla mente del regista, dello sceneggiatore, del fotografo con lo spettatore, suscitando in lui nuove visioni, evidenziando nuovi pensieri potenzialmente esistenti, ma che possono realizzarsi e prendere forma solo attraverso l’esperienza di un contatto. Questa esperienza diventa trasformativa e perciò formativa nella misura in cui l'impatto tra il film e il mondo interno dello spettatore genera una nuova realtà mentale, un’aggiunta possibilità di osservare e di relazionarsi alle situazioni arricchita da punti di vista diversi.

La visione di una pellicola in gruppo, in particolare nell’esperienza di un cineforum, si può ben dire che fa bene alla mente, perché genera un campo emotivo tra gli spettatori e li induce ad attivare l'immaginazione e a prendere contatto con affetti ed emozioni, propri e altrui, per affrontare e riflettere assieme sui temi proposti dalla trama del film, ampliando così la capacità soggettiva di pensare. L’impatto emotivo del vedere un film collettivamente diventa, dunque, una preziosa occasione di condivisione di esperienze, di riflessione, di scambio e di elaborazione. Un'opportunità di incontro che aiuta a promuovere nuovi pensieri, ad attivare fantasie, ricordi, libere associazioni, opportunità in particolare di poter liberare una vena narrativa, in pratica di “sognare” da svegli, nel senso di poter incontrare la propria esperienza affettiva profonda, conferendole un significato emotivo personale.