Tinto Brass negli scatti di Gianfranco Salis

1 giu — 29 lug 2017 presso ONO arte contemporanea a Bologna, Italia

24 MAGGIO 2017
Tinto Brass. Courtesy of ONO arte contemporanea © Archivio Tinto Brass / Foto Salis
Tinto Brass. Courtesy of ONO arte contemporanea © Archivio Tinto Brass / Foto Salis

“Eros é civiltà”. Con questa frase Tinto Brass riassume tutto il suo pensiero che viene ripercorso con una mostra alla galleria ONO arte contemporanea dal 1 giugno al 29 luglio 2017, “Tinto Brass negli scatti di Gianfranco Salis”.

Organizzata da ONO arte contemporanea in collaborazione con l’Archivio Tinto Brass, la mostra si avvale del patrocinio del comune di Bologna.

Tinto Brass nasce a Milano nel 1933, ma cresce a Venezia, una città a cui si sente incatenato in un rapporto appassionato e da cui deriva la cifra stilistica del suo cinema.

Si avvicina alla fotografia e al cinema molto presto. Nel 1957, dopo la laurea in giurisprudenza, si trasferisce a Parigi dove lavora per la Cinémathèque française come archivista e proiezionista. La tappa di Parigi si rivela fondamentale per la formazione del regista che, in quegli anni, ha la possibilità di confrontarsi con i maestri della Nouvelle Vague, François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Éric Rohmer. A Parigi, Brass stringe una forte amicizia e collaborazione con il grande documentarista Joris Ivens, che lo avvicina all’arte del montaggio e del cinema. Allo stesso periodo risale anche l’incontro di Brass con Rossellini, con cui collabora al montaggio di L’India vista da Rossellini e al film Il Generale Della Rovere. Il suo esordio nelle sale cinematografiche come regista è del 1963 con Chi lavora è perduto, una critica al lavoro inteso come alienazione che, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, gli causa i primi forti problemi con la censura che lo accompagneranno per tutta la sua carriera.

In tutto il suo primo periodo, nel segno di un cinema sperimentale e di forte contestazione sociale, Brass si avvicina ai generi più diversi dirigendo alcuni dei grandi protagonisti del cinema italiano e internazionale. Tra gli altri: Silvana Mangano, Monica Vitti, Alberto Sordi, Gigi Proietti, Giancarlo Giannini, Peter O’Toole, Helen Mirren, Helmut Berger, Malcolm McDowell. Nel 1971 con La Vacanza vince il premio della critica come miglior film italiano alla trentaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E’ a partire dagli anni ottanta che inizia una nuova fase del regista legata al cinema erotico, all’insegna della libertà e della trasgressione. A questo periodo risalgono alcuni dei suoi film più popolari La Chiave, Capriccio, Monella, Miranda, Cosi fan tutte, Senso ’45; nonché l’incontro con il fotografo Gianfranco Salis che già dal 1974 aveva collaborato con registi come Pasquale Squitieri, Mario Monicelli, Marco Ferreri, Nanni Loy, Ettore Scola, Dino Risi e Franco Zeffirelli.

Il passaggio dal cinema sperimentatale a quello erotico è per il regista una scelta dettata dalla delusione. Come sostiene Caterina Varzi, curatrice del suo archivio: “Tradito dagli esiti del sessantotto, Brass predilige il linguaggio erotico, in quanto modo di esprimersi comprensibile a tutti.(…) Non c’è una frattura fra un primo periodo serio, impegnato e militante e un secondo periodo, frivolo, leggero e superficiale: nei suoi film la forma primeggia sul contenuto”.

“Tinto Brass negli scatti di Gianfranco Salis” vuole raccontare questo periodo attraverso le immagini realizzate da Salis, fotografo di scena sui set di Brass, da Action (1979) a Hotel Courbet (2009). Si tratta di scatti che testimoniano un sodalizio artistico basato sul rapporto di fiducia e di perfetta interazione tra i due artisti. Il che ha determinato “il consolidamento di una sintonia di intenti e intuizioni tale da favorire la nascita di immagini dall’inconfondibile e icastica cifra stilistica brassalissiana o salisbrassiana”, come dice il regista. Salis captava, si inventava e mutuava dal Maestro un linguaggio visuale, un concetto spaziale, un tempo fluido che è arrivato fino a noi. Come il riflesso illuminante di quel momento contemporaneo che oggi riusciamo a vedere nelle sue diverse sfaccettature, ma appena quarant’anni fa poteva essere motivo di scandalo e censure.