Santo Domingo

Città coloniale e paradiso perduto. Seconda parte

17 MAGGIO 2017,
Playa Cortesito (Bavaro)
Playa Cortesito (Bavaro)

Sono seduto a un colmado e sto mangiando mezza baguette con salame e formaggio, quando al tg locale mostrano la foto di una signora domenicana appena uccisa allo scopo di rubarle il cellulare e pochi spiccioli, con il vociare dei presenti che commentano furiosi il dilagare della delinquenza nel paese. Torno in albergo e sento dal racconto amareggiato di Ignacio che due ore prima, in un quartiere poco distante, è stato circondato da sette balordi che lo hanno costretto a consegnargli cellulare, soldi e ogni cosa. Nel contesto interviene Mathis, un anziano residente tedesco, che con orgoglio ci mostra il suo nuovo acquisto: un revolver pagato 100 dollari: “Che ci provino con me”. Chiedo di andare a piedi alla stazione dei bus, poco a nord, ma anche il riflessivo Julian me lo sconsiglia vivamente: “È un quartiere malfamato, abitato da gente povera, dove usano girare armati: per loro la vita non vale più di un fagiolo”. Questo mi riporta all’italiano ucciso a Cabarete per una manciata di pesos e al figlio di un mio amico modenese assassinato anni fa per furto proprio a Santo Domingo. Taxisti e tutti quanti all’occasione mi lanciano questo tipo di segnale tranne Pedro, giovane titolare di un negozio per turisti sul Conde: “Sono esagerazioni e comunque tu non rischi niente, non hai orologio, anelli, catene, sembri uno di noi”. In effetti i domenicani sono un popolo cordiale, esistono tante brave persone ma anche un esercito di cosiddetti “tigre”, giovani bulli che vivono di espedienti, ragazzi di strada esercitati a delinquere. Gli stessi giornali locali scrivono di centinaia di morti l’anno ammazzati con arma da fuoco e in buona percentuale sono turisti... Tuttavia, c’è sempre chi sostiene che “tutto il mondo è paese”.

Le notizie che precedono il mio cammino parlano di una Repubblica Domenicana invasa, da almeno 5 anni, da una ondata di violenza le cui radici vanno ricercate in un crescente disagio sociale e nel peggioramento delle condizioni economiche per una vasta parte della popolazione. La disgregazione sociale, l’abbandono scolastico e il conseguente aumento di una sottocultura deprivante, la disoccupazione, e il lavoro scarsamente retribuito fanno da sfondo a questo panorama scoraggiante e pieno di insidie. Sono cresciuti, a livello esponenziale i delitti passionali, la criminalità di strada e il narcotraffico, accompagnati da fenomeni quali le esecuzioni sommarie della polizia nazionale, fatte passare come conseguenze fatali di scontri a fuoco e speculari tiri a bersaglio sulla polizia per derubarla di armi di ordinanza. Devo ammettere che mai come in questo paese ho sentito menzionare così tanto la parola dinero, tutto pare ruotare intorno ad esso. Anche la controversa chiusura dell’Ambasciata italiana a Santo Domingo sarebbe dovuta alla scoperta di un giro di visti facili, rilasciati in modo illecito dietro compenso.

Questo diffuso malessere, che si intreccia bene con la “percezione di insicurezza“ della popolazione, troverà riscontro nei fatti, man mano mi inoltrerò nel territorio. È mia consuetudine esplorare i luoghi attraverso i dialoghi e le conversazioni con altri viaggiatori che incontro e con la gente del posto, mai accompagnato da paranoie per cui ascolto, valuto e do importanza ai consigli dei nativi quando suggeriscono di usare cautela nell’aggirarsi in alcune zone giudicate pericolose per la sicurezza personale. Mi ritrovo quindi a percorrere quei luoghi, come ho fatto in passato, ma questa volta accompagnato da stato d’animo diverso, con il desiderio di verificare di persona e approfondire il lato meno patinato e piacevole del paese. Utilizzo i bus di linea della Carribe Tours e, fuori dalle mura, tutto appare diverso, più caotico e trasandato, con montagne di immondizia ad ogni angolo. Le strade invase da un traffico intenso passano attraverso i grattaceli del Malecòn (lungomare) ed i quartieri residenziali protetti da un esercito di guardie, circondati da una sterminata periferia fatta di sobborghi fatiscenti e bidonville.

La spiaggia di Boca Chica la trovo poco rilassante per l’ingente presenza di “tigrotti” da operetta (traffichini) e di invadenti haitiane dedite alla vida alegre. La chilometrica spiaggia di Punta Cana è perfetta per chi ama i viaggi organizzati o un tipo di turismo preconfezionato, tuttavia trovo i prezzi della miriade di escursioni decisamente eccessivi rispetto alla realtà economica dominicana. Faccio un breve tratto in taxi, la polizia si accorge della presenza di uno straniero sul mezzo ed intima all’autista di fermarsi. Il più alto i grado si rivolge al driver sorridente, non per chiedere documenti o altro, ma un personale contributo per arrotondare il magro stipendio: “Non mi offenderei se mi offrissi la colazione”. Il driver ha già pronto 60 pesos. Una sorta di pedaggio per tacito accordo, molto diffuso nei paesi del terzo mondo e nell’ex Unione Sovietica.

A Bavaro Beach salgo sul motoconcho (mototaxi) di Jochi il quale subito mi avverte: “Fai attenzione, non c’è da fidarsi di nessuno, tutti vorrebbero derubarti in un qualche modo … a me piace dire le cose come sono”. Lo guardo perplesso perché ho la sensazione che a volte quelli che mi invitano a fare attenzione siano i più inaffidabili. Al mio invito a spiegarsi meglio, aggiunge: “Qui attorno ci sono tanti luoghi belli che fino a qualche anno fa erano tranquilli mentre ora sono insicuri non solo per i turisti”. E con tono solenne precisa: “Da una statistica del Governo pubblicata sui giornali emerge che il 25% della popolazione dominicana è malavitosa“. Di certo Jochi non è nazionalista… Incuriosito, dal cellulare clicco su Google e in un attimo trovo informazioni più accreditate nel tentativo di mettere insieme i tasselli di un mosaico fatto di narrazioni virtuali e reali. Leggo la classifica sul tasso di omicidi stilata dalle Nazioni Unite su 180 paesi, nei primi venti ben 16 sono nell’area dei Caraibi e tra questi la Repubblica Dominicana. Quello che di primo acchito avevo interpretato come un chiacchierio da bar, trova dunque riscontro nei report ufficiali.

Il viaggio nella parte oscura di questo “paradiso perduto” continua quando Jochi mi conduce da Claudia di Carpi che gestisce una caffetteria a Cortesito, luogo di aggregazione di molti italiani. Da sei anni vive in RD: “I dominicani?... sono senza morale e privi di scrupoli; per due pesos venderebbero anche la madre”. Ma La testimonianza più drammatica è quella di Tiziano che dopo un anno da residente, ha deciso di mollare tutto e tornare in Italia: ”Bisogna fare molta attenzione a quello che si fa, a dove si va e con chi si va in giro. Anche se non si cercano problemi penseranno i domenicani a crearveli, anche fra loro non fanno altro che ingannarsi. Una sera, sotto casa mia, hanno ucciso a coltellate un ragazzino del luogo solo perché era ben vestito e con il cellulare, gli assassini pensavano che avesse anche dei soldi e invece aveva solo 50 pesos, equivalenti a un euro ... “ solo un esempio per far capire come la vita da queste parti non valga niente”. Aggiunge poi: “Fuori dai perimetri dei resort turistici, protetti da guardie armate, non c’è da fidarsi di nessuno, neppure della polizia ... quello che si vuole è solo dinero”. Chiude il cerchio una bionda signora di Milano che racconta di avere perso il compagno dominicano, ospite di un “collega” che per derubarlo lo ha ucciso mentre dormiva: “Lo ha tramortito alla testa con un bastone, lo ha poi trascinato sulla riva di un ruscello, dove lo ha finito con un colpo di pistola alla nuca … ed erano amici”.

Sconcertato e turbato, mi dirigo verso la zona di Barahona, verso sud-ovest, dove belle spiagge selvagge e deserte sono il regno di minuscole zanzare che mi rendono la vita impossibile. Ritrovo poi il piacere di camminare nelle spiagge della costa atlantica, nella penisola di Samanà, in particolare a Las Terrenas, mentre la città preferita rimane Puerto Plata a nord. Da qui faccio un’escursione nella coloratissima Haiti passando per Dejabòn e, sempre da Puerto Plata, un piccolo aereo di linea mi porta alle belle e tranquille isole britanniche Turks and Caicos, da non perdere!

La natura nella RD è sempre bellissima e, per fortuna, non incontro problemi, anche se ovunque vada: Santiago, Bavaro, Bayahibe, Juan Dolio, Rio San Juan, Las Galeras, trovo sempre chi mi avverte di fare attenzione, specie dopo il tramonto e penso: “Proprio come a Los Angeles, Miami, Chicago, New York, Rio de Janeiro, Caracas, Lima, Bogotà, Panama, Managua, San Juan de Portorico, ecc.”. Constatazione oggettiva che mi riporta alle gang giovanili endemiche di queste zone, alla “natura” violenta che accomuna un po’ le genti di tutte le Americhe, dove l’assetto sociale e la convivenza non sono stati adeguatamente organizzati. Per certo la criminalità diffusa si annida dove il divario fra la povertà e la ricchezza ostentata è visibile e tangibile, dove le armi circolano con facilità, dove non c’è controllo sociale e l’ignoranza e il disagio esistenziale regnano sovrani. Qui come altrove.

Al ritorno a Santo Domingo constato che la Ciudad Colonial rimane una “isola felice”, una cittadella che racchiude il patrimonio storico e culturale del paese, sicuramente la più sicura e protetta della capitale. Il mio ritorno in Italia diventerà una occasione per recuperare i mille ricordi di una terra nella quale in passato ho vissuto momenti indimenticabili ... un po' come rimpiangere qualcosa che non esiste più, salvo qualche eccezione.

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