Joachim Schmid

Souvenirs

12 NOVEMBRE 2015,
J.Schmid, Archiv (1986–1999), #648, #678, #713, immagini trovate montate su cartone, cm. 40 x 50 cad., courtesy P420
J.Schmid, Archiv (1986–1999), #648, #678, #713, immagini trovate montate su cartone, cm. 40 x 50 cad., courtesy P420

Prima trovare. Poi cercare.
Jean Cocteau, (Diario di uno sconosciuto, 1952).

Un artista accidentale. L'occidentale Joachim Schmid ha reso il fortuito senza frontiere. Souvenirs, personale italiana alla galleria P420 di Bologna rende omaggio alla matrice più consistente della sua poetica: il viaggiare. Un meta viaggio, un viaggio nel viaggio e nel medium della fotografia.

Critico fotografico, saggista, editore, già attivo nella scena tedesca dal 1980, nel 1982 fonda e autoproduce la rivista Fotokritic, un vero manifesto-veicolo del suo pensiero e della sua ricerca. Ho iniziato con una definizione ben precisa, artista accidentale. Una definizione data da John S. Weber, uno degli autori del libro Photoworks 1982-2007 che ben analizza e illustra il lavoro di Schmid e della quale mi sono servita per una ricerca personale. Basically everything is worth looking at, uno slogan che ancora di più racconta la volontà dell'autore, ops, no, autore no. Schmid punta in maniera decisiva l'interrogativo sulla questione della natura dell'autore e dell'intenzione artistica nella "post-romantica e post-duchampiana tradizione occidentale".

Lo Schmid che apprezza August Sander e Robert Frank guarda alla fotografia in una maniera del tutto personale, per alcuni impopolare, qui non c'è interesse per la bella foto, la foto d'arte, classicismi, o composizioni di ogni genere, "milioni di fotocamere, milioni di persone che producono milioni di immagini" siamo ustionati, inglobati, fagocitati, schiaffeggiati, oltraggianti, quasi beffati dalle nostre stesse immagini, che impazzano a una velocità incontrollabile. Ecco allora l'urlo della poetica che esplode come un ordigno sotto la neve: "No new photographs until the old ones have been used up".

Occorre vedere anziché guardare. L'esercizio al quale siamo richiamati è una presa di consapevolezza verso quello che già c'è, in una guerra visiva che sembra non conoscere limiti. Nessun scopo scientifico nessun scopo estetico. L'artista, anziché un collezionista di immagini abbandonate, dimenticate, gettate, calpestate, si definisce come un "gatherer" (che se nessuno conoscesse l'inglese suonerebbe come una parola per definire quasi un gentiluomo). Ma gentiluomo probabilmente lo è verso tutto quello che già esiste e non riesce a trovare una dignità di attenzione.

Schmid assembla quello di cui ha bisogno e scarta il resto. Si immerge in oceani di immagini altrui, di immagini OFF, di immagini borderline, di immagini outsider, di immagini fuori. Tutto ciò ce lo racconta la serie (che più ho amato) Bilder Von Der Straße dal 1982 per trent'anni l'artista ha raccolto tutte le fotografie che ha trovato in luoghi pubblici, centinaia e centinaia di immagini tra 25 diversi Paesi e 123 città. Le found photographies sono state montate su cartoncino. Ed ecco un affascinante susseguirsi di storie, persone, interstizi di umanità, per un’archeologia in progress dell'esistente. Le crepe, i tagli, l'usura del tempo che attraversa, e logora, consuma, infrange, spezza, divide, erode, scompone l'immagine. Tutto ciò regala un fascino unico davanti a quella moltitudine accidentale. Altra definizione che ho gradito particolarmente nel saggio di Weber relativa a Bilder Von Der Straße è stata quella di paragonare questa serie al "Salon dea Réfusés, un anti-museo dei gettati via, una spazzata archeologica attraverso le vie della vita contemporanea".

Stephen Bull, altro autore del libro, intitola il suo saggio: "l'autore elusivo". E Schmid ben rappresenta l'idea di un autore evasivo, fuggevole, inafferrabile. L'artista gioca a nascondino. Come già affermato da Weber: "Schmid fa esplodere la nozione di stile personale e autore". Archiv (1986-1999) altra serie importante in mostra. Qui Schmid recicla e gioca indagando in maniera analitica la fotografia popolare internazionale attraverso il XX secolo. Polaroid, fotografie di studio, cartoline, foto commerciali, foto di persone scomparse, immagini prese dai giornali - successivamente raggruppate e classificate con criteri di similitudine. Il progetto suggerisce una tassonomia sulla fotografia popolare senza seguire un chiaro metodo di classificazione, interrogandosi comunque su quest'ultima.

Joan Fontcuberta, fotografo, docente, saggista, curatore e scrittore spagnolo definisce il lavoro di Schmid, un lavoro di "ecologia visiva". Tra eccessi e saturazioni di immagini dobbiamo imparare a reciclare, "un recupero nel complesso del residuo". Se le istituzioni e la storia hanno da lungo ignorato certo tipologie di foto, Bilder Von Der Straße e Archiv con ironia, satira e un certo senso di assurdo reclamano e celebrano gli everyday pastimes and common desires.

Schmid curatore del trascurato, del dimenticato, dell'orfano. In Viaggio in Italia del 2015 otto stampe a inchiostro pigmentato si susseguono. Sgranate, non definite, i protagonisti che vi appaiono in forma pixelata sono i non protagonisti per eccellenza, ovvero tutte quelle presenze umane delle classiche cartoline. Ecco che allora il viaggio in Italia si trasforma in un meta viaggio, un viaggio nel viaggio all'interno della fotografia stessa. Schmid ci restituisce le note che nessuno legge. Security Check del 1985-1987, otto scatti in bianco e nero del personale di sicurezza scattate durante il controllo bagagli, ancora una volta, è palese l'interesse non per fini estetici ma per processi e mezzi. Reseinfotografie del 1984 è la raccolta delle immagini scorrevoli delle macchine fotografiche gioco totali per turisti. Come per le cartoline, Schmid pone alla nostra attenzione i meccanismi che può innescare l'osservazione critica di tipologie fotografiche scontate e sbeffeggiate come quelle prettamente turistiche, sottovalutate e banalizzate.

E infine Souvenirs, lo Schmid Flâneur, riunisce le fotografie dei cucchiaini raccolti durante 25 anni di viaggi, di aeroporti, di attese, di gusti e forme diverse. Osservando la mutazione formale delle esili posate, mi torna alla mente il Viaggiatore solitario di Tondelli, a volte si sfiorano le persone come si sfiora lo zucchero, si gira intorno ad abbracci, abbandoni, storie, vissuti, come si gira il caffè con il latte. Ad ogni modo Tondelli associò il viaggio autunnale alla perdita di voce, al recupero del silenzio. Questa mostra è un viaggio silenzioso tra la moltitudine dell'esistente, è come se l'artista ci invitasse al silenzio. Basta produrre foto. Occorre vedere quello che già c'è. Basta rumore. Un artista che mi azzardo a dire pasoliniano, con la fiducia per un progresso che è visione consapevole.