La divisa come un simbolo identitario, ma anche l’oggetto che può significare inclusione ed esclusione, la condizione di un ruolo sociale o l’appartenenza ad una categoria della quale leggerne i caratteri e i segni.

È quanto rappresenta la rassegna Uniform: Into the Work/Out of The Work. La divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi, in corso fino al 5 settembre1 sul sito del MAST – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia - di Bologna, a cura di Urs Stahel.

Oltre 600 le immagini che scandiscono un percorso costituito dai più grandi interpreti della fotografia storica e contemporanea, volti a rappresentare le diverse tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali differenti.

Una sorta di viaggio tra le uniformi, quale motivo di una riflessione sull’essere e l’apparire, tra i diversi attori sociali che contraddistinguono i luoghi della produzione e della società.

Di certo uno dei fotografi apripista lungo questo genere, mosso da uno stile sobrio in cui configurò gli “Uomini del XX secolo”, o i soggetti sociali del proprio tempo e di ogni classe economica e sociale, fu il tedesco August Sander (1876-1964) i cui ritratti documentarono ruoli e condizioni sociali imposte dell’epoca e le tradizioni di un Paese, la Germania.

Così, nel percorso al MAST, ritroviamo le casacche da lavoro di Graciela Iturbide, le raccoglitrici di cotone chine con i lunghi sacchi a tracolla di Danny Lyon, o le infermiere in cerchio sulla scala con i camici bianchi e blu di Alfred Eisenstaedt; gli Small Trades – i piccoli mestieri alla Irving Penn ritratti nei panni di un pescivendolo e di due macellai, o gli scaricatori di carbone nel porto dell’Avana immortalati da Walker Evans. Gli abiti dei contadini nelle immagini a colori di Albrecht Tübke, e le donne in divisa negli stabilimenti Fiat a Torino negli scatti di Paola Agosti.

Ma assai forte è la fotografia di abiti protettivi arcaici del messicano Manuel Álvarez Bravo, seguita dai guanti di sicurezza Toshiba fotografati da Hitoshi Tsukiji e dalle tute di Sonja Braas, Hans Danuser e Doug Menuez. E, mitica, di Sebastião Salgado è la foto che fece il giro del mondo e che immortala il riposo di un operaio, in Kuwait, impegnato nelle operazioni di spegnimento dei pozzi petroliferi dati alle fiamme nel 1991 durante la Guerra del Golfo.

Ma in questo percorso di grande interesse risultano anche le fotografie di Barbara Davatz sugli abiti da lavoro di una fabbrica elvetica, e le uniformi degli apprendisti del centro commerciale Migros in Svizzera fotografati da Marianne Mueller; i “colletti bianchi” ritratti negli uffici da Florian van Roekel che fanno da contrappunto alle tute da lavoro nere di fuliggine dei minatori cinesi nelle fotografie di Song Chao e a tre donne in camice di Helga Paris, ritratte in una fabbrica di vestiti. Così, ad emergere, ora, non è solo l’abbigliamento, ma anche la postura del corpo che contribuisce a raccontare la soggettività di questi lavoratori.

E di Clegg & Guttmann, sono, degli anni ’80, il ritratto di due giovani artisti in un concerto serale di fronte al pubblico e un gruppo di dirigenti di una multinazionale. Ne scaturisce una pratica ritrattistica in cui gli autori fungono da testimoni oculari e assumono il ruolo del pittore di corte che enfatizza o mette in discussione il soggetto rappresentato. Come testimonia il ritratto dei dirigenti allineati dove la luce illumina solo i volti, le mani e i triangoli formati dai risvolti, dalle camicie bianche e dalle cravatte. Facilmente identificabile è il direttore in quanto è colui che con lo sguardo trasmette un equilibrio tra sicurezza e regale serenità, evocata dalle mani sovrapposte, interpretando al meglio il suo ruolo.

E di gran forza sono anche 7 imponenti fotografie sul giovane francese Olivier Silva ritratto da Rineke Dijkstra al momento del reclutamento nella Legione Straniera e in seguito altre sei volte nel corso del suo addestramento durato 36 mesi. La serie rende evidente in maniera quasi dolorosa come il tempo trascorso sotto le armi, indossando l’uniforme, abbia “indurito e temprato” il carattere del giovane uomo.

Mentre di Brad Herndon e Hiroji Kubota sono le immagini in cui vive il contrasto tra camouflage e fierezza nell’indossare l’uniforme, tra ricerca di visibilità ed estrema invisibilità.

E di Tobias Kaspar è una serie di ricami tratti dagli archivi di un produttore tessile svizzero, prodotti negli anni ’60 del Novecento per il mercato giapponese. Kaspar ingrandisce le figure a grandezza naturale, rendendo visibile ogni punto, ogni filo e ogni errore.

Come una premessa alla sequenza di slideshow che dimostra come l’abbigliamento da lavoro viene trasformato in moda nelle sfilate di Dior, Balenciaga, Byblos, Moschino, Vêtements, Calvin Klein, Burberry, D&G, e Louis Vuitton. Ma Uniform è una mostra intensa e ricca di colpi di scena come testimonia una sezione a parte, con la mostra Ritratti industriali di Walead Beshty, (Londra, 1976), artista e scrittore che ha immortalato in 12 anni il sistema dell’arte, attraverso 364 ritratti di artisti, curatori, galleristi direttori di musei e collezionisti, in una sorta di catalogo umano che fissa e memorizza nelle loro “divise” protagonisti e interpreti delle arti del nostro tempo.

1 La mostra potrà essere di nuovo visitabile a partire dal 18 maggio.