Green Thoughts

5 — 7 set 2014 presso Palazzo Rasponi, Ravenna

5 SETTEMBRE 2014
Jacopo Litt, Kim Jae, Angela Sorbo, Il Gioco del mosaico
Jacopo Litt, Kim Jae, Angela Sorbo, Il Gioco del mosaico

Pensieri Verdi: Opere di Mariella De Logu, Paola Babini, Angela Corelli
La Stanza Verde: Opere dei giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna
Verde Brillante: Opere di Simona Rinciari
Profumo di Mosaico: Progetto di Arredo Urbano per le vie del centro storico di Ravenna. Istituto d’Arte per il Mosaico Severini di Ravenna

Pensieri Verdi. Sabina Ghinassi

Nell’arte contemporanea la riflessione estetica ed etica intorno al tema della natura è uno dei nuclei fondamentali di gran parte delle arti visive dalla seconda metà del secolo scorso in poi, con strumenti espressivi e mentali totalmente differenti da quelli usati in passato. Si potrebbe tranquillamente dire che, dal punto di vista della relazione, gli artisti sono entrati in un rapporto empatico di ricezione del processo naturale sull’opera – attraverso sedimentazioni imprevedibili, intrusioni di fenomeni, atmosferici, chimici, fisici - e di ascolto e sintonia con un ordine altro, diverso da quello abituale, e più affine ad uno sguardo profondo, in grado di recepire frammenti minimi, prospettive oblique rispetto alle norme visive dell’abitudine predatoria della creazione e del dominio.

Se lavora sulla natura, un artista è sempre alla ricerca di un approccio simpatico, più affine a un lavoro con che a un lavoro contro, ad affinare passo dopo passo un progetto, scandendone e aggiustandone i ritmi, variando i punti di arrivo, accogliendone i limiti come risorsa da cui ripartire per un nuovo viaggio. Questo accade indifferentemente in pittura, fotografia, installazione, nelle arti performative.

Green Thoughts nasce da questa prospettiva fuori norma, che si muove più con che contro. Lo fa percorrendo sentieri diversi che arrivano, ciascuno a suo modo, ad uno stesso obbiettivo. Un obbiettivo che racconta una sintonia, un pensiero che va facendosi solida struttura esistenziale attraverso il tempo e si modula a bassa voce, seguendo processi individuali onesti e privi di autocompiacimenti. Racconta una visione e una relazione dinamica e dialettica con il mondo, con la natura, con la vita, una relazione che si intreccia con la memoria, storica o autobiografica poco importa, con il presente, allungandosi, dolcemente e senza impeti messianici, sino al futuro, segnando, come Pollicino con i sassolini bianchi, il sentiero per ritrovare la strada di casa.

Mariella Busi De Logu ha avviato una ricerca multidisciplinare che spazia dalla scrittura, alla drammaturgia, mantenendo come punto di partenza la pittura, una pittura che, ben lontano dall’essere über alles, vive di sconfinamenti semantici, linguistici, visivi; si unisce all’installazione, si mescola alla riflessione poetica e alle arti performative. Il nodo dal quale parte la sua indagine è lo studio della figura di Hildegarda di Bingen, la monaca mistica, filosofa, poetessa e naturalista tedesca della prima metà del XII secolo d.C.

Da Hildegarda è iniziato un percorso che ha visto Busi creare spettacoli teatrali e numerose opere che, affidate a una mano delicata e insieme sapiente nelle perfezioni stilistiche, cita gli erbari e i bestiari dei codici miniati. Busi crea mondi paralleli all’abitudine visiva; cesella l’ordinario di un insetto, di una pianta, lo sgrana, lo amplifica, lo rende calligrafia e filigrana preziosa di stupore e maraviglia. Lo racconta e lo trascrive in altro, muovendosi sulle tracce di ciò che Hildegarda aveva chiamato Viriditas, una forza vitale che, già nella radice, racchiude la forza (vis), il verde della natura, la purezza (virginitas), simile allo slancio vitale di cui avrebbero parlato, secoli dopo, Henry Bergson e Gregory Bateson. Busi parla di connessioni tra micro e macrocosmo, tra uomo e natura, lo fa attraverso grandi pagine/narrazioni, tavole botaniche e racconti visivi dai quali scaturisce una coerenza di pensiero e di struttura, intimamente spirituale. In questo è contagiosa perché portatrice di una grazia estrema e deflagrante nella sua ricerca di sacralità e senso, incurante di rigidità e confini tra discipline, tra arte e vita, tra fuori e dentro. Disegna, con più strumenti, una sua personale e magica nuova mappa del mondo.

Sempre di mappe e di territori nei quali prende corpo una nuova utopia di relazione con il mondo parla Paola Babini con le sue opere mixed media. Babini lavora da tempo sulla memoria, una memoria personale e d’affezione dove lo sguardo, nel corso degli anni, si è gradualmente spostato dall’indagine autobiografica a quello su un esterno sempre filtrato da un’esperienza in qualche modo sentimentale, saldamente corporea e organica. I materiali sono oggetto di una sperimentazione continua in cui le caratteristiche fisiche e organiche acquisiscono uno status poetico al pari del gesto.

Si addensano così sedimentazioni quasi oniriche che costruiscono visioni di senso, personale e, insieme, collettivo nelle quali la fotografia incontra il gesto pittorico, raffreddandolo nell’installazione. Non è però mai un linguaggio minimalista il suo, ma fieramente denso di rimandi, citazioni corporee, simboliche, storiche, metaforiche nelle quali la quotidianità dello sguardo e della narrazione si trasfigurano, si teatralizzano, sporcandosi di terra, di mani, di gesto, di storia.

Per questo, l’opera di Babini resta sempre calda, umana e sensibile, vitalistica, esprime un mondo in fermento continuo che non ha paura di guardare in faccia i suoi limiti, le sue inevitabili stonature e, nell’atto stesso del guardarle, le trasfigura, cambiando semplicemente prospettiva. Per strade diverse, quindi, opera allo stesso modo di De Logu: organizza mappe personali di uscita nel mondo, abile modo di decriptare il dentro e il fuori dei nostri paesaggi, personali e collettivi, per ridefinire un orizzonte, sintonizzandosi a partire dagli umori, dalle linfe che scorrono, da quello che deve necessariamente corrompersi per poter rinascere in altro modo.

Anche Angela Corelli ha trovato altri sentieri per tornare a casa, altri pensieri verdi, che toccano ancora una volta i territori del sacro, delle connessioni segrete che regolano i diversi piani dell’esistenza. Lo fa con silenzio claustrale, senza impeti profetici, ma con una delicatezza minimale, nel gesto, che non è mai non solo pittorico, nella scelta delle superfici, delle textures, nelle cromie luminose, nella raccolta minuziosa dei fremiti delle materie, nel cesellare i pensieri e i simboli. La sua è una scrittura pittorica lieve e profonda al tempo stesso.

Corelli lavora sempre in equilibrio sul filo di una narrazione che non è mai didascalica, ma si muove armonicamente raccogliendo tracce di sacralità nel quotidiano: possono essere abiti per probabili riti di passaggio, sedie, bottiglie, frammenti di natura che, attraverso lo sguardo poetico, si trasfigurano in piccole ierofanie. Le tele di canapa si trovano avvolte dall’abbraccio di un corpo-colore: alle volte è un verde di germoglio che scivola nel profumo delle accensioni auree, altre volte è il candore niveo che lascia spazio al piccolo dettaglio prezioso, lo accompagna per mano nella sua fragile bellezza. Corelli costruisce ogni dipinto partendo dai supporti che entrano con la propria storia nell’opera al pari delle iconografie, delle citazioni, dei simboli: un piccolo buco, la tessitura che si sgrana.

Tutto questo si modula gentilmente sulle superfici, come per dire “accolgo anche questa ferita che in fondo può essere bella; ha un senso suo, qui ed ora sulla mia pelle”. Sono rinascite, iniziazioni e germinazioni, momenti di attesa, di sospensione magica: anche l’abito sacrale illuminato da gemme bizantine e memorie di fiori si fa presenza diafana di meraviglia proprio in virtù di quella precoce inesattezza. Sono spazi sacri dove i contrasti sono risolti e anche il caos e l’errore sono accettati ed entrano nella bellezza del mondo.

La stanza verde: Artisti “in erba” dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna

a cura di Maria Rita Bentini; allestimento verde a cura di OUTDOOR, Ravenna

Arte e natura si incontrano in una suggestiva green room alla scoperta di nuove emozioni e punti di vista. Disseminate nel verde, alcune immagini - mosaici, opere plastiche e pittoriche, fotografie – interrogano sensorialmente lo spettatore. Quale natura vive intorno a noi? Un meraviglioso tappeto musivo flessibile in marmi e smalti (Il gioco del mosaico, 2013), opera degli allievi del Biennio specialistico di Mosaico (Jacopo Litt, Kim Jae Hee, Angela Sorbo), rielabora il “gioco della campana”, un modo di altri tempi per condividere lo spazio verde attraverso il gioco. Il mosaico stupisce, realizzato con due diverse tecniche: sono preziose le immagini tratte dalla natura in mosaico minuto (vermiculatum) che evocano l’antico mosaico pavimentale Asarotos Oikos, il “non spazzato”, interpretato in chiave moderna con l’uso di una resina (flessibile bi-componente) che permette di realizzare tappeti musivi calpestabili mobili, collocabili in ambienti interni o esterni. Tra l’erba, frammenti ricomposti di Terzo paesaggio colti dall’obbiettivo fotografico nella zona industriale di Ravenna (Skyline e Zoom sullo skyline di Martina Paparo), un angolo di Paradiso terrestre abitato da un’innocente presenza femminile (Eva di Erica Gallassi) fatta di materie diverse, vegetali anche, e un magico cespuglio di foglie vere e resina trasparente (Disfattismo Temporale di Sofia Signani).

La stanza verde nasce dall’inseminazione di un terreno di ricerca che merita di essere curato ancora, al di là delle occasioni espositive, nelle aule dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna, così come un giardiniere, con pazienza e tenacia, accompagna nel tempo l’energia della natura custodita nel suo recinto.

A primavera del 2013, con una serie di conversazioni dedicate al paesaggio e al giardino, il progetto OPEN GARDEN. Frammenti di paesaggio dall’Accademia alla città… per una vegetazione d’idee in movimento ha fatto scoprire il luogo marginale della sede come una ricchezza inesplorata, tra l’incolto di un ampio giardino poco vissuto, la zona industriale e la Darsena di città. Un punto di partenza di un progetto artistico col quale ripensare gli spazi verdi urbani, re-immaginarli, aspirare a connetterli. L’Accademia era già pronta a partecipare alla prima edizione ravennate di Giardini & Terrazzi con una mostra dei suoi giovani artisti, tra piante ed erbe del Giardino Rasponi, e con il convegno HORTUS (IN)CONCLUSUS. Filosofia, arte e progetto del giardino.

La creatività degli “artisti giardinieri” ha da allora seguito varie piste, non soltanto suggestioni e nuovi materiali attinti alla natura. Prima tra esse l’attenzione agli spazi residuali dove la biodiversità, altrove ricacciata, esplode, seguendo il pensiero il Gilles Clément e l’idea di Terzo Paesaggio (il Manifesto è del 2003) che scardina l’utopia nostalgica di una natura primitiva da ripristinare, per rivelare lo spazio anarchico ma fecondo dei margini e dell’abbandono. Ipotizzare che, anche attraverso azioni artistiche, il margine più vicino (la Darsena, la zona industriale) può divenire territorio di relisienza urbana, dunque un insieme di luoghi in trasformazione con identità non date dall’alto ma frutto di negoziazione, di interventi, di adattabilità, che cambiano la città e, al suo interno, l’esperienza del verde. Rovesciare infine le gerarchie antropocentriche, riconoscere l’alterità, dare la precedenza alla forza vivente della natura. Adottare il principio che la biosfera antropizzata è divenuta un solo, grande giardino planetario, di cui ciascuno sia giardiniere - insieme pensatore e creatore - capace di curare l’orto della vita.

Testo di Maria Rita Bentini

Simona Rinciari -Verde brillante

Attirata dal mistero di filosofi segreti e noti solo a una cerchia esoterica d’amici, come Andrea Emo, o da un similare genere di mistici sfrattati dallo spirito moderno, Simona Rinciari coglie non so che misteriosi legami di filosofia perenne che tessono le percezioni del suo animo. Il suo lavoro artistico, infatti, s’adagia sulla necessità di un produrre a confronto con la natura che altri percorrono (architetti, giardinieri, scultori, ecc.), e non tanto a confronto con artigiani di gioielli. La concezione dell’ornamento che ne deriva, non rappresenta che la sottile e botanica adesione all’idea della natura carpita come maya e potenza dell’arte, così come s’incontra nei Veda (ma anche nell’idealismo platonico), per cui il corpo è inteso come ombra e il mondo come tenebra.

Da ciò la folgorazione che assiste il concetto che l’artista si è formata del regno vegetale, quale luce che ravviva il nesso tra le energie che uniscono. Da ciò pure il fascino per l’afflato del mistico, come essere sinergico, e, in pari, per l’ardore del biologo che avanza or ora nel riconoscere una vita senziente alle piante. Se è proprio della nostra epoca scoprire qualcosa considerato invalicabile ancora al tempo di Darwin, ecco che Simona Rinciari vuole interagire con i precorritori di una sintesi intuitivamente captata, ma in esplicito nesso con le ricerche di uno Stefano Mancuso (arieggiato nella scelta del titolo, Verde brillante) e di Daniel Chamowitz nella fattispecie, senza dimenticare il nome di Gustav Theodor Fechner che precorre tutte siffatte considerazioni. Su tali presupposti, osserviamo ora i gioielli che delimitano l’ambito creativo attuale e della presente mostra.

Per Simona Rinciari, infatti, è la foglia un gioiello vivente. Il ramoscello, un certo seme, guscio, frutto, che trasforma in pendente o anello, esso stesso è il finimento prezioso della completa e totale madre terra. Ma ciò che il processo porta a espressione, non rappresenta la parte assente di vita, bensì quella latrice e divina che Hildegarda di Bingen ha chiamato viriditas. Così la collezione dei suoi anelli e preziosi si fa per un contatto magico o per una somiglianza con tale fulgida energia di cui son figli tutti i terrestri. Vuotati di liquido che siano cotali vegetali, con sapienza d’egizio, gli stessi, a opera simbolica compiuta, ottengono una nuova naturalizzazione dell’arte, indurendo come minerale il sacrificio del verde.

Testo di Luca Cesari

Profumo di Mosaico. Le Fioriere per le vie del centro della Città di Ravenna:

realizzazione di una speranza progettuale.

Profumo di Mosaico è il Progetto di Arredo urbano per le vie del centro della Città di Ravenna iniziato nel 2005 dagli allievi dell’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico di Ravenna, con la guida dei loro insegnanti Elena Pagani e Felice Nittolo su proposta dell’allora Dirigente dell’Ufficio Strade del Comune di Ravenna Arch. Marta Magni, in collaborazione con l’Azienda Galassi di Alfonsine. Uno dei pochissimi esempi, in Italia, di collaborazione tra una Scuola d’Arte e un ente pubblico che, con lungimiranza, ha lasciato liberi i ragazzi della scuola di mettere in campo una metodologia destinata a rimanere nella storia dell’arredo urbano della nostra città; un tipo di progettazione che è partita dallo studio di segni e simboli presenti nel patrimonio iconologico delle nostre Chiese e Basiliche bizantine per poi essere reinterpretati con la leggerezza e la non invadenza che i luoghi e le texture sedimentate nel tempo richiedono. Una metodologia che con rigore ha rilevato prima il paesaggio di segni, a volte utili e a volte inutili e visivamente invadenti, presenti nelle vie in cui si doveva intervenire con gli elementi d’arredo per poi procedere nella progettazione e realizzazione dei manufatti in collaborazione con la fornace Francesco del Re di Tavernelle Val di Pesa Firenze.

Fin da subito, per le sue caratteristiche d’avanguardia, il Progetto ha potuto usufruire di un cospicuo finanziamento strutturale, rientrando nel più ampio Progetto di riqualificazione del centro storico della città ARCHEOLOGIA A RAVENNA - Realizzazione del Museo di Classe e percorsi storici – finanziato dai Fondi Europei POR FESR con il quale si sono potute caratterizzare le principali vie del centro con decine e decine di fioriere, differenziate nella forma e dal tipo di piante contenute, ed armonizzate stilisticamente secondo le caratteristiche della strada stessa.

A tutt’oggi sono state realizzate, con vari materiali di pregio: 105 fioriere per via Cavour, 54 per via IV Novembre, 16 per via Argentario, una per la stazione ferroviaria , alcuni vasi con basamento per l’ingresso monumentale della Cripta Rasponi in Piazza San Francesco, 92 vasi per Via Mazzini, 18 vasi per Via Ricci e 16 per Via Cairoli. Tutti gli interventi, pensati appositamente per il nostro tessuto urbano, si mostrano a bassa voce; non vogliono diventare protagonisti o farsi notare, sono stati realizzati per integrarsi con l’identità formale del luogo, con discrezione e decoro, come momenti di educazione al rispetto, estetica che presiede all’etica urbana dei cittadini e dei visitatori della città. “L’operazione ci appare in tutta la sua prudenziale discrezione, in quanto, così come la serie dei tre diversi volumi delle fioriere bene s’inseriscono nei relativi luoghi dove sono collocate, così l’intervento musivo impresso in quei volumi, più che forzatamente esibito è garbatamente ‘citato’.” (Vittorio Mascalchi, ottobre 2009).

Testo di Marcello Landi, Dirigente Scolastico dell’Istituto d’Arte per il Mosaico “Gino Severini”

Palazzo Rasponi

Via Di Roma, 108
Ravenna 48121 Italia

Immagini correlate
  1. Mariella Busi De Logu, La Grande Pagina 1, s.d.
  2. Paola Babini, Conserviamo la storia. Alberi in provetta, 2008
  3. Mariella Busi De Logu, La Grande Pagina 2, s.d.
  4. Martina Paparo, Skyline
  5. Sofia Signani, Disfattismo temporale
  6. Angela Corelli, Attesa (dettaglio), 2014