Genealogie

Attraverso lo stesso tempo e lo stesso spazio

15 NOVEMBRE 2015,
Io, siamo molte persone. Foto di Stefano Cappelletti
Io, siamo molte persone. Foto di Stefano Cappelletti

Cristina da Pizzano nasce a Venezia nel 1365. Ho letto e riletto la sua vita e mi ci sono ritrovata. Il tempo, quello legato ai nostri sentimenti, a volte ferma il suo respiro per accogliere più voci tra di loro simili. Per questa via Cristina e io ci assomigliamo. Secondo la mentalità del suo e del mio tempo siamo donne "normali".

Cristina forse è stata una bambina e una ragazzina più brava di me. Ci siamo sposate tutte e due molto giovani. Per diverso tempo ci siamo impegnate a rincorrere gli eventi. Poi nelle nostre vite ha preso forma e sostanza la coscienza di essere donne e su questa realtà ci siamo confrontate. Cristina è "...la prima donna che ha concepito se stessa come scrittrice di professione, che si è guadagnata da vivere ed è diventata famosa scrivendo libri...". In questa prima parte tratterò delle nostre origini. E parlerò dei nostri padri e precisamente di quando gli uomini, abbandonato l'universo maschile che li vuole condottieri pronti a uccidere o a essere uccisi e ferrei custodi di quelle tradizioni socioculturali che non prevedono la presenza e il confronto della voce femminile, si affidano alla relazione e vedono l'esistenza di noi donne così com'è.

Il padre di Cristina

Tommaso da Pizzano è professore di Medicina e di Astrologia all'Università di Bologna. In seguito viene chiamato a insegnare a Venezia e poi è invitato alla corte del re di Francia come medico e astrologo personale del re Carlo V il Saggio. Cristina quindi è figlia di uno scienziato e di un intellettuale illuminato che la prende per mano e la conduce nei sentieri fertili della scrittura e della lettura. È il suo maestro ed è la prima persona a comprendere la tensione della figlia verso la conoscenza. La conduce in una delle maggiori biblioteche d'Europa: quella di Carlo V. Per questo si allontana dalle tradizioni del tempo e, abbandonati i ruoli prestabiliti, l'accoglie con quello sguardo ben disposto che vede nell'altra un essere unico e irripetibile e le indica le vie del suo sapere con tutto l'orgoglio e l'affetto di un padre. Sua madre invece ha un atteggiamento più tradizionale. Si chiede a cosa serva a una ragazza tutto questo leggere e studiare, se poi dovrà sposarsi e avere dei bambini e interessarsi alla gestione della casa. Conosce bene il destino delle donne a lei contemporanee e sa che per sua figlia, tra breve, non ci sarà più tempo per le letture.

Mio padre

Quando sono venuta al mondo, quello di mio padre è stato il primo sguardo amorevole che ho ricevuto. Mia madre era molto ammalata; non so se in conseguenza al parto o indipendentemente da questo evento fu colpita da un meningioma che le ha creato poi grandi problemi sia psicologici che fisici. In quelle condizioni così precarie mi ha affidato alla cura paterna. Il mio sguardo, così, fin da subito ha incontrato la grazia e la bellezza di una grande anima. Un uomo di un tempo integro e lontano da quello che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo e di cui avremmo tanto bisogno. A partire dal rispetto e dall'amore per la terra: mio padre tendeva a raccoglierne i segni, a rispettarne i cicli. Era un signore di campagna dal volto nobile e dai modi gentili che si prendeva cura di questa nostra "casa comune" e di tutti gli esseri viventi che in essa abitano. Per lui era impensabile andare in guerra e abbandonare non solo la famiglia, ma tutto un microcosmo che sentiva di dover proteggere.

La sua vocazione: difendere le piccole creature e le persone deboli. Infatti abbandonò il luogo delle ragioni della guerra per inoltrarsi nei campi fertili del senso e della contingenza con una intensità struggente. Per questa ragione volle che le sue figlie attraverso lo studio trovassero autonomia e indipendenza. Con me è stata dura. Non volevo proprio sapere nulla. Il ritornello che mio padre sentiva costantemente ripetere da professoresse e professori - tranne dall'insegnante di Educazione Fisica durante le cui lezioni volavo dalle corde alle pertiche, dall'asse di equilibrio agli anelli - era il seguente: "È presente solo fisicamente, non risponde alle interrogazioni, consegna i compiti in bianco. Non fa nulla!". Il professor Nicoletti, insegnante di matematica e geometria, giudicava i miei compiti inclassificabili, non meritevoli di alcun voto. Alla fine, dopo tanti tentativi, si scoprì la mia vocazione per le discipline pittoriche e a Ravenna, al Liceo Artistico, capii anche la matematica e la sacra geometria di Piero della Francesca. Ed ero talmente brava che appena data la Maturità Artistica mi ritrovai seduta in cattedra al Liceo Classico a parlare d'arte a mie e miei coetanei. Mio padre era riuscito a comprendere la mia strada. Ma la possente passione del "prendersi cura" è sempre segnata da un profondo coinvolgimento che in lui spesso si trasformava in "patire". E così questa sua passione prese una deriva pericolosa soprattutto per se stesso. Ma anche per me.

Sapevo di poter contare nel suo aiuto, sempre. Ma questo "sempre" è volato via velocemente. Troppo coinvolto negli eventi anche dolorosi delle nostre vite se ne è andato come un eroe perdente, disposto per questo anche al sacrificio di sé. E per la prima volta sono precipitata nella disperata consapevolezza dell'essere e del sentirmi sola. Mi sono perduta e ritorno: pare che per ritornare ogni tanto ci si debba perdere. E ritorno a questi due genitori che in secoli così distanti e in contesti tanto differenti hanno impresso nelle loro creature il desiderio della conoscenza. Ed è un fatto del tutto eccezionale. È solo questo che volevo dire.

Mia madre invece la ricordo chiusa nella preghiera e spesso arrabbiata. La sua ira partiva dalla stanza nella quale si trovava, usciva dalla finestra, attraversava la strada, riempiva di sé la città e si dilatava nel resto del creato. Quando trovava pace era una cuoca bravissima, suonava qualsiasi strumento, dal piano al mandolino e scriveva poesie. Aveva un animo dotato di grande sensibilità artistica, ma intricata e compressa da quell'offesa subita - il meningioma- che le ha logorato la vita. Da lei ho preso quasi tutto: l'aspetto, il carattere iroso e la vena artistica che invece ho coltivato con ostinata determinazione. Dal mio babbo invece ho ereditato per via diretta l'angoscia di non riuscire a proteggere per prime le figlie e le nipoti e i nipoti, poi tutti gli esseri viventi. Platano compreso.

Oggi è il 21 giugno. In questi giorni porto sempre con me Cristina. È con lei che parlo e scrivo. Questa sera sono andata a cena al mare e forse ho bevuto un po' troppo, così ritornata a Ravenna, ho preso la bicicletta e lentamente sono andata in giro per la città, con la mente in compagnia di Cristina. Ho evitato la piazza troppo affollata e ho percorso strade laterali, silenziose. Come nei giochi amorosi ho preparato e assaporato la gioia dell'incontro. Sicuramente Cristina non ha mai visto quello che tra breve vedrà. Ecco, questa strada qui, poi quest'altra con gli scavi. Percorro il buio e il silenzio ed ecco di fronte e dentro di me uno degli spettacoli più belli del mondo: Galla Placidia che contempla San Vitale circondata da pini marini e da un platano che sembra un dio sceso dall'Olimpo. Anche questa sera vive accanto alle stelle e alla luna d'avorio e Giove e Venere stanno cullando la sua anima. Sotto la sua chioma, questa sera Cristina e io seguiamo i passi di Teodora e di Galla Placidia. Insieme attraversiamo lo stesso tempo e lo stesso spazio e ancora una volta assaporiamo l'eredità dei nostri padri.