Ravenna ventosa

Nello scrivere e nel nuotare un sapere che viene da lontano

28 GENNAIO 2013,

È domenica. A me piace lavorare nei giorni festivi: deserto e silenzio.

Il mio studio è la residenza del vento che porta quassù aria di mare. Ci convivo da molto e anche in questo momento mi sento come lui. Come il vento porto dagli angoli nascosti al centro e viceversa mulinelli di fogli, di cartelle piene di lavori che mi sfuggono dalle mani. Riporto alla luce opere cadute in ombra, e rimetto in ripiani bui ciò che in questo momento non è utile alla realizzazione del quaderno che, come la mostra, porterà il titolo "nero scarlatto”. Nel ricostruire il processo creativo che mi ha condotta fin qui rivoluziono lo spazio dello studio. C’è un momento in cui la confusione raggiunge la sua massima espressione. Sono immersa in un vortice nel quale tutte le volte rischio di perdermi. Come il vento porto con me tutto ciò che ho trovato e do nuova forma al contenuto del cammino percorso. È una mappa stellare. Per tracciare vie di relazioni, cronologie essenziali, e processi creativi in atto, questa mappa un po’ zoomorfa mi è necessaria. Quando dico che i tempi si sono straniti intendo dire proprio quel che dico. Per dimostrare che i tempi si sono straniti non devo andare lontano. Anzi, rimango qui seduta e ascolto il rumore del vento. Mi è sufficiente alzare gli occhi per avere dall’alto la visione di Ravenna ventosa.

Ravenna ravenna
una volta città di nebbie costruita
ora riportata dal vento alla luce.
Ecco.
E così non potrò più dire che c’è e non c’è,
che ci sono e non ci sono.
L’ampio terrazzo che circonda lo studio riceve non più nebbia, ma vento.
Il vento del nord e quello del sud con i loro venti annessi.
Ma io preferisco la nebbia.
Preferisco i vapori
di fiumi sotterranei assopiti.

È per me insostenibile la responsabilità di tenere ancorato a terra lo studio e i suoi mille oggetti. Qui tutto tende a prendere il volo. E non sono zefiri, non sono brezze, non sono suoni quelli che ora mi circondano, ma tumulti, rumori possenti. È il vento del nord, della brughiera, quello che tira da queste parti. Per arrivare fin qui, deve avere abbattuto foreste intere. Questo vento è vecchio, viene da paesi lontani. Porta con sé il vuoto e lo riempie con tutto quello che ha trovato sul suo percorso. È l’ultimo esponente di quel nomadismo antico – di cui si è persa la memoria – che per necessità apriva i mari e spostava le montagne. Il vento non vive, è. È ovunque. E scarica sulle nostre spalle gli umori, i suoni, gli odori che ha assorbito nel suo percorso. Ma ci sono luoghi con un vento perenne. Lì il vento non arriva e non è. Lì il vento è nato e lì vive. In Irlanda, ad esempio, il vento è di casa. Non disturba, anzi crea variazioni continue di suoni e di colori. È la qualità del cielo, del mare, dei boschi, dei prati, delle città, della gente. Il vento a Ravenna è arrivato per errore, per caso, perché i tempi si sono straniti. Ed ora è qui, nel mio studio.

Che fine ha fatto il corteo di Teodora? M’appariva all’uscita dalla messa, dalla vita in su. Il corteo di capelli rossi e pellicce e gioielli e occhi bizantini, fissi nel vuoto, fendeva banchi d’ovatta opaca. Fruscii, sussurri. Attimi. Come era apparso, così scompariva, riassorbito da cortine di nebbia. Ora altri cortei si stanno formando o si sono già formati alla rinfusa, a seconda di dove tira il vento, appunto. A fatica, venendo dalla collina, mi ero adattata anima e corpo alle millenarie nebbie bizantinoravennati. Mi ero abbandonata al fascino misterioso del c’è e non c’è, del ci sono e non ci sono. Adesso devo ricostruirmi di nuovo. Per necessità devo decidere se ancorare lo studio o abbandonarlo e abbandonarmi al vento. Alleggerire, alleggerirmi di poco, vista la potenza di questo vento e prendere il volo. Devo decidere se darmi al vento, come una volta, poco tempo fa, mi sono data alle nebbie.

Per ora mi do alla scrittura. La scrittura come passaggio dalla nebbia al vento. Scrivere è come nuotare. In tutti e due i casi occorre quasi nulla. Il minimo. L’essenziale. E poi è il corpo che fa. Parlare e camminare possono sembrare più semplici ancora. Ma, almeno per me, è solo apparenza. Con la parola ho grosse difficoltà. Nella parola mi perdo. Inizio e regolarmente non arrivo alla fine. I miei sono balbettii confusi. Penso proprio che il suono della mia voce m’allontani dalla logica e dalla costruzione di quel tanto che c’è da dire. Quel tanto che c’è da dire, mi viene da dirlo con i suoni interiori della scrittura. Nella scrittura trovo il mio ritmo, la mia scansione. Traduco le partiture del corpo. Seguo il mio respiro. E posso farlo solo con carta e penna. Già la macchina da scrivere con il suo ticchettio mi distoglierebbe dalla concentrazione musicale del mio esserci in questo momento. Mi è necessario il fluire della scrittura sul foglio con le scansioni, le pause, i richiami, le divagazioni.

Vengo prima della stampa. Non mi chiedo quale senso può avere oggi il manoscritto. Seguo il mio senso – i miei sensi. So solo che il manoscritto, oggi, ha urgenze diverse rispetto a quelle della sua origine. Mutano le esigenze, rimane il manoscritto. Ma non seguo un modello, seguo un processo. Il mio. E il mio processo comprende il nuoto e la scrittura in egual misura. Dal mio punto di vista, dove sono, non posso dire il nuoto è un esercizio del corpo e la scrittura un esercizio della mente. Penso che il corpo non abbia luoghi privilegiati. La mente non procede da sola nei luoghi alti del pensiero. È il corpo tutto intero a salire o a scendere. Accade così che quando nuoto scrivo e quando scrivo nuoto. Sempre per via di reciprocità e di confluenza quando nuoto traccio, scrivo la scia d’acqua tra terra e cielo. Leggero come una piuma il mio corpo oscilla dolcemente e supera in precisione e magia i celebri pendoli di Galileo e di Foucault. L’oscillazione scandisce il tempo del respiro e della bracciata; il corpo si allunga, accarezza e viene accarezzato dall’aria, dall’acqua. In armonia con gli elementi traduco, scrivo uno stato di grazia. Lo stato di grazia della leggerezza, dell’armonia, del piacere, della libertà. Come posso scrivere solo a mano, così posso nuotare solo nel mare. Nuotare in piscina è, per me, una sofferenza. In piscina, il nuoto diventa solo un esercizio di mantenimento e rafforzamento muscolare. Scompare lo stato di grazia. C’è nello scrivere – a mano – e nel nuotare – in mare – un sapere e un abbandono che vengono da lontano. M’abbandono alla memoria e al presente, al foglio, alla penna, all’inchiostro, all’acqua. Alla memoria: la nebbia. Al presente: il vento. Il vento che increspa il mare e rende più difficile il nuoto, lo complica. Là un mare d’onde e qui un mare di scrittura. Ma anche là onde e qui onde.

Forse in questo mondo non c’è un malanno che non sia stato – che non sia – un bene. Come il vento. Come il vento quando si mette a soffiare ed entra nel nostro corpo e ci stimola e ci deprime. Il vento agita, porta in superficie, porta allo scoperto i nostri nervi fragili. Senza ostacoli il vento entra velocemente nel nostro corpo e ne riesce altrettanto velocemente con le nostre passioni un po’ in disordine. Ci ripulisce. Ci scuote, ci tormenta come la nostra coscienza. Il vento è un’esagerazione, un fastidio, una complicazione, ma non c’è, come dicevo prima, un malanno che non sia stato o non sia un bene; il vento, come in questi giorni, è generoso, regala acqua marina e cieli e tramonti e orizzonti smisurati di grande bellezza.

Ma che cos’è la bellezza?
In primo luogo, la bellezza, così da sola, non si sostiene. Come altri valori assoluti è un’astrazione di nessun conto. Alla bellezza quindi dovremo aggiungere un punto di riferimento. Condivido il pensiero di Stendhal secondo cui la bellezza è una promessa di felicità. In questo momento, per me, la promessa di felicità è tutta nel mare. Ognuna e ognuno di noi avrà la sua risposta o le sue risposte destinate poi a variare in tempi più o meno brevi. In secondo luogo, la bellezza, grande o piccola che sia, effimera o duratura, deve essere riconosciuta. L’altro giorno, mentre in riva al mare guardavo un tramonto per me di grande bellezza, mi si è avvicinato il bagnino (laureato in geologia) e mi ha detto: “Ma lei deve andare alle Maldive, lì sì che ci sono tramonti veramente belli!”. “Lo so”. Ma so anche che il mondo si è riempito di sguardi accecati e di passi inutili. Per questa ragione mi accontento di tramonti vicinissimi a casa – tramonti nostrani a portata di mano. I viaggi organizzati e i villaggi turistici con animatori, ormai diffusi in qualsiasi parte del mondo, sono lo specchio fedele di un’accelerazione dei tempi che permette di guardare e consumare quanto più si può nel minor tempo possibile. E allora? Allora va tutto bene. Nonostante io abbia qualche perplessità, siamo libere e liberi, se possiamo, di andare. Di andare, magari guidati e pilotati da altri, ma è sempre un andare. In estate, dalle nostre parti è caldo, e allora via in paesi freddi, ma anche in paesi più caldi; in inverno qui è freddo e così, via in paesi caldi, ma anche in paesi più freddi. Con i viaggi organizzati si ha la possibilità, come dicevo prima, di guardare molto in tempi brevi. Più lontano si va, più foto digitali e video si portano a casa. Più lontano si va, più materiale fotografico si porta a casa per annoiare la già annoiata compagnia dei soliti amici e dei soliti parenti i quali, a loro volta, al ritorno dall’ennesimo “viaggio organizzato”, esibiranno lo stesso bottino. Non ho nulla contro foto digitali e video; sono strumenti e quindi sta a noi decidere come, dove e quando usarli.

Ecco. Penso proprio che chi, nei tempi limitati dei viaggi accelerati s’impegna in foto digitali e video, fissi la memoria di quel che in realtà non vede. Sbarazzarsi velocemente di viaggi, cibo, abbigliamento, oggetti, divertimenti, amori, amici. Perderne la memoria per incamerare altrettanto rapidamente nuovi viaggi, oggetti, cibo, divertimenti, amori, amici, abbigliamento. C’è in atto una strana ingordigia che ci conduce velocemente – ci siamo già – alla cecità e all’ignoranza. Mi sembra che le cose stiano prendendo questa piega. Forse sto sbagliando. È così, ma può essere tutta un’altra cosa. Come il vento. Se tento però di capire “l’altra cosa” peggioro la situazione: vedo questa strana ingordigia pilotata, vedo grandi manovre fuori di noi. Vedo una scintillante ovattata schiavitù. Ma come tutti noi, essere imperfetti, ho alcuni limiti. Tra questi, la lentezza non mi permette nessuna forma di accelerazione. Sono lenta. Già l’espressione “in tempi brevi” mi mette angoscia. Per essere in sintonia con l’attuale accelerazione dei tempi è necessario correre e non fermarsi mai. Io invece vado lentamente. Come una lumaca. E come un lumaca mi guardo attorno. Mi fermo. Entro in relazione con ciò che mi circonda. Vedo e riconosco.

L’accelerazione dei tempi permette solo l’azione dello sguardo. E lo sguardo viaggia in superficie, velocemente. Non c’è più tempo per fissare, per mettere a fuoco la vista. Per vedere è necessario scendere in profondità e per farlo ci vuole tempo e concentrazione. I tempi si sono straniti e io da questi tempi mi sono estraniata. Ho preso la direzione opposta. Vedere e riconoscere fanno parte della scansione del mio tempo. Che sia un malanno non so: so solo che in questo mondo non c’è un malanno che non sia stato o non sia un bene. La predisposizione innata alla lentezza – un limite – mi permette ora di vedere e riconoscere. In questo caso la grande bellezza del mare al tramonto. Qui a Marina di Ravenna. Naturalmente al bagnino non ho detto nulla. La mia risposta è scritta qui. Infatti rimane la circostanza per la quale, se nella parola mi perdo, nella scrittura trovo sempre casa. Quest’anno è la mia residenza estiva. In realtà altre erano le conversazioni in atto. Perché la bellezza, quando la riconosciamo, ci colpisce e noi rispondiamo. E la risposta al dono del vento è nel mare e io. Sento il mare rispecchiarsi nella mia persona e non lo posso dimenticare, a meno che non dimentichi me stessa e la mia casa.

Sono trascorsi cinque anni e a Ravenna l’aria si è fatta più pesante.
Cosa posso regalarti, Ravenna ventosa e accecata? Ti regalo quelle due o tre passioni che hanno annichilito le mie giornate. Ci sono passioni che mutano nel tempo e altre che non demordono. Resistono. I miei pomeriggi. Ti regalo questi torridi pomeriggi, inchiodata al tavolo bianco che cresce con me a misura dei miei lavori. Mi ha seguita per tutte le strade e ha portato e porta le mie radici sino in fondo alla terra. Ancorata all’orlo del tavolo – fronte, gomito, curva dei ginocchi compresi – ostinatamente non mollo. Occhiali, temperini, matite colorate, lenti, corpi estranei, corpi contundenti, penne, pennini, pennelli, libri, sassi, acquerelli, bicchieri d’acqua colorata e fogli. Fogli sparsi ovunque. E fotografie e ancora libri. Io nell’angolo estremo osservo questa città muta e scrivo con una piccola matita nera.

Dal volume: RAVENNA ravenna, Editrice dell'Altritalia, Roma, 2011