Spaghetti numero tre

Ho cento anni e voglio morire

9 DICEMBRE 2016,
Vecchiaia
Vecchiaia

Ho cento anni e voglio morire. Da oggi non mangio più, è l’unico modo, mi spiace per Ermida che rimarrà sola ma io non ne posso più. Quando la guardo mi chiedo cosa mi è venuto in mente di sposare una donna che ha venticinque anni meno di me. Mi gira intorno con la malizia di sempre, bella, procace e furba, si sente ancora giovane tanto che ieri mi si è messa di fronte a gambe larghe, ha sbottonato la camicetta e l’ha aperta per mostrarmi i seni, con la mano a coppa ne ha sollevato uno, si è chinata e me lo ha messo sotto il naso. Sa bene che il suo odore mi smuove, anche se ormai qui di organi in movimento a parte questo maledetto cuore, non ce ne sono più molti, ha sorriso, mi ha regalato un’occhiata di quelle che sa fare quando vuole essere sensuale e se n’è andata ridendo come una matta.

Da troppo tempo sono inchiodato su questa sedia a rotelle, il primo attacco serio l’ho avuto quasi vent’anni fa, ero rimasto bloccato per sei mesi senza poter muovere un dito e lei, un pomeriggio di pioggia, ha piazzato la carrozzina davanti alla finestra che affaccia sulla legnaia e lì, davanti a me, si è fatta un tipo che non avevo mai visto, io potevo muovere solo le palpebre che comunque non ho chiuso. Le ho perdonato anche questo, le perdono sempre tutto e lei lo sa per questo si comporta in questo modo ma adesso ho deciso di non darle più soddisfazione, mi limito a sorridere, qualunque cosa faccia e questo la manda in bestia, così a modo suo, mi diverto un po anch’io’.

Oggi ha di nuovo spinto la carrozzina davanti alla finestra, mi aspettavo di vederla nella legnaia con qualcuno e invece ha voluto che la guardassi mentre rubava la legna a suo cugino che abita nella casa accanto. Va avanti e indietro con i ciocchi di legno nelle falde del grembiule e a ogni giro mi guarda con quello strano mezzo sorriso che ha quando fa le marachelle o almeno quelle che lei chiama così, per esempio farsi uno davanti a me. Spero che la scoprano ma certo non sarò io a fare la spia e lei questo lo sa e questo suo coinvolgermi a forza è solo un modo per regalarmi un sottile senso di colpa.

Eccola, sta tornando in casa, sento i suoi passi e mi fingo addormentato, lascio cadere la testa sul petto e respiro con regolarità. Si ferma alle mie spalle e non sa che fare, io dentro rido di gusto. Mi si mette di fronte, sento che mi sta osservando, vuole capire se dormo veramente. Mi sfiora la mano, la solleva un po’ e la lascia cadere. Io, niente, nessun segno di vita, respiro regolare, so che sta architettando qualcosa ma non riesco a immaginare cosa poi sento che si avvicina, stringe dolcemente la mia mano e se la porta tra le cosce. È senza mutande, sento il morbido dei suoi peli e le sue grandi labbra. Si muove avanti e indietro e comincia a gemere, sento forte il suo odore e allora spingo delicatamente un dito dentro di lei che emette un gridolino di piacere. È un attimo, subito si scosta ridendo. «Ci sei cascato, ci sei cascato» canticchia uscendo dalla stanza. Questa è lei, da sempre, non è mai cambiata e a volte mi vien da pensare che sia un po’ matta ma a me piace così, non posso farci niente.

Ho cento anni e voglio morire, lo dico sempre, ma lei con questi trucchi mi fa restare. A volte penso che forse questo è amore o almeno affetto, altrimenti se ne sarebbe già andata, non ho poi mica tanti soldi. Comunque, conoscendola, è meglio così che se fossi ricco chissà cosa le sarebbe venuto in mente non voglio nemmeno pensarci, la so capace di tutto. In ogni caso, da tre giorni non mangio più, ho deciso, voglio morire.

È il quarto giorno non ho toccato né cibo né acqua, strano, oggi ho un languore che non mi aspettavo, sarà per via di quel che sta cucinando, c’è nell’aria un profumo buonissimo. Fammi pensare, ha cominciato con un banale soffritto di cipolla che ha poi profumato con un aroma che potrebbe essere timo o forse maggiorana, poi, dallo sfrigolio direi che ha aggiunto del vino bianco e questo, è profumo di capperi. Ho sempre adorato i capperi, tanti anni fa a Palermo ne ho comprati di piccolini, erano fantastici ma qui non li ho mai trovati; pomodoro fresco o passata non riesco a capire e menta, ecco, ha aggiunto una foglia di menta che rinfresca il tutto. Il mio sugo preferito, sta preparando il mio sugo preferito, non lo fa da anni, è assolutamente perfetto con gli spaghetti numero tre.

Eccola che viene con un piatto fumante, in fondo credo che mi voglia bene. Si siede di fronte a me e senza guardarmi prende ad arrotolare gli spaghetti sulla forchetta, apre la bocca e li fa sparire socchiudendo un poco gli occhi, una forchettata dopo l’altra senza degnarmi di uno sguardo, sino all’ultima con la quale si sofferma a mezz’aria e con noncuranza mi dice: «Ne vuoi?». Non aspetta la risposta e li succhia emettendo una specie di sibilo di piacere, poi, senza curarsi del sugo che le ricopre le labbra si alza e se ne va. Resto a bocca aperta, con lo sguardo fisso sull’ondeggiare del suo bel culo che sparisce in corridoio.

Quinto giorno, non ho più fame, ho dovuto bere un sorso di caffè per non turbare Caterina la mia bella nipote che è venuta a trovarmi, non so come spiegarle che voglio morire, credo non capirebbe. Eccola che torna. «Tieni nonno, dai, mangia qualcosa» e mi mette sotto il naso un piatto di spaghetti numero tre, col mio sugo. Muoio dopo.