Tappeti d'acqua

Le metamorfosi dei miei tappeti a Marina Romea

15 AGOSTO 2013,
Foto di Gerardo Lamattina
Foto di Gerardo Lamattina

Oggi è il 23 luglio e anche in questo appartamento, del tutto simile ad una ghiacciaia, fa caldo. Finalmente. Guardo la valle dalle acque di smeraldo.

In autunno, la natura, mi regala tappeti di foglie dai colori intensi proprio nel giardino di casa e nei luoghi della città dove ancora persistono dimenticate bellezze. In primavera i miei tappeti si danno al vento lungo l'argine del fiume. Nei tappeti estivi, qui a Marina Romea, mi ci tuffo. Sono d'acqua marina e di valle. Lo ripeto spesso; derivo direttamente dalle sirene, sicuramente dai pesci.

È proprio così, il mare è il mio elemento naturale. C'è chi sta bene con i piedi ben ancorati nella terra, i miei piedi trovano pace solo dentro l'acqua. Questa è la stagione nella quale i tappeti accolgono tutti i miei sensi. Negli altri periodi dell'anno è soprattutto la loro visione che mi commuove. Ora, in estate, mi avvolgono, mi conducono lontano, a tutte le ore del giorno. Per me compiono metamorfosi. Al mattino, appena sveglia, il giorno lo riconosco dalla calma distesa dell'acqua della valle.

In lei non mi immergo ma con lei converso. La sua tessitura è appena percettibile. Rimanda la calma del risveglio. Questo tappeto è di un tenue colore azzurro tendente al grigio. Ideale per la mia prima colazione. I suoi, sono movimenti appena percettibili. Come lui parto lentamente. Lentamente mi preparo ad accogliere una quotidiana felicità.

In bicicletta raggiungo, con quaranta minuti di ritardo -tanto è il tempo che regolarmente impiego per uscire di casa; lentezza eccessiva, smarrimenti, ripensamenti, andate e ritorni, chiavi che si sono nascoste- il più vasto e brillante tappeto che la natura abbia mai realizzato.

I telai delle Dee hanno tessuto per secoli questa meraviglia. E il sole e i venti e la luna ne governano le metamorfosi. Da lui dipende l'andamento armonico della mia giornata. Se la sua tessitura brilla calma e rilassata al sole, pronta ad accogliermi, sarà sicuramente una buona giornata. Se invece il vento crea un tappeto di onde, innervosita, giro la bicicletta e me ne ritorno nel mio rifugio, qui nella valle.

Ma la mia anima melanconica cade in depressione. La sola perfetta condizione, per me, risiede nell'acqua. Quest'acqua salata ripulisce il mio spirito da profonde tristezze e ne riemergo sfinita ma in piena rinascita. Nuoto, per un'ora abbondante e quando mi ritrovo un po' lontana da riva, sospesa tra cielo e mare, allargo le braccia e "faccio il morto" avvolta da questo tappeto fatto di nostalgia.

Deve essere così, il cielo e il mare sono fratelli gemelli. Anzi, il mare è cielo caduto per la distrazione di una Dea o per il desiderio di essere luce. Anche io che mi faccio cullare dal suo eterno movimento, sono un angelo caduto. La stessa origine. Sento il mare rispecchiarsi nella mia persona e con lui mi confondo.

In autunno, in tempi lontani, mi lasciavo cadere nei tappeti di foglie; con le mani le muovevo, le facevo volare in aria, ne mettevo in luce il suono. In primavera, nelle colline cesenati, le spighe di grano dei miei tappeti si piegavano sotto corpi di fuoco ardente. Lo so, anche tra me e le foglie e i campi di grano ci sono antiche parentele; sono i tappeti di quella bambina ribelle che ostinatamente non mi abbandona. Ma d' estate, divento acqua chiara. Cambio stato. Il mare, già in lontananza, mi sorride. Sono una creatura dell'acqua e tra noi circola una bell'aria di complicità.

Nella contemplazione vedo e ascolto le metamorfosi quotidiane di trasparenti e luminosi tappeti scendere in me.

Il sole al mattino rende l'acqua marina preziosa come il cristallo, e anche questa sera la luna tesse il suo tappeto di luce. Alta, lontana, in un crocevia di stelle, traccia vie d'acqua sempre più ampie. Qui nella valle, nell'ora del tramonto, quando il sole inizia a tuffarsi nella pineta, il chiaro dell'acqua diviene d'argento e al centro prende forma la scia di fuoco. In questo momento il fuoco e l'acqua convivono in perfetto equilibrio. Metamorfosi in crescita. Il cielo continua a tessere trame d'oro, d'argento e di corallo e le distende qui, ai miei piedi. Mentre osservo tanta grandezza, divento acqua, fuoco, cielo. E prima che la notte ingoi tutto lo sfarzo di questo tramonto, difronte e dentro di me una striscia di fuoco ancora persiste. Resiste a questa notte che decreta una fine e insieme l'inizio di un'altra visione. Salgo in bicicletta, attraverso il lungo sentiero che porta al mare e attendo che la luna tracci la sua luminosa via marina.

Sabato 3 agosto. Leggo in un quotidiano che dal delta del Po fino a Ravenna è in atto una moria di pesci; 50 km di battigia ricoperta da cadaveri di pesci. Li portano via con i camion. Il mare uccide le sue creature. Ma lui non c'entra, è la risposta della natura alle azioni aggressive e delinquenziali che gli uomini le continuano a perpetrare con accanimento sconsiderato. Mare, fiumi, valli, montagne e tutti gli altri elementi insieme agli esseri viventi sono, per noi, "cose" da sfruttare. Cose separate dalle nostre vite. In questa circostanza le cause sono dovute soprattutto ai veleni industriali e a quelli delle monocolture intensive che regolarmente vengono scaricati nel grande fiume. Azoto e fosforo e altri componenti presenti nei pesticidi provocano inoltre la fioritura di micro alghe e i miei tappeti di acqua marina diventano rossi, verdi e marrone scuro. Nei lidi ferraresi è già apparso un comunicato che proibisce la balneazione.

"Il mare che uccide i pesci può fare male anche agli umani." Ma guarda che stranezza, chi l'avrebbe mai detto! Noi, i pesci. Un'antica parentela... Oggi sento una tristezza immensa; lunga 50 km. E come ripeto spesso, più che viva sono una superstite. Faccio parte di quelle migliaia di pesciolini che si spingono fin quasi toccare la spiaggia perché il fondale basso, a contatto con l'atmosfera, permette l'ossigenazione. Li vedo al mattino quando mi immergo nell'acqua marina e sento aumentare sotto i piedi le alghe.

E prima che arrivi anche per me l'ultimo respiro, racconterò del grande inganno, racconterò questi giorni di tenebra fitta nei quali è diventato impossibile un rapporto incruento con la natura e con le specie.

Foto: Gerardo Lamattina