La città delle donne

Nei luoghi della contingenza

15 DICEMBRE 2015,
Mariella Busi De Logu, L'incantamento. Foto di Valeria Nonni
Mariella Busi De Logu, L'incantamento. Foto di Valeria Nonni

Siamo all'inizio del XV sec. e vedo Cristina da Pizzano costruire il libro La città delle donne. Nelle miniature all'interno del libro si fa rappresentare dalla sua cara amica Anastasia (la più brava tra miniatrici e miniatori) mentre lavora con la cazzuola e le pietre. Costruisce le mura della sua città e la riempie di tante cose. In compagnia di Dama Rettitudine dà forma alla città usando i materiali più pregiati. Costruisce strade, piazze, giardini, luoghi pubblici e privati. Per le donne che ospiterà, vuole gli spazi più accoglienti che mente umana abbia mai progettato. Completa l'opera, con Dama Giustizia e la popola delle donne migliori. Va così alla ricerca di una genealogia femminile. Può sembrare un percorso strano fatto da lei che ha ricevuto dal padre, attraverso lo studio, il dono della propria autonomia. Ma è proprio percorrendo la via della conoscenza che incontra da donna libera l'oppressione delle altre. Contemporaneamente mette in atto un nuovo punto di vista, quello femminile, per ribaltare la cultura maschile che richiede profonde mutazioni.

Crea questo nuovo campo visivo insieme a Dama Ragione. Con lei indaga le cause dell'oppressione delle donne e della misoginia maschile. Infatti questo libro nasce come risposta a tutte le teorie maschili sull'inferiorità femminile. Cristina non ne può più di riflettere e di discutere anche pubblicamente su questi argomenti. Accoglie le sue simili nel luogo prediletto e inizia col parlare di sé. Così ci racconta come le è nata l'esigenza interiore di costruire questa città: "È sera, sono stanca e in studio per rilassarmi prendo dalla libreria Le lamentazioni di Matheolus che appartiene a un genere molto fortunato fra i libri comici e narra di un uomo sposato che si lamenta con gli altri uomini del matrimonio. Lo apro, poi in quel momento mia mamma mi chiama per la cena. Quando al mattino mi sveglio, ricordo quel libro che non ho letto la sera prima. Lo riprendo, inizio a leggere e non lo trovo per niente divertente. Anzi mi fa arrabbiare. Ritrovo ancora gli stessi luoghi comuni presenti in altri libri: una moglie è la rovina, prima eri libero, non fidarti perché lei spenderà tutti i tuoi soldi e penserà solo ai vestiti e altre sciocchezze simili. E gli uomini ci credono e tutti ripetono che la donna è debole e Dio l'ha fatta per piangere, parlare e filare. Ma quanti libri dicono queste stupidaggini?".

Io la vedo quando vengono in suo aiuto Ragione, Rettitudine e Giustizia e le sento quando le consigliano di costruire la città fortificata in cui le donne possono trovare riparo. Cristina vi ospita le donne della Bibbia, della storia e le altre che hanno fatto cose eccezionali, ne racconta le vite e si fa testimone del loro valore nella storia e nella vita dell'umanità intera.

Sono con lei quando vede che solo gli uomini sono dotti perché le bambine non possono andare a scuola e sprona le donne a ribellarsi, a non essere prigioniere di ruoli precostituiti. Cammino nelle strade, nei giardini della città delle donne e insieme a loro trovo casa. Lì è la mia residenza. Percorro questo territorio fertile e seguo Cristina quando unisce in un unico percorso il suo pensiero, quello delle donne del passato e dato che ci sono anch'io, pone le basi per quelle del futuro. È la prima scrittrice di professione che vive del suo lavoro, scrive per sé e per i committenti, al di fuori delle mura del convento. La sua scrittura porta i segni di esperienze personali che si dilatano poi nella storia e nella realtà attuale. Le sono accanto in tutta la sua produzione letteraria e ritrovo quello sguardo che vede il contrasto tra un femminile proteso alla protezione della vita e un maschile che predilige lo scontro, la distruzione, la morte. E mi piace pensare che Anastasia sono io. Sono io che dipingo Cristina sempre con lo stesso vestito blu e il copricapo bianco con due punte.

14 novembre 2015

Sono passati 700 anni. Un soffio.
Questa mattina il mio incedere è regale. A cavallo della mia bicicletta ho percorso chilometri e chilometri su un tappeto di foglie d'oro e di rosso corallo. Un vento leggero fa volare altre foglie e così l'aria compie la sua danza dorata. E a me pare che la natura annunci il suo lungo riposo invernale dando un'immagine di sé di grande bellezza fluttuante e romantica; luce, colore, suono in questa stagione s'incontrano e compongono una sinfonia potente.

I miei pensieri corrono veloci verso la città delle donne di Cristina e condivido questo lungo viale d'autunno con le altre. In questo tempo di notte fonda penso a grandi spazi condivisi in stato di libertà e autonomia. Ritorno a riappropriarmi di uno sguardo salvifico nei confronti della natura e degli esseri viventi in quanto unici e irripetibili. Mi riferisco a uno stato di appartenenza. Ad antiche parentele. Penso a questa città così intensamente che semplicemente continua a vivere nelle mie giornate nei luoghi della contingenza, dell'intenzione del senso.