Ritratti in bicicletta

Seconda parte. Concerto a più corpi

15 MARZO 2016,
Protesta di donne in bicicletta a Milano
Protesta di donne in bicicletta a Milano

In questo tempo di notte fonda dono la vita di donne del passato e del presente a una voce maschile perché solo insieme sarà possibile ritrovare grazia e bellezza.

La Peppa e la Maria.
Siamo un'accoppiata sempre impegnata "a faticare". Lavoriamo la terra in una tenuta dei Conti Rasponi. Siamo gemelle e abbiamo sposato due fratelli: anche loro lavorano la terra ma quando ritornano a casa stanchi e affamati, si riposano e mangiano. Noi no. Nel nostro tempo non c'è il luogo del riposo. Il nostro tempo si consuma al servizio degli altri e si allarga a dismisura nel governo della casa, dei campi, dell'orto, degli animali e di altro ancora. Giorni e notti e sole e pioggia e vento e neve e caldo e freddo; è tutto nelle nostre mani. Quando gli uomini, finito di mangiare, ci lasciano i loro avanzi, nella nostra mente nasce un'incrinatura, un dubbio, una specie di cedimento e sottovoce ci diciamo che non è giusto. A volte ne parliamo con la dottoressa Isotta e Giorgina e loro ci aiutano in cento modi. Ogni tanto viene a trovarci la nostra padrona, Augusta Rasponi del Sale. Viene insieme a tanti bambini e ci chiede di accompagnarli in visita ai campi, alle piante da frutto e agli animali dell'aia. A noi e ai nostri figli fa piacere giocare con loro e prepariamo per tutti una bella merenda. Siamo nate all'inizio del secolo e abbiamo vissuto talmente tanto che non ne ricordiamo più la data.

Francesca
Sono l'ultima nata di sette fratelli e sono stata amata e coccolata da tutti. Non so come e non so perché (visto il mio carattere forte ed espansivo) mi sono trovata a 21 anni sposata e innamoratissima di un uomo che aveva un'unica vocazione che la si può riassumere con il detto "ogni lasciata è persa". A noi donne quando ci innamoriamo spesso ci si confondono le idee; diventiamo vittime consenzienti di ricatti affettivi e rendiamo i nostri uomini una specie tutta particolare di handicappati privilegiati. Per amore infatti l'ho servito come un gran signore. Ho lavorato come di più non si può. Sola come un cane randagio mi sono dedicata a lui che neanche mi vedeva, a mio figlio, alla casa, al negozio. Quando ci penso mi vergogno per quel tanto che ho fatto e rifatto senza nessun riconoscimento. Il mio corpo era preso dalla tarantola e la mia coscienza si ribellava fino al giorno che mi è caduta la forchetta e non l'ho più raccolta. Col tempo mi sono costruita un cerchio entro il quale nessuno può mettere neanche la punta del piede perché sono così forte che potrei dare anche un cazzotto sia simbolico che reale. Con le amiche vedo mostre e città d'arte. Leggo, vado al cinema e faccio lunghe passeggiate. Mio marito ora è incollato davanti alla televisione, mi vorrebbe lì, ma io sono là. Fuori. E se ha bisogno del mio aiuto me lo deve chiedere. Non tutto è risolto ma non mi sento più l'unica responsabile.

Maria Goia
Sono nata a Cervia nel 1878. Mia madre è una lavandaia e mio padre un salinaio. Fin da subito ho conosciuto la povertà e lo sfruttamento. Dalla natura ho avuto il dono di un bel parlare, come cantano le amiche e gli amici, "Evviva la Maria Goia con il suo bel parlar" e così per tutta la vita ho lottato per realizzare le idee socialiste, con una presa diretta sulla condizione economica e sociale delle donne: non volevo che fosse esclusa la drammatica oppressione della civiltà patriarcale sulle donne. Ho lottato per il nostro diritto al voto e per la parità di trattamento per le lavoratrici, anche per quelle casalinghe che vedono ogni giorno distrutto quello che fanno. Durante il periodo bellico, attraverso la stampa e i comizi mi sono battuta con tutta la potenza dello spirito e della mente contro le guerre presenti passate e future. E per farlo sono partita proprio da noi donne come portatrici di futuro. Noi abbiamo energia, pensiero, coraggio, dedizione, attenzione, senso. È di questo che ha bisogno un mondo di pace. Siamo la metà del genere umano e non possiamo continuare ad assistere impotenti all'ennesima preparazione di catastrofi. Nel 1919, verso la fine della mia vita, molto ammalata, sono ritornata a Cervia, ma anche questa volta sono partita per recarmi, tra gli insulti dei fascisti, a rincuorare la madre di Giacomo Matteotti e porgere un saluto alla sua tomba.

L'8 settembre del 1943 ascolto, di fronte alla questura, il comizio improvvisato di Arrigo Boldrini "Bulow". A un certo punto ci accorgiamo che arriva la Polizia per arrestarlo ( o arrivano i fascisti per catturarlo). In un attimo lo carico sulla mia bicicletta e lo porto in un rifugio sicuro. Inizia così il mio impegno nella Resistenza. Sono Natalina Vacchi, detta Lina. Una ragazza madre e mia figlia porta il mio cognome perché ho rifiutato il riconoscimento dell'uomo che mi ha lasciata. Lavoro come operaia nella fabbrica della Callegari. Nel 1942 mi sono iscritta al Partito comunista. Ho poi fatto parte della Resistenza e come dirigente politica sono riuscita a coinvolgere altre amiche, operaie come me. Il 18 agosto 1944 un partigiano uccide un repubblichino, scatenando l'immediata reazione dei fascisti. Sono venuti a prendermi all'alba. Insieme ad altri 11 antifascisti, mi hanno incarcerata e senza alcun processo mi hanno condotta al Ponte degli Allocchi. Ho assistito alla fucilazione di 10 compagni e all'impiccagione dell'ultimo prima di me. Al massacro ho risposto a modo mio: mi sono messa il cappio al collo e ho dato un calcio alla sedia. L'ultima cosa che ho visto: il cielo. Un blocco d'azzurro intenso, alto, lontano.

Siamo le partigiane senza nome. Noi siamo una moltitudine: insegnanti, operaie, contadine, casalinghe. Abbiamo aiutato in mille modi i nostri uomini mettendo quotidianamente in pericolo le nostre vite. Abbiamo conosciuto la violenza, l'ingiustizia, la distruzione; il lato oscuro dell'umanità e abbiamo lottato per riportare la pace. Quando la guerra è finita abbiamo ripreso i nostri lavori, consapevoli che la cosa andava fatta.

Sono Giuliana Anicia, pronipote di Galla Placidia e figlia di Imperatore. Nel Vl sec. d. C. ho abbellito la città di Costantinopoli e il popolo di questa città mi ha donato il primo Codice miniato del Dioscoride con più di cento immagini di piante medicinali. Giustiniano è venuto ha chiedermi una bella somma per una sua guerra ma io gli ho risposto che avevo speso tutto il mio patrimonio per la costruzione di una chiesa in onore della Madonna e per il restauro di altri edifici. Al calar del sole in un caldo pomeriggio estivo del 2011 un gruppo di ragazze di rossa passione vestite hanno deposto in riva al mare una grande pagina del mio codice realizzata in ceramica. Le voci del coro, i profumi degli incensi e i suoni dei musicisti mi hanno riportata alla luce. Da quel giorno risiedo nella mente e nel cuore di Mariella, l'ideatrice di quel evento.

Sono Cristina.
Quando penso e ricordo Giovanna D'Arco vedo mia mamma, mia nonna, la mia bisnonna, la sorella della mia mamma che non chiamo neanche mia zia tanto era la sorella della mia mamma. Le vedo schierate, il plotone delle donne che avanza, qualcosa che è di una potenza, di una strepitosa vitalità. Voglio aggiungere che sono anche una solitaria, una beduina disposta a tutto, al vento, alla sabbia, soprattutto alla solitudine che significa il confronto con se stesse. Beata chi ama la solitudine, significa che ha un bel mondo dentro con cui vivere. Chi però ha questo bel dono lo deve poi ridonare per averne completamente il piacere. È tutto un discorso di vasi comunicanti: io ho bisogno del mio silenzio per arricchirlo in qualche modo e poi donarlo e poi di nuovo riempirlo... e così scorre la vita.