Da parecchi anni la mia attenzione torna spesso, sempre più spesso, sull’interrogativo che, per la prima volta, formulai nel mio libro Superclan (Feltrinelli 2003). E su cui ritornai, con un intero capitolo del mio libro “Invece della catastrofe” (Piemme, 2016). Come pensano, cosa pensano i “padroni universali”? C’è una spiegazione. Questa ricorrenza è connessa con l’acuta sensazione del peggioramento della situazione internazionale e dell’accumularsi di condizioni sempre più critiche in numerosi campi dell’organizzazione sociale, dell’economia, degli equilibri ambientali, degli sviluppi scientifici e tecnologici, ecc.

Sono arrivato a questa domanda dopo avere compreso che costoro, i “padroni universali”, esistono davvero e che, in quanto dotati di un potere immenso, probabilmente senza precedenti nella storia umana, essi devono avere idee corrispondenti alle dimensioni del loro potere. Comunque specificamente plasmate dalle esigenze che il loro stesso potere impone loro.

Ma cosa significhi tutto ciò è materia da scandagliare interamente ex novo, come del tutto nuove sono le dimensioni del loro potere che, io credo, abbiano modificato sostanzialmente i parametri della questione. La storia e la letteratura ci possono offrire parecchie indicazioni in merito, ma una elementare considerazione di partenza ci dovrebbe mettere in guardia: sarà difficile che si possano ricavare risposte attendibili dal Principe di Niccolò Machiavelli, né dalle Memorie di Adriano, che poi erano quelle di Marguerite Yourcenar, né da quello che sappiamo dell’idea del Potere di Pietro il Grande o di Napoleone Bonaparte, o di un imperatore della Dinastia Ming, per fare qualche esempio. È l’ordine di grandezza, appunto, che non è confrontabile con il metro di misura dei poteri che essi sperimentarono e esercitarono.

I “padroni universali” sono davvero universali, nel senso preciso che l’ambito del loro potere travalica quello di un esercito, di uno stato, di un continente. Essi dispongono di un potere planetario. E non solo in termini di moltitudini umane, di cui essi possono decidere il destino di vita o di morte. Essi, in realtà, sanno di poter decidere, in molti sensi, anche del destino dell’ecosistema, cioè della loro sopravvivenza e di quella dei loro figli.

Ho introdotto qui, in questa frase, due elementi concettuali di estrema importanza cognitiva. Ho scritto “loro sanno”. Ma c’è un interrogativo da sciogliere: davvero “sanno”? Davvero si rendono conto? E fino a che punto? Direi che “qualche cosa sanno”. Sanno certamente molto di più dell’immensa massa dei loro sudditi. Dispongono, è ovvio, della conoscenza massima di cui dispone l’umanità contemporanea. Il fatto è che una tale conoscenza, sebbene li ponga in una condizione di assoluto privilegio, è molto scarsa rispetto a quello che “dovrebbero sapere” e che “vorrebbero sapere”.

Il secondo corollario richiede anch’esso, e per gli stessi motivi, qualche risposta a numerose domande. Sanno, per esempio, che possono compromettere equilibri essenziali per la sopravvivenza dell’ecosistema. Ma non sanno affatto — e non possono saperlo con l’attuale livello delle conoscenze umane — come e se sia possibile ricreare nuovi e duraturi equilibri ad un altro livello, di cui intravvedono soltanto la possibile esistenza, ma non ne hanno certezza. E non possono sapere, a causa della vertiginosa rapidità di tutte le “accelerazioni accelerantesi reciprocamente”, neppure il tempo che intercorre tra un salto tecnologico e quello successivo (che modificherà il loro potere) . Nel senso preciso che la civilizzazione umana si trova già in un vortice, la cui caratteristica di fondo e che ciascuna accelerazione in un ambito produce accelerazioni in tutti gli ambiti commessi, i quali a loro volta, producono una sequenza di feed-back acceleranti.

Dunque sono padroni degli altri individui, ma non sono padroni dei processi sui quali , per altro, indubbiamente influiscono. Una quindicina di anni or sono io giunsi a una conclusione, che considerai di prima approssimazione: essi sono dei ”suicidi strategici”,al tempo stesso “inconsapevoli” e “compulsivi”. Che fossero “inconsapevoli” lo dedussi dalla mia impressione — certo molto soggettiva — di trovarmi di fronte a bambini che devono prendere decisioni più grandi di loro. Oppure a persone adulte che compiono azioni la cui pericolosità, per la loro stessa vita, dovrebbe essere evidente. Eppure non se ne accorgono. Il termine “compulsivi” mi fu suggerito dalla constatazione che alcuni di loro sono meno inconsapevoli di altri, dunque in condizioni di un qualche vantaggio. Ma nonostante questo, sebbene si rendano conto dell’insensatezza dei loro atti, costoro insistono nel farsi strategicamente del male, perché preferiscono procedere verso l’abisso piuttosto che perdere anche una piccola parte della loro posizione di sterminato privilegio.

Essi cioè rientrano perfettamente nella definizione di “stupido” offertaci dal prof. Carlo Maria Cipolla nel suo fondamentale “Les lois fondamentales de la stupidité humaine” (PUF 2012): come colui, o colei, che produce il male anche a se stesso oltre che agli altri. Ed è quindi pericolosissimo perché assolutamente imprevedibile.

Devo dire che queste sommarie investigazioni non furono il prodotto del contatto diretto — salvo rarissime occasioni — con qualcuno dei veri “padroni universali”. I padroni universali non hanno contatti diretti, né indiretti, con il volgo. La grande parte di loro è addirittura del tutto sconosciuta al resto del mondo e vive quasi completamente al di fuori dal “resto del mondo”. Fu piuttosto il risultato della lettura dei loro rari discorsi, o scritti, e dell’analisi dei loro atti. Più frequentemente ho avuto occasione, nelle mie diverse esperienze professionali, come politico e come giornalista, di avere contatti con l’”alone” dei loro collaboratori, esperti, specialisti, scienziati. I quali esprimono idee ed emozioni che sono certamente vicine, o analoghe, a quelle dei loro datori di lavoro, di benessere e di potere derivati.

Ma un passo in avanti di grande interesse ho potuto compierlo recentemente leggendo un racconto di Douglas Rushkoff. Chi sia Douglas Rushkoff lo ricavo da Wikipedia 1. La sua storia mi pare rivelatrice. È quella di un invito a tenere una conferenza, in un luogo di villeggiatura superlusso, di fronte a un uditorio di “banchieri investitori”. Invito assai accattivante perché, come scrive Rushkoff, “il denaro parla” e il compenso offertogli è davvero vertiginoso. Ma, quando arriva, si trova di fronte a “cinque super-ricchi”, tutti maschi, “il vertice del mondo degli hedge fund”. La descrizione è precisa: sono super-ricchi, ma non sono padroni universali. Fanno parte dell’”alone”.

Le sorprese, però, vengono dopo le prime schermaglie e domande. Le loro curiosità non riguardavano ciò che Rushkoff temeva: una noiosa elencazione delle tecnologie moderne e dei loro presumibili pregi come oggetti d’investimento. Ecco invece l’elenco delle domande dei cinque super-ricchi che lo hanno profumatamente pagato: “Quale regione sarà meno colpita dall’imminente crisi climatica, Nuova Zelanda o Alaska? È vero che Google sta costruendo una casa per il cervello di Ray Kurzweil? La sua coscienza sopravviverà alla transizione, o rinascerà come una coscienza totalmente nuova?” 2. Uno dei cinque racconta di avere quasi completato la costruzione del proprio sistema di bunker sotterranei e chiede, testualmente: “Come farò a mantenere l’autorità sulle mie forze di sicurezza dopo l’Evento?”

“L’Evento — scrive Rushkoff — è la domanda che occuperà il resto dell’ora di colloquio” profumatamente pagata. “Sapevano che ci sarebbero volute guardie armate per difendere le loro ville da folle infuriate. Ma come si potevano pagare le guardie una volta che i soldi avessero perso ogni valore? Chi poteva impedire alle guardie di scegliere i propri capi? I miliardari pensavano di usare speciali serrature a combinazione per proteggere i depositi di cibo che loro soltanto conoscevano. O fare indossare collari di qualche tipo alle guardie, in grado di controllarle in cambio della loro sopravvivenza. O forse di costruire robot sotto forma di guardie e di operai, sempre che ci fosse abbastanza tempo per sviluppare le corrispondenti tecnologie”.

Il quadro è davvero “illuminante”. I loro ispiratori erano, sono, personaggi come Elon Musk, che pensa di colonizzare Marte, in tempi rapidi; o Peter Thiel, che studia come invertire il processo d’invecchiamento; o Sam Altman e Ray Kurzweil, che hanno già le loro menti “uploadate” nei supercomputer che saranno prodotti nel corso della prima fase della “singolarità” ormai vicina. Per loro — conclude icasticamente Rushkoff — il futuro della tecnologia riguarda una sola cosa: la fuga”.

Non è dato sapere cosa Rushkoff abbia raccontato a coloro che lo avevano affittato per quell’ora. Lui non ce lo dice e ciascuno dei lettori di queste righe si può immaginare le risposte che lui stesso avrebbe dato a questi super-ricchi. Ma le conclusioni sono piuttosto evidenti. Costoro sono i vincitori, unici, dell’intera economia digitale. Ray Kurzweil ha già fatto i conti per loro, e per tutti noi, che non faremo in tempo a pentirci. Solo loro, infatti, potranno trarre i “vantaggi” del “new brave world” che stanno costruendo a tappe forzate. Così ragionano: ogni ricerca presente e, ancor più, futura, in ciascuno dei campi che determinano il futuro, diventerà vertiginosamente “redditizia”.

I capitali disponibili vi confluiranno come in un buco nero, come in un vortice, accelerando a loro volta la già folle corsa verso profitti fantasmagorici. Il futuro è, per loro una immensa Borsa in cui far confluire i capitali di rischio, con uno scenario predeterminato: la loro vittoria, cioè la loro sopravvivenza. Gli altri, il resto del mondo, non vi ha posto e dovrà essere eliminato. La nascita del Superuomo è inevitabile. E saranno loro a divenire tali. Loro e i loro figli. E, per questo, cercano al tempo stesso due cose che, ai comuni mortali, appaiono contraddittorie: il prolungamento indefinito della loro vita e l’assoggettamento di essa alle macchine intelligenti. Le quali però, in quanto vissute come il prodotto dell’intelligenza umana, saranno “più umane” degli uomini.

Ma questo riguarda gli intellettuali che progettano, per conto dei “padroni universali”, e che non si soffermano sui particolari meno “igienici” e esteticamente sgradevoli. Come, ad esempio, le modalità con cui avverrà la liquidazione dei miliardi di individui “in eccesso”, l’ipotesi di conflitti planetari, le pestilenze create ad arte, la creazione artificiale di esseri a diversa gradazione di intelligenza, la fine di ogni democrazia, di ogni uguaglianza, di ogni solidarietà, di ogni umanità.

Costoro hanno già saltato l’ostacolo fisico della storia degli uomini e dei popoli. Ignorano, sembra, che i tempi previsti per queste trasformazioni epocali saranno resi brevi dalla totalmente livellatrice operatività delle tecnologie. Mentre la persistenza ostinata e inevitabile dell’inerzia storica, cioè la presenza sul campo di grandi popoli e nazioni escluse da questi sviluppi, produrrà una frizione tanto insuperabile quanto distruttrice. E su scala planetaria.

Stephen Hawking, appena prima di morire, ha emesso un verdetto inquietante: “Sono sicuro che in questo secolo si sarà capaci di modificare sia l’intelligenza che gl’istinti, inclusi quelli aggressivi (…..). Una volta che i superuomini appariranno, sorgeranno problemi politici significativi tra loro e gli umani non migliorati, che non potranno competere. Che probabilmente moriranno o diverranno non essenziali. Ci sarà una razza di esseri capaci di auto-disegnarsi e che lo faranno a un tasso sempre crescente”.

Il dato più inquietante è che i “padroni universali”, quelli veri, sono più pragmatici dei loro esegeti e cantori, affittati a vita. Le calamità di cui qui si è fatto un breve cenno, a loro non interessano. Meno che mai a loro interessa investire il denaro di cui dispongono per evitarle. Pensano, ne sono convinti, che è già troppo tardi. Le meravigliose tecnologie, di cui dispongono e disporranno, intendono usarle per isolarsi, per fuggire, per difendersi. E, al fondo di tutti i loro ragionamenti, permane l’idea che loro sopravviveranno.

C’è un film di fantascienza, catastrofico quanto basta, splendidamente realizzato dal punto di vista scenografico, che riassunse i sogni abbastanza angosciosi dei padroni universali (e non è l’unico del genere). Fu 2012 (2009), di Roland Emmerich, autore anche di The Day after tomorrow (2004). Film, entrambi, che — come molto acutamente racconta Roberto Quaglia nel suo Il fondamentalismo Hollywoodista (2017) — raccontano l’ideologia dei “dominanti”, e talvolta riescono a farlo così bene da lasciare trapelare la verità profonda che dovrebbero celare. Lasciamo da parte la “verosimiglianza” di “2012”, che fu uguale a zero, essendo impostato sulla profezia, attribuita ai Maya, di una fine del mondo che avrebbe dovuto avvenire appunto nel 2012. Mi interessa qui la sua “logica”: anche nel caso della “fine del mondo”, “loro” si salveranno. E sono proprio “loro” a salvarsi, in “2012”, a bordo di cinque super-arche di Noè che riusciranno a galleggiare sui nuovi oceani. Perché solo “loro” potranno permettersi non solo di pagarsi un biglietto di un miliardo di dollari a testa per salire sopra a una di quelle navi, ma di assoldare i governi di ogni parte del mondo e i loro rispettivi apparati di polizia e di servizi segreti, perché il segreto venga mantenuto fino all’ora X, che i loro scienziati hanno calcolato, e che dunque conoscono in anticipo.

Questa è fantascienza, certo. Ma anche le loro idee su cosa sarà la loro sopravvivenza sono fantascienza. E il mondo del loro futuro è un incubo. Sia come sia, in ogni caso, per tutti noi la prospettiva non solo non è rosea, ma ce n’è a sufficienza per essere inquieti. Dato per scontato l’assunto iniziale: che costoro hanno immensi poteri e, quindi, potranno influire, incontrollati, sul nostro destino.

Sappiamo già, dai numerosi segnali che la scienza e l’esperienza ci inviano, che, per molti aspetti , è già troppo tardi. Lo sconquasso di molti equilibri è già avvenuto ed è irreversibile. Rimane la domanda se possiamo evitare il resto. Poiché la democrazia, anche quella teorica, è già stata lesionata e snaturata, non potremo fermarli democraticamente. Non resta forse che cercare di rieducare i padroni universali, “suicidi strategici”. Quelli “compulsivi” sono però ormai irraggiungibili e impermeabili. Inutile cercare di fermare gli stupidi. Forse ce ne sono di “inconsapevoli”. Proviamo a fargli giungere qualche segnale positivo, chissà che non riescano a capire che sopravvivere nell’inferno non sarà piacevole.

Note

1 Douglas Mark Rushkoff (57 anni) è un teorico dei media americani, scrittore, conferenziere, documentarista. Deve la sua iniziale notorietà alla cultura cyberpunk e al patrocinio della soluzione dei problemi sociali mediante l’open source.
2 Kurzweil è il maggiore teorico della “singolarità”, uno dei principali protagonisti delle idee del transumanesimo.