Roses of the Day

Intervista a Petrina, la musa che dialoga con John Cage oltre il tempo

2 OTTOBRE 2015,
Petrina
Petrina

Assistere a uno spettacolo di Debora Petrina significa immergersi in un'esperienza artistica a tutto tondo. Entrare nel pianeta Petrina è un trip estetico, fatto di musica, improvvisazione, danza. Una sorgente di creatività inesauribile che sembra scorrere come un fiume tumultuoso nelle vene di questa giovane e già affermata artista, veneta di nascita, ma internazionale per vocazione.

Pallida, coi capelli rossi e gli occhi smaltati di giada, Petrina sa interpretare con originalissimo taglio qualsiasi capolavoro della musica mondiale. Lo smonta, lo destruttura, lo rivive, ricomponendolo come un mosaico che assume il carattere e le tonalità del mondo universo più profondo. E' accaduto per brani che hanno fatto la storia della musica come Light my fire dei Doors, o Burning down the house dei Talking Heads. Fino all'eterea versione di Sweet dreams degli Eurythmics e al capolavoro di Piero Ciampi Ha tutte le carte in regola..., che ha ricevuto il prestigioso Premio Ciampi nel 2007. Forte di una solida formazione classica Petrina è in grado di fare qualsiasi cosa col pianoforte, spaziando da Maderna a Nick Drake. Il pianoforte è una sua estensione fisica naturale e la musicista lo prepara, come si dice in gergo musicale, lo riempie di chiodi, pronto per performance di straordinario impatto sotto il segno del “mentore” di sempre, John Cage. Petrina ha appena pubblicato un disco imperdibile per raffinatezza e atmosfera, Roses of the day per l'etichetta di un altro grande della musica, Paolo Fresu.

Debora Petrina, in arte semplicemente Petrina, compositrice, pianista e danzatrice, insomma performer a 360 gradi. Da dove e come nasce questa poliedrica vocazione artistica?

Nasce dalla necessità irrequieta di dare voce a dei moti interiori, che a volte sono in contrasto fra di loro, ma che chiedono tutti di parlare. Quando ero una ragazzina di 7/8 anni amavo "dare spettacolo" ai miei compleanni: costruivo dei balletti con mia sorella che poi presentavo alle compagne di scuola. Ero assai timida e introversa, e credo che quello fosse un modo non mediato dal linguaggio per riuscire a esprimermi più autenticamente. L'incontro con la musica è stato una liberazione da una parte, e una costrizione dall'altra, perché le ore passate al piano mi allontanavano ancora di più dalle relazioni con gli altri, e perché la bravura e la precisione richiesta ai concorsi cozzava fortemente con una voce interiore che reclamava libertà di espressione. Quando ho scoperto che la musica poteva generarsi da me stessa è avvenuto il miracolo, e sono finalmente riuscita a conciliare questi mondi diversi, il dentro con il fuori. L'aspetto legato al corpo, con la danza, ha ancora più rafforzato la parte emotiva/intuitiva e mi aiuta a tenere sempre vivo il legame con la bambina di allora.

Inizi duri, tanto lavoro, e una prorompente creatività che a un certo punto porta ad approcciare un "mostro sacro" della musica contemporanea come John Cage. Quali sono i fili che vi hanno fatto incontrare a distanza di tanto tempo?

La musica contemporanea fa parte da molti anni del mio lavoro di musicista. Ho suonato prime assolute di John Cage, Nino Rota, Bruno Maderna, Sylvano Bussotti, Morton Feldman sia in Europa che negli Stati Uniti e ho registrato inediti per un'etichetta americana, la OgreOgress, e per la Stradivarius. La musica cosiddetta "colta" contemporanea è tradizionalmente lontana dal mondo della canzone, del pop e del rock, generi considerati popolari e dunque con attitudini e pubblico opposti. Ma a me è sempre piaciuto mescolarli, forse perché entrambi fanno parte del mio bagaglio e dei miei ascolti. Quando sono incappata in Experience n.2, un bellissimo brano per voce sola di John Cage, mi è successo quello che mi succede con alcune canzoni che mi arrivano dritte al cuore e al cervello: il desiderio di "appropriarmene" mettendoci dentro un pezzetto di mio. Così ho composto una specie di "cover" che è diventata di fatto un brano nuovo per voce e piano preparato, dal titolo "Roses of the Day". Ma con la musica contemporanea non è possibile fare delle cover senza chiedere il permesso. Così ho scritto agli editori di Cage, le famose Edizioni Peters di New York, sui cui spartiti ho studiato tanti autori classici, e non solo ho avuto il permesso di pubblicare il brano in un album ma pure la proposta da parte loro di depositarlo "con" John Cage (morto nel 1992!) e di averlo pubblicato come partitura cartacea. E' come se John Cage, con quella sua aria sorniona e la battuta pronta a dissacrare ogni situazione, mi avesse fatto l'occhiolino.

Roses of the day, Rose del giorno sbocciano da un frammento poetico che portano a Cage ma passano attraverso pietre miliari del rock che tu sai rileggere con sguardo personalissimo. Come si sviluppa il progetto? E quanto ha pesato la collaborazione con Fresu?

Roses of the Day è sia il titolo del brano "con" John Cage, sia il titolo dell'album che raccoglie, oltre a questo pezzo, altre mie cover strane, passando dai Radiohead a Nick Drake ai Doors agli Eurythmics, e che inizia con un altro brano di musica contemporanea, la bellissima Only per voce sola di Morton Feldman, su testo poetico di Rainer Maria Rilke. Sono tutti brani che hanno stimolato la mia immaginazione e permesso di creare qualcosa di nuovo, anche molto lontano dall'originale, solo con la voce e il pianoforte. Paolo Fresu, che già mi aveva invitata al suo Time in Jazz nel 2013, è rimasto colpito da questa raccolta e ne ha voluto fare l'album numero zero di una nuova etichetta dedicata alle voci, la Tuk Voice.

A proposito tu sei nella playlist del leader dei Talking Heads. Che effetto fa?

Anche in questo caso Cage avrebbe fatto l'occhiolino, perché il caso, da lui amato e "studiato", ci ha messo lo zampino! David Byrne ha avuto un mio disco fra le mani, insieme probabilmente a quello di decine e decine di altri musicisti, datogli dal mio ufficio stampa di allora, dopo un suo concerto in Italia. Non avrei mai pensato che avesse il tempo e la voglia di scartarlo e ascoltarlo, ma così è stato, e non l'avrei nemmeno saputo se la mamma di una mia piccola allieva (grande fan della web radio di Byrne) non mi avesse segnalato la presenza di miei due brani nella playlist a cadenza mensile. Non avendo nessun contatto utile e nessuna corsia preferenziale ho semplicemente scritto al suo sito, per ringraziare. E come spesso gli americani fanno, non solo mi hanno risposto, ma messo in contatto diretto con la grande star, con la quale sono nati scambi di mail, altri brani trasmessi dalla web radio, una collaborazione con un musicista da lui prediletto, Jherek Bischoff, un pranzo al Lido e uno a Venezia da I promessi sposi... Purtroppo non c'è stata nessuna love story, ma molta stima reciproca e scambio di idee...

Il pianoforte sembra essere una tua estensione naturale. I tuoi concerti ti vedono danzare attorno al tuo "idolo", solcarne con sapienza la tastiera, a volte facendolo risuonare secondo il tuo particolare estro con l'inserimento di chiodi o altri oggetti. Che rapporto hai col tuo strumento? Viscerale?

Il pianoforte è stato per me, all'inizio, una specie di genuflessorio dove scorticarmi le ginocchia. Ho sofferto per la disciplina rigida che mi era richiesta e per le aspettative di maestri e genitori; ho sofferto anche di un'emotività eccessiva che mi causava vuoti di memoria durante i concorsi e i concerti e mi faceva dubitare di tutto quell'investimento di tempo ed energie. Per lo studio del pianoforte ho sacrificato il gioco e le amicizie, e ci sono stati momenti bui in cui volevo allontanarmi per sempre da quel mondo. Ma c'era una voce insistente dentro di me che mi diceva di continuare. Probabilmente non riuscivo a comprenderla davvero. Dopo l'incidente di mio padre, la sua lunga malattia e la sua morte, quella voce è diventata chiara, e ho finalmente capito. Il pianoforte si è trasformato da luogo di sacrificio a giardino di delizie, che io stessa coltivavo e raccoglievo, a mio modo.

Debora Petrina, Premio Ciampi 2007 con Ha tutte le carte in regola. Un brano simbolo del cantautore livornese, amaro e autobiografico. Tu lo interpreti magistralmente e ne hai curato l'arrangiamento che si staglia etereo rispetto alla versione originale. Da dove sei partita? E' difficile entrare in un pezzo già perfetto?

Quel brano è uno dei pochi che mi emoziona tutte le volte che lo suono. Piero Ciampi ha una capacità di entrare nelle ossa e scuoterle senza chiedere il permesso, senza bussare. Arrangiare quel brano è stato per me come tradurre dall'inglese all'italiano, una specie di percorso obbligato per me, pianista, che volevo suonare e quindi entrare del tutto in un brano scritto in altro modo per altri strumenti. La traduzione diventa in modo molto immediato un "tradimento", ma è il passo necessario per calarmi del tutto nella musica.

Sei in partenza per un mini tour negli Usa. Cosa proporrai al pubblico americano e soprattutto c'è in vista qualche collaborazione di peso Oltreoceano?

I concerti saranno di vario tipo: ci sarà il piano e voce solo, a San Francisco e Los Angeles, e il duo con il chitarrista e per l'occasione percussionista Mirko Di Cataldo, a Seattle. Nella versione solista farò uso non solo di biglie di vetro, bulloni, scalpelli e martelli, ma anche di un IPad per controllare e manipolare i suoni prodotti sia dal piano che dalla voce, effettandoli e mettendoli in loop. La versione in duo è invece più elettrica e più variegata, strumentalmente parlando: io alterno tastiere, synth, chitarra elettrica e voci (sempre con effetti vari), mentre Mirko si dedica alle percussioni e ai suoi strumenti principali, le chitarre (elettrica e acustica) e i pedali. La danza farà sempre capolino qua e là...

Per maggiori informazioni:
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