Ravenna, città di artiste e artisti

L'amor sacro e l'amor profano

1 NOVEMBRE 2015,
Gianluigi Tartaull
Gianluigi Tartaull

Il mio viaggio attraverso la scrittura, il canto e la parola è iniziato una mattina di primavera del 2011. Mi piace pensare che molto probabilmente era il 13 aprile, il giorno in cui è nata mia mamma. Quella mattina ero andata al Teatro Rasi in cerca di Ermanna e invece ho incontrato Marcella. Alla fine di un lungo corridoio, una stanza piena di luce, e lì ad attendermi c'era Marcella. In realtà era un caso incontrarsi ma il caso nasce sempre per necessità. In quell'incontro, fuori dal tempo, Marcella mi parlò di Graziella e di Gigi. E il mio percorso nel campo dell'arte, da quel momento si è dilatato e come un fiume in piena ha conquistato altri territori. Ho seguito "quei due" e ho scoperto un luogo prezioso come il Mama's. A suo modo nascosto; capace di grandi invasioni creative, colte e insieme popolari. Specialisti estrosi, a volte autenticamente geniali. Al Mama's mi ritrovo a casa.

Roberto Barbanti nel nostro dialogo in "nero scarlatto" a un certo punto dice: "...Questo rapporto tra opera e contesto mi interessa molto perché mi riporta alla questione di un'ecologia dell'arte, cioè di come l'arte possa iscriversi in una logica dell'oikos, della casa, nel senso di luogo di vita... Essere a casa... e quando sei a casa sei in un contesto dove ti senti sicuro in uno stato di tranquillità emotiva, affettiva, intellettuale... " È così che io mi sento nelle serate evento del Mama's.

E in queste serate, quasi sempre c'è Valeria che con la sua macchina fotografica fissa una memoria collettiva. Mai persona è stata più necessaria. Senza di lei l'idea, il pensiero, il progetto rimangono nella mente; con lei si materializzano. Il suo è un lavoro duro; lei fa, chiede, va, ottiene e alla fine fotografa le sue creature. Fotografa quello che in realtà ha costruito.

Anche questa sera, 23 Aprile, se siamo qui sedute e seduti nella platea del Teatro Alighieri il merito è suo. Sono seduta in quinta fila e davanti a me nessuna testa ingombrante m'impedisce di vedere quello che accade in scena. E in scena anche questa sera si compie il miracolo di un lavoro perfetto, in costante equilibrio tra spettacolo popolare e spettacolo colto, tra ironia e appassionata partecipazione. Ma c'è dell'altro. C'è una passione ostinata che continua a indagare l'opera intera del grande poeta cantante Fabrizio De André. Le passioni a volte sono passive; subiscono. Altre volte invece sono portatrici di inesauribile creatività e questo è il caso della Bandeandré. In lei tutta l'opera del poeta cantante sopravvive in quell'atemporale, invulnerabile dimensione del mito in cui si elevano le immagini dell'opera primaria. Al limite Fabrizio De André per questo gruppo di artisti è un alibi.

Per la poeta russa Marina Cvetaeva la creazione umana è un contraccolpo "... Una cosa mi colpisce,e io rispondo, contraccambio. Oppure la cosa mi interroga e io rispondo. Oppure di fronte alla risposta della cosa pongo una domanda... La cosa propone un enigma...". Nella risposta o nella ricerca della risposta una terza entità, nuova, che in questo caso è nata dalla passione per l'opera e la persona di De André. A me interessa particolarmente indagare l'origine di una passione che può nascere dal caso o da eventi lontani, eventi della nostra infanzia; di quell'età dell'oro nella quale noi siamo padri e madri cieche e profetiche di quello che stiamo creando ora.

E così la mia mente ora vola in quel cortile dove Gianluigi Tartaull da bambino giocava in compagnia del canto di sua madre. Gigi (così lo chiamiamo noi amiche e amici): "Mia mamma cantava sempre e per me il canto ha preso, da quel tempo lontano, la sostanza e la necessità del pane e del vino". L'incontro poi della conoscenza con la coscienza, della voce con la mente è la prima canzone. La nostra vita non è fatta di una sola via. Sicuramente per Gigi la strada principale è stata quella del canto ma ci sono stati altri percorsi ricchi di esperienze sempre nuove che contemporaneamente hanno arricchito il canto. Dall'interpretazione delle canzoni in "solitudine" al desiderio di condividere la voce e il suono con altri musicisti è nata la Bandeandré. A me come spettatrice rimane l'incanto dell'ascolto e di nuovo la condivisione di una creatività che si moltiplica e si arricchisce attraverso una relazione nella quale ogni strumento - qui voce e suono - si abbandona alla sapienza e alla poesia dell'altro.

Oggi è l'8 agosto e ieri, nel caldo infernale che caratterizza questa estate sono andata con alcune amiche e amici al capanno di Andrea che si trova sull'argine sinistro dei Fiumi Uniti. E lì abbiamo conversato amabilmente, abbiamo cenato e cantato. E ancora una volta ho assistito alla metamorfosi di Gigi che quando non canta è un amico piuttosto taciturno. Interviene raramente senza "commettere errori" nei consigli e nelle visioni surreali. Ma quando canta vedo un altro mondo fatto di quella ricchezza che viene da lontano. Viene da Gigi bambino che giocava in compagnia del canto di sua mamma e come un fiume in piena noi che ascoltiamo ci perdiamo tra Eros e Thanatos, tra forza e fragilità, tra l'amore sacro e l'amore profano. Appunto.