«Cours, vol à Naples écouter les chefs-d’œuvre de Leo, de Durante, de Jommelli, de Pergolèse! (“Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolesi!”), scrive Jean-Jacques Rousseau nel suo Dictionnaire de Musique. E se è vero che la musica è stata una presenza costante nella storia della città, ciò fu anche più vero nel diciassettesimo secolo, quando Napoli divenne la capitale musicale d'Europa.

Nella Napoli governata dai viceré spagnoli c’era una quantità innumerevole di istituzioni religiose (chiese, conventi, cappelle, ospedali, scuole, orfanotrofi) spesso collegate a ordini ecclesiastici. In tutte queste istituzioni in epoca barocca a Napoli c’era un’incessante richiesta di musica, sia corale che strumentale, e di conseguenza c’era grande bisogno di musicisti di talento. Alcuni provenivano da fuori già formati, come il siciliano Alessandro Scarlatti (che era passato per Roma); moltissimi provenienti dalle Marche (Pergolesi fra gli altri), dalla Puglia o dalla Calabria, tanti nati a Napoli o nei territori circostanti, venivano educati nei famosi conservatori della città e inseriti in un “sistema” musicale di domanda, produzione e offerta che, con la parziale eccezione di Venezia, non aveva eguali nel resto d’Europa.

Il sistema produsse un numero impressionante di musicisti di altissimo livello, che trasformarono il panorama musicale dell'epoca, tra cui, tra gli altri, Francesco Durante, Niccolò Jommelli, Domenico Cimarosa Giovanni Battista Pergolesi, Domenico Scarlatti. Alcuni di loro rimasero ad insegnare negli stessi conservatori in cui avevano studiato, altri erano chiamati ed acclamati nelle corti italiane e europee, fino in Russia. E parliamo, oltre che dei nomi già citati, di Nicola Antonio Zingarelli, Francesco Provenzale, Francesco Feo, Nicola Porpora, Gaetano Greco, Domenico Scarlatti. E poi dei grandi compositori che in qualche modo parteciparono al fenomeno musicale napoletano: il marchigiano Gioacchino Rossini, il ligure Pasquale Anfossi, il toscano Antonio Sacchini, il calabrese Leonardo Vinci, il siciliano Andrea Perrucci e i pugliesi Tommaso Traetta, Niccolò Piccinni e Leonardo Leo. Non tralasciando altri importanti nomi come il cantante Carlo Broschi, detto Farinelli (una vera star internazionale ai suoi tempi), e il principe dei librettisti, Pietro Metastasio, che proprio a Napoli iniziò la sua carriera.

La principale concorrente di Napoli era Venezia, che aveva diversi conservatori molto attivi. Tuttavia, l'educazione musicale veneziana era affidata agli orfanotrofi per sole donne, mentre nei conservatori napoletani si educavano i maschi. Ciò significava che, al raggiungimento dell'età adulta, chi terminava gli studi nei conservatori napoletani aveva più probabilità di intraprendere carriere professionali in musica. Gli studenti (o “figlioli” come si chiamavano gli allievi dei conservatori) venivano reclutati in tutti gli strati della società napoletana e nei più diversi contesti sociali e familiari, a dimostrazione che la carriera musicale, al pari di quella ecclesiastica, poteva essere un potente “ascensore sociale”.

Questa "Scuola Napoletana", come si chiamò, ebbe il suo apogeo tra il 1720 e il 1750. In quegli anni i quattro conservatori più importanti (I Poveri di Gesù Cristo, Sant'Onofrio a Capuana, Pietà dei Turchini e Santa Maria di Loreto) diventarono il punto di riferimento per gli studi musicali a livello europeo, attirando un gran numero di studenti da tutta Italia e dall'Europa. I musicisti che ne uscivano erano fortemente ricercati dagli impresari e dagli aristocratici da Parigi a San Pietroburgo, da Madrid a Vienna a Londra, strumentisti e compositori.

L'apertura del Teatro San Carlo nel 1737 non fece, dunque, che sancire la dimensione europea raggiunta dalla Scuola Napoletana. Tale vigore creativo non poteva durare per sempre; nel corso del diciottesimo secolo, le crisi politiche ed economiche limitarono le possibilità per le istituzioni napoletane di assumere musicisti. Mentre il centro di gravità della musica si trasferì a Parigi, il sistema musicale napoletano fu riformato nel 1806 da Gioacchino Murat, messo sul trono napoletano dal cognato Napoleone Bonaparte. I quattro conservatori furono riuniti in un singola istituzione, San Pietro a Maiella, che ha ereditato le straordinarie raccolte di musica e manoscritti dei suoi predecessori. Malgrado i cambiamenti, all'inizio del diciannovesimo secolo la comunità musicale napoletana era ancora rinomata per il suo virtuosismo tecnico ed esaurì la sua forza propulsiva soltanto ai primi del Novecento.

A partire dalla fine dell’Ottocento, con il fiorire della storiografia musicale tedesca e inglese i musicologi di area anglo-germanica cercarono di ridimensionare l’importanza della Scuola napoletana a favore di una rivalutazione della tradizione di lingua tedesca, costituita da una parte da Bach e Haendel, dall'altra da Haydn e Mozart.

L'espressione "Scuola Napoletana" acquisì addirittura una connotazione negativa: come ci ricorda Hanns‐Bertold Dietz in "The Neapolitan School: Francesco Durante (1684-1755)", nel 1924 Arnold Schering parlò di "Herrschaft der neapolitanischen Schule”, un termine che contiene non tanto il concetto di supremazia, quanto quello di dittatura. Per quanto riguardava la musica sacra, i Napoletani erano tra l’altro ritenuti responsabili di averne causato il declino perché l’avevano modellata su un genere frivolo come l’opera.

Questa sistematica azione di ridimensionamento ebbe come conseguenza per la musicologia un disinteresse per i compositori napoletani e le loro opere, se queste non si potevano far discendere dalla linea Bach-Handel-Haydn-Mozart.

Ancora in alcuni testi recenti, scrive Dietz, come A History of Music in Western Culture di M.E. Bonds del 2003, la Scuola Napoletana non viene menzionata, mentre in un elenco di "alcuni dei principali compositori dell'opera del 18° secolo" di tutti i Napoletani compare solo il nome di Leonardo Leo.

Tuttavia, al contrario dei manuali di storia della musica (in genere più refrattari ad accogliere revisioni), già a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso sono stati pubblicati moltissimi articoli accademici e monografie che riscoprono e valorizzano diversi aspetti della musica sacra partenopea.

I Maestri Napoletani hanno posto le basi della musica classica nell’accezione ancora corrente, e prodotto alcune delle musiche sacre più belle mai scritte, ma ancora oggi solo una parte dei loro capolavori è conosciuta ed eseguita. E se da un lato è l'opera buffa che segnò l’apice di popolarità di una sapienza compositiva che sarà feconda fino al tardo ottocento, la dimensione della produzione seria, sia sacra che profana, del settecento napoletano merita una rilettura attenta, che può portare alla riscoperta di autentici, inesauribili tesori musicali.