Pochi nomi nel jazz sono in grado di suscitare consensi unanimi. Fra di essi quello di Art Pepper merita una considerazione speciale, non soltanto per tecnica e capacità ma anche per il lirismo del suo suono inconfondibile; un suono che sgorgava dal suo animo tormentato e, forse proprio per questo, fecondo come pochi altri. Un gigante in ostaggio delle sue fragilità che, a poco più di trent’anni dalla sua scomparsa, è stato omaggiato con un sogno divenuto poi realtà: eseguire, a trent'anni dalla sua scomparsa, i brani da lui composti assieme ai musicisti che con i quali aveva condiviso i palcoscenici di tutto il mondo. Il sassofonista italiano Gaspare Pasini si è messo sulle tracce della vedova del grande sassofonista, Laurie Pepper, che ebbe un ruolo decisivo nel suo trionfale ritorno sulla scena jazzistica alla metà degli anni’70, dopo un periodo di smarrimenti vari che comunque non ne intaccarono il poderoso sound.

Pasini ha riunito i musicisti con cui Art preferiva suonare, primo fra tutti il fidato pianista George Cables – un fuoriclasse da lui ribattezzato "Mr.Beautiful", che Pepper volle al suo fianco fino alle sue ultime incisioni –; poi il geniale batterista Carl Burnett; infine i contrabbassisti Bob Magnusson ed Essiet Okon Essiet. Con loro Pasini ha realizzato una serie di concerti in Italia e una significativa session in studio da cui è stato tratto un cd che la prima settimana di febbraio sarà pubblicato in anteprima esclusiva da Musica Jazz, la più autorevole e prestigiosa rivista italiana del settore che ha da poco festeggiato i suoi settant’anni di ininterrotta attività.

Legittima la soddisfazione dell'italiano: “Nell’aprile 2011 andai a New York per ascoltare il monumentale Phil Woods con il suo quintetto al Dizzy’s (il miglior jazz club di New York, ndr), e alla fine della terza serata ci salutammo con un abbraccio che non aveva bisogno di parole. Passate un paio di settimane gli scrissi per chiedergli cosa ne pensasse di questa mia pazza idea e, soprattutto, se io fossi stato in grado di esserne all’altezza. Mi rispose che facevo benissimo, dal momento che nessuno l'aveva mai fatto prima, che ero pronto per farlo tanto da affidarmi un brano inedito che lui aveva scritto per il suo amico Art. Nel frattempo avevo già incontrato e avuto il consenso fondamentale di Cables, e quando sei mesi dopo Carl Burnett, vero caposcuola della batteria che avevo scovato fra i meandri dell’oblio, mi accompagnò al Crown Plaza di Los Angeles per incontrare Laurie ero emozionato come uno scolaretto.

Nel jazz spesso succede che ci si scopre amici anche se non ci si è mai visti prima…
Vero. Infatti lei mi accolse con un sorriso aperto, sincero, ci abbracciammo come fossimo stati vecchi amici ritrovati. Una volta seduti al tavolo, senza dire una parola, mi porse una cartella di tela blu: dentro c’erano i manoscritti di tutti i pezzi di suo marito, dagli anni cinquanta fino agli ultimi siglati poco prima di andarsene. Il tesoro, il tesoro di Art era tutto nelle mie mani, e ancora oggi non so descrivere lo stato emotivo in cui sono improvvisamente sprofondato. Scartabellando tra tutti quegli spartiti – vecchi e meno vecchi, in bella e brutta copia, con cancellature, correzioni ed annotazioni, alcuni macchiati e altri bruciati da sigarette – ero alla spasmodica ricerca della partitura del mio brano preferito My Friend John (un pezzo dedicato al suo manager John Snyder, che nella registrazione di una live session tenutasi nel 1977 al Village Vanguard di New York Pepper eseguì in modo siderale). Volevo solo verificare un paio di accordi di questo brano, invece mi imbattei in diversi temi e titoli che non conoscevo e che non riportavano nemmeno note utili a farli risalire a eventuali registrazioni. Chiesi a Laurie spiegazioni e lei mi disse che c’erano molti pezzi che Art aveva scritto ma non aveva mai suonato né registrato. Il primo pensiero che attraversò la mia mente fu che la cosa era normale, tutti i jazzisti hanno delle composizioni originali che poi rimangono nel cassetto; il secondo fu di chiederle se potevo averne qualcuno di quegli spartiti. Detto fatto, lei mi diede il suo ok e dopo qualche tempo me li spedì via mail. Ci ho lavorato su e poi sono andato in tour con i "ragazzi ", ottenendo ovunque consensi unanimi".

E’ stato quindi naturale racchiudere questa musica straordinaria in un disco…
Diversi segnali mi hanno portato a questa decisione importante che io sento come una vera e propria assunzione di responsabilità nei confronti dei fans di Art. Devo precisare che nel primo tour non eseguimmo questi inediti, in quanto necessitavano non soltanto di prove accurate ma anche e soprattutto – proprio perché mai eseguiti prima – di una lettura interpretativa che corrispondesse all’effettivo intento musicale del compositore. George e io li guardammo assieme e li commentammo con amorevole curiosità ma decidemmo di non affrontarli in quella occasione, avendo già consolidato una dozzina di brani del suo repertorio più battuto. Nell’occasione successiva – con Essiet al posto di Magnusson assente per problemi di salute – tirai fuori gli inediti (nel frattempo decifrati e stampati in modo intellegibile con il prezioso aiuto del mio amico pianista Bruno Cesselli) sottoponendoli a George. Il responso fu favorevole: finalmente era arrivato il momento di affrontarli pensando a una possibile successiva registrazione.

Cosa c’è nel disco quindi?
I tre inediti di Art, il brano di Phil Woods, King Arthur (un pezzo che avevo scritto per lui qualche anno dopo la sua morte) e poi Our Song, la ballad più struggente mai composta da Art registrata nell’81 con ritmica e archi – qui riproposta in duo con George –; inoltre ho voluto aggiungere Patricia, la stupenda ballad che Art scrisse per sua figlia, registrata "live" in un concerto la cui registrazione verrà pubblicata a breve.

Quali sono le tue emozioni adesso?
Ho il cuore gonfio di gioia. Riportare alla luce tre perle affidatemi da Laurie, interpretare la composizione scritta dal fenomenale Phil Woods per onorare la memoria di Art, eseguire in duo con Cables quella che Pepper stesso definì come la sua ballad più bella, inserire il mio personale tributo che tanto è piaciuto a George e agli altri “ragazzi”, mi ha portato alla conclusione che la registrazione era un atto dovuto: dovuto ad Art, a Laurie, al mio amico Phil, agli appassionati di jazz, ai fans di Pepper, ai contraltisti bop, e anche a me stesso. La registrazione c’è – bella, fresca, solare, con una qualità del suono decisamente super –, e spero che possa costituire un bel biglietto da visita per portare questa straordinaria musica in giro per il mondo. Se poi si considera che tutto questo materiale uscirà sotto l'egida della mia neonata etichetta Youjazzme, si può facilmente intuire quale e quanta sia la mia soddisfazione...

Per maggiori informazioni:
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