Fare poesia per me è stato prima di tutto un atto di auto affermazione. Un modo cioè, di affermare una presenza, indipendentemente da ogni licenza e convalida altrui, un esserci per diritto proprio. Ma è qui che interviene l’inevitabile atto di affermazione, il disegno della propria identità. Ed è allora che lo specifico cileno, la memoria di un presente/passato di assenza, di esilio, affiora in termini di estrema concretezza, disseminando il discorso di cose che lo fanno più simile a una mappa sulla quale sono incisi i percorsi di una sofferta condizione collettiva che ad un solitario cammino di una esasperata soggettività.

Ci devi aggiungere poi quello che sono le tue letture, il tuo vissuto, le tue affinità, le tue aspettative.

Io interagisco con persone che provengono da diverse realtà geografiche e sociali. È il loro personale bagaglio, quello che si portano appresso, le loro letture, le loro tradizioni, le loro aspettative, la versatilità dell’uso di risorse impensabili, quello che fondamentalmente mi affascina.

Per cui la produzione artistica dovrà intendersi come una forma di ricerca e corpo di conoscenza e dovrà anche essere leggibile lo stato temporale e spaziale dell’incontro, come diceva Duchamp anche del gioco. Il gioco per me è parte predominante, quel gioco che Cattelan chiama “La dolce utopia”.

Questo secolo ci sta facendo convivere con tutti gli stati di vita e morte conosciuti. La natura muore sotto i nostri passi senza che nessuno di noi se ne renda conto eppure i principali artefici di questa morte siamo noi. E pochi ce lo dicono. E pochi lo sanno, e se lo sanno e "conveniente non sporsi fuori dal finestrino", ci diciamo, continuando il nostro pellegrinaggio senza fine.

Sporge il richiamo del poeta. La guerra la si firma in pochi e la si subisce in tanti. La natura farebbe meglio a sfuggirci che a rimanere sotto la nostra giurisdizione (di fatto lo stato delle cose lo confermano), è cosciente del disagio della contemporaneità ma è nella contemporaneità.

C'è un terzo silenzio letterario, che è quello non cercato, quello delle ombre che si è certi che fossero lì sulla soglia e che non sono mai arrivate ad essere fatti tangibili.

(Roberto Bolano)

Come l'erba che clandestina cresce nel cemento, il bambino che c'è in tutti noi ci appare. Non scrive, ma si sottrae alla scrittura esistente, ai modelli, facendoci a noi osservatori diventare osservatori concettuali di una nuova scrittura precisa, ci allerta, non punendoci, conoscendo i codici stradali, di quella strada vissuta.

Le parole si piegano con infinita lentezza su se stesse.
(Peter Handke)

Rubo dagli artisti la sensazione che ho nel gioco. Scivolo anche Io. E questo avvertimento il pericolo mi provoca un piacere avvolgente.
Allertare vuol dire amare. Custodire. Proteggere. salvaguardare.
Meglio farlo con la poetica dell'accenno, della virgola, perché e qui che la virgola aggiunge e non ammazza.

Provate con me ad entrare in questa favola contemporanea: ci sono tre maniere di vivere in chiusura, quando sei obbligato e qualcuno da essere che si sente superiore ha deciso per te, quando lo decidi e quando t’obbligano, ma tu ne trai tesoro.

I ricordi gli passavano come le immagini che se ne andavano nel passare del treno, nulla era nitido e chiaro, tutto era fugace, pensò, guardando i sobborghi allontanarsi dalla città che da tempo aveva accolto con favore la sua precoce malinconia. Ci fu una pausa che non avrebbe mai capito, la sua emozione era a fior di pelle, forse sarebbe meglio trovare qualcuno con cui parlare. La notte è stata di buon auspicio, auspicava baraccopoli abissali, presagi di stelle in congiunzioni astrali mai viste prima.

1.

Ai tempi remoti il cacciatore rischiava il tutto per tutto nell’uccidere un animale. Le bestie nei boschi erano più numerose degli uomini e quando si trovavano faccia a faccia, l’uomo si assumeva la piena responsabilità di una lotta mortale in cui non era difficile che ci lasciasse la pelle.

Oggi ogni cosa è tecnologica. E siccome di bestie selvatiche ce ne sono rimaste poche, si allevano animali in gabbie chiuse ed asettiche per ucciderle poi con scosse elettriche, senza un minimo di rischio, anzi direi senza neanche un pensiero rivolto a quell’essere vivo di cui non conosciamo né la forma né il colore né lo sguardo.

Ci spingono a credere che fra la bestia viva, che si muove aggraziata in cerca di una tana o del cibo, e quel bel capo di vestiario che scintilla appeso in una vetrina non esistano rapporti. Costretto a vivere respirando un’aria dall’odore nauseabondo, satura di anidre carbonica, vapori ammoniacali, assordato dai costanti lamenti dei simili.

Una leggera brezza gli accarezzò il viso, pensò che fosse propizio iniziare un viaggio, che era propizio innamorarsi, andare e venire, che era propizio morire. Un sorriso apparve sulle sue labbra. Dato che gli piaceva cambiare il suo personaggio, sentirne un altro e interpretarlo, pensò che fosse vero che poteva camminare nell'aria senza toccare la superficie della terra. Poteva fare un respiro profondo e alzarsi in alto e se avesse voluto scendere di fronte allo stupore della gente.

2.

Mi viene in mente un episodio del quale ho già scritto tempo fa che ha segnato l’arte contemporanea. Parlo del mitico Coyote, I like America and America likes me, il risultato di una lunga azione di Beuys nel 1974 alla galleria René Block di New York. L’artista, arrivato a bordo di un’ambulanza per non toccare il suolo americano, trascorre tre giorni in una gabbia con un coyote. A poco a poco, la presenza di Beuys viene riconosciuta e accettata dall’animale e tra i due s’instaura una sorta di comunicazione silente, che cambia di segno tutto il contesto: il tempo si dilata, dando corpo ad una realtà utopica ed il luogo diviene una sorta di spazio sospeso, in cui si sta svolgendo un rituale.

Perché come simbolo, la morte è l'aspetto distruttore dell’esistenza e indica ciò che scompare nell'ineluttabile evoluzione delle cose. Ma la morte è colei che introduce anche i mondi sconosciuti degli inferi o dei paradisi.

Nuovi mondi visivi che ci faranno innamorare ancora, e ancora meravigliare.

Il mormorio di questa scrittura che lascia alla metafisica il suo destino.
Voglio sviluppare le mie capacità per generare altri significati.

3.

In tutt’altro contesto, Ezra Pound venne imprigionato dagli Alleati nel 1945 e ficcato giorno e notte in un’angusta gabbia (1,80 x 1,90!), con sbarre su tutti i lati e quindi esposta alle intemperie. Durante quel periodo di segregazione, nacquero i Canti Pisani, il suo capolavoro poetico.

Poi, vedendo arrivare la prima stazione, pensò al suo bagaglio, lo guardò per l'ultima volta e andò alla porta. Lo vide allontanarsi, niente e nessuno lo avrebbe avvicinato al passato, si disse, mentre si liberava dai vestiti e cominciava a perdersi dietro le prime ombre.

Peter Handke dice che scrivere può essere un tentativo di conquistare il mondo. Fissare l’esistente la cui esistenza è diventata ovvia nella dimensione quotidiana, occuparsi per così dire di esso esprimendo con la scrittura e la descrizione in un linguaggio che acuisce l’attenzione i processi familiari che si ripetono quotidianamente e nei confronti dei quali si è diventati insensibili, significa riappropriarsi di un mondo che è già per metà dimenticato e farlo rivivere usando lo strumento dei sensi, e non solo dei sensi di colui che lo descrive, ma anche di colui che è pronto leggendo a seguire la descrizione.

Ho cominciato a mettere a posto i libri nella mia incasinata biblioteca nella mia casa a Sipicciano, a sfogliare delle pagine, a soffermarmi su degli autori, a farmi un pensiero su ogni titolo, a recitare qualche verso, a leggere in silenzio. Questo è avvenuto dall'input della catena/condanna a cui ho partecipato nelle pagine di Facebook.

Il giorno 23 aprile 2020 accetto la sfida di Maria Giovanna Tumino a pubblicare 7 copertine di libri che amo (1 al giorno per 7 giorni) senza alcun commento, solo copertine. Mi risvegliavo ogni mattina pensando al libro, al periodo, alla persona che dovevo nominare. Nulla è stato casuale.

Ogni giorno ho sfidato qualcun altro a pubblicare una copertina.

Questo tempo durante la pandemia composto da sette giorni, sette libri, sette persone, forse vale molto di più delle letture fatte online, delle interviste, dei sondaggi e degli streaming, fatti in questi più di due mesi in totale isolamento.

Come forma trascinante d’edera che sale e si diffonde, come moltiplicazione di uno stesso albero delle sue ramificazioni o matematicamente cosa meglio di una vera ragnatela? Perché le idee si connettono non soltanto dallo stesso ramo, ma anche per concetto o forma in diversi rami, l’immagine seguente si presenta come la rappresentazione di questi nuovi rapporti all’interno del processo dove le biforcazioni si connettono in circoli concentrici. Vi ho obbligato a seguirmi in questa “catena/condanna”, dove ho voluto comunque farvi complici di una cosa bella.

La promessa del verbo ascoltata quando cala la notte e abbraccia la terra con le sue ali cupe, pronunciando frammenti di paragrafi letti molti anni fa, sapendo di essere colpevole di vegliare quando gli altri dormono, perché in tempi di pandemia rimarrà l’ombra di un paesaggio, che poi sparirà, con un soffio, quasi fosse una mutazione alchemica.

Antonio Arévalo Sipicciano, maggio, 2020.

Giorno 1/7
Peter Handke, Il Mondo Interno dell'esterno dell’interno
Nomino: Adelmo Valentini

Giorno 2/7
Roberto Bolano, Notturno cileno
Nomino: Chiara Baldacchini

Giorno 3/7
Pedro Lemebel, Di perle e cicatrici
Nomino: Claudia Estelita Rodriguez P

Giorno 4/7
Edoardo Sanguineti, Segnalibro
Nomino: Assunta Antonini

Giorno 5/7
Walter Benjamin, “Angelus Novus
Nomino: Salvo Girianni

Giorno 6/7 Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita
Nomino: Viviana Di Bert

Giorno 7/7
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine
Nomino: Claudia Quintieri