Glorificatemi
Non sono pari ai grandi
Su tutto ciò che fù creato
pongo il mio nihil

(Vladimir Majakovskij, La nuvola in calzoni)

L’artista è l’origine dell’opera
L’opera è l’origine dell’artista
Nessuno dei due è senza l’altro
Eppure nessuno dei due da solo regge l’altro

(Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte)

Cosa rimane oggi? Esiste ancora il senso dell’arte nel villaggio necrofilo dell’artificiale e del seriale? Rimane il corpo e il corpo-voce. Per questo oggi ci appare Carmelo Bene, l’eroe del corpo estetico e totale e della Voce assoluta, senz’Io, specie nel suo resuscitare più viva che mai la Phonè travolgente ed estrema di Majakovskij, un altro Carmelo senza tempo. A vent’anni dalla scomparsa del grande demiurgo del teatro italiano ed europeo una raffinata casa editrice, la De Piante Editore, ha pubblicato l’opera di Carmelo sul grande Majakovskij. Mossa audace e sapiente. Mai cocktail fù più esplosivo! Nell’aria il fantasma di Bene si agita sempre più: crescono le opere e i saggi oggi a lui dedicati, oggi più vicino a noi di allora in questo deserto chiamato mondo e cresce l’attenzione per ciò che il Futurismo inaugurò e seminò, incompreso, sottovalutato, ancora oggi vergine e pulsante.

Carmelo che “legge”, o meglio “vive” il corpo-voce di Vladimir: sconcerto. Come nel Manfred. Più ancora. Appare il “Futurismo del Corpo”, della “liricità della materia” come indicava il Manifesto Tecnico della Letteratura Futurista (1912). Voce.Corpo.Orchestra. Majakoskij è il più beniano dei grandi poeti, in quanto stirneriano, esasperato nel torcere sotto pressione lirico-tragica un soggetto che si doppia, che si estende fino allo spasmo, si perde, si disarticola, si combatte. Un instancabile Mercuzio quando parla della Fata Maab ma senza esserne svegliato, nè interrotto. Bene è Majakoskij nel suo corpo che si deforma, che si musica e si dà come rumore; è Majakoskij nel manifestare l’essenza non politica della Rivoluzione quale velocità insostenibile dell’euforia, implosione di un Io totale e solo, ek-stasis di una vita amata nel suo eccesso, insostenibile, invivibile se non nel canto.

Un Majakoskij puro in quanto rivoluzionario quale apocalisse e rivoluzionario in quanto puro, non realmente politico. Il canto estremo e fantasmatico di chi, morto, chiede di risorgere, che geme come Achille nell’Ade. Una vita che si sdoppia per sopportare il proprio incendio insostenibile. Majakoskij quale nuovo Eschilo senza tempo, epica totale, asemantica, solo sonora. Ecco il teatro del canto della VoceCarmelo: tensione in gola, diaframma tetro, falsetto laforghiano, grottesco animalesco, solennità fiera, aristocratica e sprezzante.

Una sorta di esicasmo laico nella tensione del timbro che si fa pausa d’anacoluto e poi si scioglie in soffio veloce e torna il battito teso, in levare. Ecco All’Amato me stesso: viso cereo, capo inclinato, ellenistico, allucinante che esce con un “s’io fossi piccolo come il grande oceano…” dantesco, leopardiano, che riprenderà nella Pentesilea, incanto disincantato, che s’alza e si soffia struggente come un’onda, un colpo improvviso di vento. Ecco tutta la dynamis che sale nel “Di questo” che s’irradia con scatti e spasmi, roteare d’occhi, un aggrottare fisso in una maschera cangiante, effimera e irreparabile.

Il parlarsi addosso quale fantasma a cui non basta una vita per vivere una vita; ecco il canto dell’insostenibilità dell’Amore nel suo delirio e schianto. L’epica dell’assenza, del cantarsi fuori e dentro in un atto assoluto colto nel suo svanire.

Majakoskij nella sua parola estrema e intensificante permette al corpo-voce di Carmelo di scatenare il proprio potenziale linguistico scardinante e amplessivo nella sua ampia scala timbrica. Ecco “l’incendio nel cuore”, la malattia ineludibile che è la vita che non si basta, la parola che si getta “da una casa pubblica che arde” come “una prostituta nuda” in quella “Nuvola in calzoni” che è il Poeta. In questo “morire in versi” sirenico e post-sirenico, ipnotico e denudante si manifesta tutta la poetica filosofica che è Carmelo: l’I-o si oblia in un sog-getto che si dà come tenda, come palco, quasi in forma inorganica, punto senza dimensione, informe, pretesto. Una voce che assorbe tutto nella propria voragine implodente e abita il limite, la soglia ambigua e fluida del fatidico, della consumazione del tempo, della devastazione di un corpo senza margini.

La bocca scotta. Il volto si torce. Siamo nell’arte della fine e nella fine dell’arte. Si cammina carponi nel buio informe della propria maschera.corpo. La luce stessa si fa acque, flusso, eco. La Voce-Poiesis è già sempre in avanti, avanguardia delirante senza mandanti, un passo oltre la bocca stessa che non la trattiene. L’epica apocalittica e allucinante di Bene non si distingue più ora dalla fierezza fantasmatica del grande poeta russo. Parlare oggi di Futurismo e pubblicare oggi il Futurismo oggi è operazione rivoluzionaria, dirompente, illuminante. Una parola.sferza ormai unica che impazza e scudiscia annullando la meschinità della cronaca, i relitti della retorica ed espellendo una volta per tutte gli escrementi della recita.

Cosa più efficace e urgente di questa inattualità? E il “patetico” mai come ripiegamento ma come ulteriore vertigine di autenticità estrema del soggetto che si gioca e si elude l’imbarazzante Io. Ecco l’essenza di Carmelo quale arte senza fine: il leggere come oblio, come eco prima dell’azione, atto che si coglie, Phonè che si ascolta dal deserto del buio della maschera che non abbiamo scelto e che muta con il nostro respiro, oblio attivo in un flusso d’immediatezza che tocca il punto in cui la parola sfiora ciò che l’eccede e la precede. Lo svanire nel vuoto dell’Io è una durata luminescente, ardente che sembra scorrere dal futuro verso il passato del detto obliato. Questo libro risuona dell’unico Popolo cioè l’Inconscio, l’essenza senza tempo della Rivoluzione che è Parola, effimera e irreparabile come la morte che il canto differisce. Ecco la tragedia del presente non che non passa nel suo perenne svanire e tutto disincanta, torce, consuma.

Il situazionismo estremo di “Vladimir Bene” nasce oggi in questo libro inattuale, divinamente e fortunatamente “per pochi”, spietato nella sua fresca e nobile inattualità, rivoluzionario nell’Apocalisse dell’Ora rivoluzionante che divora il suo futuro e il suo passato. Non più ricordare quindi ma indicare un corpo, che ora appare come corpo.libro che non passa perché inizia ora a risuonare oltre la sua semantica.

L’Unico cioè il Risvegliato nel mondoscuro eracliteo che produce perché geme in sonno torna a vegliare.cantare dalla propria morte l’eterno istantaneo presente del dis-eguale, la tragica “sospensione in voce” del lirico desertico. E non c’è più il tempo e lo spazio, non c’è più Carmelo né Vladimir; siamo sul promontorio dei non più secoli, sulla vetta senza spazio del Classico cioè dell’uscita dal mondo dal di dentro del mondo; Classico come raccontava Carmelo con Roberto Calasso: sintesi di barbarico e neo-classico, cioè fusione dell’invenzione totale con il superamento dell’ego-tempo-spazio. Non c’è più C.B. né c’è più Maiakovskij ma resta nel tempo una voce che per un attimo palpita come Voce…persiste nel tempo proprio perché si è data come Voce, un tempo…