A pranzo col Maestro

Una freschezza disarmante

Tramonto a Peschici
Tramonto a Peschici
6 APR 2017
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Mi capitava di passare a trovarlo al mattino, a casa. In un attimo era ora di pranzo e allora lui mi guardava con i suoi occhi azzurri e iniziando ad apparecchiare mi diceva dai, fermati, che mangiamo qualcosa. Non ricordo una volta che sia riuscito a dirgli di no: Romano era magnetico e come tutti i grandi artisti conservava qualcosa di fanciullesco, una freschezza che disarmava.

Aveva iniziato a disegnare a quattro anni, si chiudeva in bagno con album e matite per non essere disturbato, da allora non aveva più smesso. All’epoca del nostro incontro io studiavo all’Accademia e pittori come Picasso, Cezanne o Monet divennero ben presto insulsi tutte le volte che pensavo al “mio” maestro. Loro, per quanto riconosciuti e grandissimi, apparivano sempre distanti, irraggiungibili. Lui no, lui era reale e proprio per questo i nostri incontri valevano più di qualsiasi lezione. Passavamo ore a disquisire su di una sfumatura di colore o a parlare di forme, di proporzioni, di luci. Non mancava però mai la dimensione più terrena del vivere, i conti da pagare, il quotidiano,la spesa da fare. A casa del maestro si mangiava semplice e sempre bene. C’era una donnina del sud che lo aiutava nelle faccende domestiche e che spesso, prima di andar via, gli lasciava cucinato qualcosa.

Romano aveva mantenuto saldi contatti con le sue origini pugliesi e, soprattutto nei periodi di festa, riceveva dal sud copiosi pacchetti con olio, vino, formaggi affumicati e fichi secchi ripieni di mandorle. Di solito si mangiava in un salottino-tinello entro il quale era stata ricavata una piccola cucina a scomparsa. Poco più in là una grande porta finestra dava su un terrazzetto pieno di piante di limone. Nei giorni estivi tutto rimaneva aperto, pareva veramente di essere al sud ed era una delizia pranzare là fuori. I nostri pasti erano frugali, c’era sempre o una minestra di ceci o un piatto di pasta con verdure lasciate appassire in aglio e olio. Completava il pasto un’insalatina, delle olive e della frutta, oltre, ovviamente, a certi immancabili dolcetti provenienti dal Gargano. Romano si preoccupava sempre di rabboccare il mio bicchiere versando vino da una caraffa dipinta a mano. Durante il pranzo parlavamo un po' di tutto , lui si aggiornava sulle mie vicende sentimentali, io invece ero in adorazione, smanioso di scoprire cose nuove dei suoi lavori. Che belle quelle nostre conversazioni così fluide e aperte! Di fronte a noi, su una lunga parete, facevano bella mostra i suoi grandiosi acquarelli turchesi e azzurri e tele con nudi di donna anch’essi in varie tonalità di verde-azzurro - il colore predominante e poi ancora altri dipinti di amici artisti e foto del castello di Peschici, suo rifugio estivo.

Sotto questa quadreria composita e vibrante era posizionato un grande divano, ed era là che, terminato il pranzo, ogni volta sprofondavamo a guardare un po' di tv. “All’inizio degli anni '60 - mi raccontava con la sua voce calda e piena - il sud Italia era bellissimo e intatto, di una purezza oggi quasi dimenticata. Quando un forestiero soggiornava nei piccoli centri della costa ionica veniva continuamente omaggiato di fiori e cesti di frutta fresca, un’immagine che oggi sembra appartenere alla fantasia o a un luogo esotico. Non esisteva la televisione, il ritmo della giornata era scandito dalla luce e dall’oscurità. Al termine del giorno, soprattutto nei luoghi di mare, i bambini venivano chiamati ad assistere allo spettacolo del tramonto - ogni volta diverso ! - e questa immagine di semplicità e panteismo dava senso alla vita”.

A volte Romano si coricava un po' a riposare, in quel caso mi congedava con modi gentili ma spicci, magari infilandomi una noce in tasca o facendo un’ultima battuta. Altre volte - non ho mai capito perché - avevo il permesso di aspettarlo e così, dopo il suo sonnellino, ci preparavamo a uscire insieme diretti al suo atelier che era poco distante. Me lo ricordo ancora lui, già così imponente di suo, mentre scendeva le scale con indosso un gigantesco cappotto fuori misura. Una volta fuori, ogni cosa sembrava attirare la sua attenzione, guardava in alto ed erano le nuvole a incuriosirlo, scrutava nei cortili dei palazzi ed era il vociare di bambini intenti a giocare a riportargli immagini di altri tempi. “Qui durante la guerra c’era un rifugio anti-aereo - mi diceva pensieroso - decine e decine di persone hanno passato notti intere ammonticchiate una su l’altra senza sapere cosa stesse succedendo fuori. Ci davano da mangiare pane duro e fagioli in scatola. Tra gli aerei americani fuori e i fagioli là sotto, bombardamenti di ogni tipo”. Ci guardavamo e scoppiavamo a ridere.

Lo spazio dove lavorava Romano era situato all’interno di uno stabile ottocentesco, in una via laterale. Per raggiungerlo si doveva attraversare una portineria dal forte odore di cera per mobili e un ampio cortile lastricato con pietre di fiume. Al centro era posta una fontanella completamente muschiata sulla quale troneggiava un piccolo putto sorridente che ci accoglieva con il suo getto sonoro. Una volta là dentro la città perdeva consistenza, si era in un’altra dimensione. L’atelier vero e proprio era costituito da un ingresso stretto come un budello con un tendone pesante che si doveva scostare per accedere alla stanza principale e là si rinnovava lo stupore per l’enorme parete a vetro e per la luce che ammantava l’ambiente modulando le ombre tra i dipinti accatastati.

Appena entrato Romano indossava il suo grembiule impregnato di trementina e olio di lino e si metteva al lavoro: puliva i pennelli, sfogliava alcune cartelle di litografie, metteva in atto il rituale che tante volte mi aveva descritto. “C’è sempre bisogno di una accordatura, è come nella musica. Ogni volta bisogna tornare a familiarizzare con lo spirito del luogo riportando le proprie corde in sintonia. Vedi questo acquarello? Mi diceva dopo averlo estratto da una pigna di carte con un gesto degno di un prestigiatore - vedi queste schegge di bianco della carta salvate dall’invasione del colore gravido d’acqua? Sono loro a dare tutta la luce a questo paesaggio, sono loro a renderlo arioso, croccante, ah, se non ci fossero tutto si spegnerebbe, la relazione stessa tra i colori cambierebbe completamente. È questo che cerco ogni giorno quando vengo qui. E non è scontato, credimi. Ci sono giorni in cui mestiere e tecnica sembrano superflui, inutili. Si va avanti a provare e non succede nulla. Ce ne sono altri in cui tutto sembra elementare, i dipinti in quei giorni sembrano nascere da soli, una forza guida la mia mano. E questo è il mistero, il vero mistero”.