I libri, la mia vita

Intervista a Laura Bosio

12 GIUGNO 2017,
Laura Bosio
Laura Bosio

Scrittrice, editrice, sceneggiatrice, autrice di numerosi studi e romanzi, spesso incentrati sul “femminile”, ha recentemente pubblicato Per seguire la mia stella, dove riscopre l’inedita figura di una poetessa lucchese del ‘500.

Che cosa vuole raccontarci di lei?

Temo l’autoritratto, che è diretto quanto fuorviante. Preferisco provare a raccontare di me attraverso qualche quadro, cosa che di per sé rivela alcune mie predilezioni, forse lucide e di certo maniacali. Indugiare, ad esempio, sullo stralunato Van Gogh dipinto da Francis Bacon nel 1957: cappello giallo sulla faccia scimmiesca, cofanetto da pittore sulle spalle e un bastone-seggiolino a puntellare il corpo molle e quasi sfatto, cammina dritto per la sua strada, tra campi rosso fuoco, in una giornata di sole pieno, ma una gabbia appena visibile lo incornicia. Lo associo a un Giovanni Battista del Cinquecento olandese, opera di Geertgen tot Sint Jans: se ne sta seduto in mezzo a un paradiso terrestre con la testa appoggiata a una mano, il piede sinistro accavallato al destro, impacciato e familiare, si vorrebbe abbracciarlo. E cosa dire del bouquet di Brueghel il Vecchio, 44 fiori diversi più 3 nella ghirlanda a lato, che mi diverto a contare? Un po’ tanti, sfronderei. Le tentatrici di Pinturicchio, nell’Appartamento Borgia del Vaticano, ogni volta mi seducono e mi spaventano, con quelle corna da satiro di cui non sembrano rendersi conto. Non sarà che mi immedesimo in loro? Provo meraviglia di fronte all’onda tentacolare di Hokusai, e simpatia profonda per gli omini industriosi e pelati che la affrontano a remi, quieti temerari. Difficile emularli, però è quello che vorrei.

La riflessione e l’indagine sul femminile, è un po’ l’asse portante delle sue ricerche …

La storia delle “donne felici” in questi ambiti, tra alti e bassi, remissioni e nuovi inasprimenti, purtroppo credo che continui a rimanere un miraggio. Penso però che le donne, oggi, abbiano una grande occasione: quella di portare nella società, dove si sono affacciate tutto sommato da poco come soggetti riconosciuti e ascoltati, la propria adattabilità e nello stesso tempo la propria libertà, socialmente conquistata e forse intimamente mai persa. Per secoli le donne sono state costrette in gabbie strettissime, spesso crudeli, e per sopravvivere hanno dovuto imparare l’accortezza, la flessibilità, la capacità di intuire, di prevedere, associare, organizzare, sforzandosi di rimanere libere da confini inutili, da schemi rigidi e irrigidenti. Qualità che ora vengono considerate indispensabili, nel lavoro, nei rapporti sociali, nell’arte. Gli uomini invece, che quelle gabbie hanno creato, sono rimasti un po’ prigionieri delle loro stesse sbarre. Superfluo sottolineare quanto le donne che in posizioni di vantaggio ripetono le solfe dettate da schemi “maschili”, si rimettano da sé dentro le gabbie. E avrebbero ben altre possibilità…

Ha scritto che “Dentro e Oltre” segnano l’esperienza profonda di molte delle donne incontrate…

Ho curiosità e ammirazione per le ricerche, le esperienze spirituali, al di là dei credo e delle fedi. Spiritualità è un termine ampio e variamente declinato, dalle religioni, dalla filosofia, un labirinto di significati e di simboli, ma anche di equivoci. Restringendo il campo a quello che mi è più congeniale, per me è respiro interiore, spazio dove l’io che si trincera lascia che le sue mura si sgretolino, scompaiano, per fare strada all’altro, agli altri. Spazio e respiro interiore per ritrovare nell’aperto qualcosa di significativo, con ricadute niente affatto intimistiche, ma sociali e forse anche politiche. Immergersi dentro di sé fino a sprofondare spinge inevitabilmente fuori di sé, verso l’esterno, l’altro e gli altri. Sono molte le donne che potrei citare: mistiche come Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, filosofe, pensatrici e poetesse come Edith Stein, María Zambrano, Simone Weil, o come Emily Dickinson, Cristina Campo…

La sua ultima fatica, il romanzo Per seguire la mia stella scritto con Bruno Nacci, è incentrata su Chiara Matraini, poetessa del ‘500, un “romanzo storico” sui generis …

Oggi si pubblicano romanzi “in costume” dove i lettori ritrovano gli stereotipi che già si aspettano. I personaggi sono abbigliati secondo gli usi del secolo in cui le vicende sono ambientate, ma pensano e agiscono come uomini e donne di questo tempo. Noi abbiamo provato a calarci, documentandoci molto, nella mentalità dell’epoca. Non volevamo creare un medaglione celebrativo di Chiara Matraini, né farne un’eroina romantica, paladina della liberazione femminista, ma ridare vita alla donna tormentata e piena di ombre che fu. Volevamo raccontare la vita non facile e coraggiosa di una donna in un periodo che per molti aspetti anticipa la modernità, con l’avvento di una classe di mercanti banchieri spregiudicati, la creazione delle Borse, oltre che lo scontro duro ma appassionato sui grandi temi della religione.

Chiara Matraini, come altre poetesse del XVI secolo, rivela, più o meno nascostamente un’inquietudine spirituale e religiosa che la avvicina ai fermenti della Riforma …

È così. La stessa Vittoria Colonna – al centro dello straordinario e credo irripetibile gruppo di poetesse del Cinquecento - fu attratta dalla Riforma e da predicatori ereticali. Ad attirarle non erano tanto i dubbi sulla fede quanto il disamore e la presa di distanza dalle trame e dagli interessi, di potere e di denaro, di sacerdoti, ordini monastici, papi che si presentavano come imperatori romani nella pompa di rituali grotteschi. Alcuni tra gli esseri più sensibili del tempo, fra cui le poetesse di cui stiamo parlando, si sottraevano ai ricatti di quella fede distorta e pur non aderendo, o solo in parte, alla Chiesa riformata erano conquistati dalla chiarezza, dall’indipendenza, dal richiamo alla moralità che vi intravedevano.

Si è cimentata anche come sceneggiatrice, che cosa le ha riservato questa esperienza?

Nel 1997 ho collaborato al soggetto e alla sceneggiatura di Le acrobate di Silvio Soldini. Il cinema è una mia grande passione, non a caso mi sono laureata in Storia del cinema a Milano con Gianfranco Bettetini. Per quel film Silvio cercava una scrittrice che lo aiutasse a mettere a fuoco le due figure femminili che aveva immaginato (poi interpretate da Licia Maglietta e Valeria Golino). Ci eravamo intesi, e siamo tuttora amici. Collaborare alla realizzazione di quel film per me è stato un omaggio al cinema che tanto ho amato, la possibilità di conoscerlo più dall’interno.

Dalla sua prospettiva di consulente editoriale, come vede l’attuale situazione dell’editoria e del libro?

La crisi è innegabile, e il momento particolarmente complicato. Le cause dell’inquietudine non mi sembrano però risiedere dove le sento indicare più spesso. Non sono fra chi, nella diatriba tra libro elettronico e libro di carta, postula che la carta garantisca la qualità del contenuto mentre lo schermo porterebbe con sé la mediocrità della distrazione: gli editori sono stati i primi a svalutare il contenuto di ciò che hanno accettato di pubblicare in forma di libro. Lo schermo elettronico, che abitualmente uso, non ucciderà la carta, almeno in tempi brevi, più di quanto la radio non abbia ucciso la stampa o la televisione la radio. Per parte mia, non riesco a immaginare un mondo senza libri: i libri sono le case delle parole e le parole le case del pensiero.

Che importanza ha rivestito Milano, nella sua formazione e nella sua affermazione come studiosa e scrittrice?

Milano ha avuto una parte direi decisiva nella mia formazione. Venni a vivere qui a metà anni Settanta, per studiare Lettere all’Università. Erano i cosiddetti “anni di piombo”, un periodo drammatico, ma essere più vicina a quello che stava succedendo, che stava cambiando, socialmente e culturalmente, mi era sembrato subito importante. E poi a Milano c’era il cinema a portata di mano, cineteche come l’Obraz e il San Marco dove passavo letteralmente le giornate. A Milano c’erano anche le pinacoteche, che non smettevo di visitare, c’erano il teatro d’avanguardia e la musica contemporanea che scoprivo con entusiasmo. E c’erano le librerie, i libri, che poi sono diventati la mia vita.

Nelle sue opere, ci rappresenta donne di tutto il mondo e di tutte le epoche; quali figure della cultura e della storia ambrosiane le sembrano più significative da ricordare?

Tra le tante, mi viene in mente la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso. È stata definita di volta in volta sfortunata, romantica, rivoluzionaria, socialista, impenetrabile, spettrale e, nella vecchiaia, crudelmente in rovina. Definizioni mediamente suggestive e fatalmente vere solo a metà. Di lei, come è accaduto a molte donne di talento (e come è accaduto anche a Chiara Matraini), si è preferito dire che era eccentrica e scandalosa piuttosto che brava. In sessantatré anni di vita ha collezionato avversari illustri, Mazzini e Gioberti, ad esempio, o Manzoni. Ma Carlo Cattaneo, in una lettera del luglio 1860 all’amico e tipografo Gino Daelli, editore del Politecnico e delle opere di Mazzini, non aveva dubbi: “In ogni caso è la prima donna d’Italia”.

Ci può parlare della sua esperienza in Penny Wirton?

Eraldo Affinati e sua moglie Anna Luce Lenzi hanno fondato la Penny Wirton, scuola di italiano per migranti, nel 2008 a Roma. Qui esiste dal dicembre 2015 e in poco più di un anno e mezzo è diventata una presenza, grazie alla risposta partecipe e generosa della città. Caratteristica principale della scuola, completamente gratuita e autofinanziata, è l’insegnamento “uno a uno”, a tu per tu tra insegnante e allievo, che in questo modo può essere seguito dal livello di partenza in cui si trova. Per questo dobbiamo contare sull’apporto di numerosi insegnanti volontari, che non mancano, al contrario. Oltre a non essere organizzata in classi, la Penny Wirton non richiede iscrizione formale e accoglie studenti lungo tutto la durata del corso. Per l’insegnamento mettiamo a disposizione i volumi concepiti appositamente da Eraldo e Anna Luce sulla base della loro esperienza, strumenti molto utili per noi. Un’esperienza non solo civile e sociale ma formativa per i più giovani come per tutti noi. I problemi sono molti, è indubbio che l’accoglienza vada organizzata con la massima attenzione, sul piano sociale e politico. È però certo che, in un momento in cui siamo chiamati a un ripensamento profondo del nostro vivere insieme, la condivisione diviene una strategia importante, anzi necessaria.