Vi sono delle connessioni tra i sistemi neurali che presiedono al soddisfacimento della fame attraverso la ricerca del cibo e quelli che sottendono alla ricerca del piacere attraverso l’uso di sostanze psicotrope? Entrambi hanno in comune la ricerca del soddisfacimento attraverso il piacere nell’assunzione di una sostanza.

Il concetto di "dipendenza da cibo" si è materializzato nell'industria della dieta sulla spinta di rapporti soggettivi, casi clinici e casi studio descritti nei libri. L'aumento dell'obesità, unito all'emergere di scoperte scientifiche di parallelismi tra droghe d'abuso e cibi appetibili, ha dato credibilità a questa idea. Le prove esaminate in molti studi supportano la teoria che, in alcune circostanze, l'accesso smodato allo zucchero può portare a comportamenti e cambiamenti neurochimici che utilizzano gli stessi percorsi delle sostanze che inducono dipendenza. Molte persone sostengono di sentirsi costrette a mangiare cibi dolci, in qualche modo come un alcolista si sente obbligato a bere.

Il nostro cervello è strutturato dall’evoluzione per amare i cibi dolci e ricchi di calorie, in modo di accumulare provviste corporee utili a farci sopravvivere nei momenti di carestia. Lo zucchero è inoltre la “benzina” del cervello; l’ipoglicemia si manifesta con disorientamento, stanchezza profonda e infine perdita di coscienza. L’introduzione nel nostro corpo di cibo ricco di carboidrati prontamente disponibili doveva darci sensazioni di euforia e appagamento.

Il mediatore chimico protagonista del processo tramite il quale l’introduzione di cibi zuccherini causa benessere ed euforia è la dopamina, sostanza indispensabile al metabolismo cerebrale. L’assunzione smodata, eccessiva e ripetuta di zucchero può avere effetti dopaminergici e colinergici simili a psicostimolanti e oppiacei, anche se di intensità inferiore. L'effetto complessivo di questi adattamenti neurochimici è una sindrome da dipendenza lieve ma ben definita, con bisogno compulsivo di reiterare l’assunzione della sostanza per averne gratificazione. È stato inoltre curiosamente dimostrato che la sindrome da astinenza da zuccheri è reversibile utilizzando antagonisti degli oppiacei. Il capostipite di questa categoria di farmaci è il naloxone, prodotto di sintesi, primo antagonista oppioide puro, con affinità per tutti e tre i tipi di recettori degli oppioidi.

Questi sintomi di astinenza coinvolgono almeno due reazione neurochimiche: la prima è una diminuzione della dopamina extracellulare e la seconda è il rilascio di acetilcolina dagli interneuroni del nucleo accumbens (dal latino: nucleo adiacente al setto). Il Nucleo Accumbens, situato nella parte più “antica” del cervello e connesso con l’area limbica è il centro direttivo dei processi cognitivi riguardanti l'avversione, la motivazione, il piacere, la ricompensa e molteplici meccanismi di rinforzo dell'azione.

Può quindi lo zucchero creare dipendenza? La risposta è SÌ! Scendendo nel dettaglio, per dipendenza si intende un comportamento caratterizzato da atteggiamenti compulsivi, a volte incontrollabili, volti a procurarsi la sostanza in causa. Questi atteggiamenti si verificano a spese di altre attività e si intensificano con accessi ripetuti alla gratificazione che ne deriva.

Tutto questo avviene attraverso un meccanismo biochimico legato alla permanenza nel sangue di un amminoacido chiamato triptofano, che l’ondata di insulina scatenata dal repentino innalzamento della glicemia non è in grado di rimuovere con la stessa efficienza degli altri. Quel residuo di triptofano è un precursore della serotonina e dunque il messaggio che giunge al cervello dopo un'“abbuffata” di zuccheri e conseguente rilascio di insulina (causa dell’antecedente picco glicemico) è un forte segnale di benessere ed euforia. Il segnale però è precocemente reversibile; ben presto il cervello subirà l’effetto “rimbalzo” e vorrà compensare la mancanza di quei neurotrasmettitori del benessere cercando nuovi cibi zuccherini pronti a soddisfare la “voglia”. Tanto più forte sarà la sensazione di appagamento tanto più grande sarà la caduta verso il basso e il desiderio di ripetere l’esperienza.

In un’epoca di “guerra” contro i grassi contenuti nei cibi si trascura spesso un altro componente contenuto in maniera esagerata negli alimenti da cui adulti e soprattutto bambini sono sempre più precocemente dipendenti: lo zucchero. L’abitudine di assumere fin dall’infanzia cibi fortemente zuccherini (merendine, snack, biscotti, bevande) con elevato indice glicemico attiva meccanismi di dipendenza che alterano la normale fisiologia dei circuiti del piacere e della gratificazione, favoriscono la comparsa di sintomi simil-depressivi e aprono la strada all’obesità e alle patologie metaboliche, grande piaga in espansione della nostra società. Non si può fare a meno di giungere a una riflessione, a questo proposito, sul ruolo negativo di una invadente e pervasiva pubblicità commerciale che invita a non resistere alle tentazioni, per promuovere bombe caloriche sotto forma di cioccolatini, dolciumi e quant’altro: per fortuna che non sono droghe…

Bibliografia
Avena M.N., Rada P., Houebel B.g., (2007), Evidence for sugar addiction: Behavioral and neurochemical effects of intermittent, excessive sugar intake. Neuroscience and Biobehavioral Rev; 32(1):20-39