L’immigrazione clandestina sta alimentando in Europa una forte tensione sociale, con le opposizioni politiche dei diversi paesi europei che attaccano spesso i partiti di governo per l’incapacità che sembrano dimostrare per la soluzione di questo ormai annoso problema. In realtà è difficile trovare una facile soluzione totale, anche se di recente si intravede qualche spiraglio di luce per ridurre tale fenomeno. Un aiuto umanitario ai migranti, qualunque sia il motivo della loro emigrazione, rientra nelle azioni umanitarie che non possono essere trascurate, ma che il più delle volte non possono essere nemmeno facilmente accettate, soprattutto quando è incerta la loro provenienza e sono poco chiare le motivazioni che inducono all’emigrazione. È quasi un luogo comune dire che bisogna finanziare i loro paesi di provenienza per contrastare il fenomeno migratorio. Ma ciò è proprio vero?

I flussi migratori misti

Il controllo degli immigrati si rende difficile anche perché si tratta dei cosiddetti “flussi misti”, cioè flussi migratori che includono i richiedenti asilo per ottenere lo status di rifugiati e i migranti, in prevalenza migranti economici, che viaggiano assieme ai richiedenti asilo e spesso senza una loro chiara distinzione.

I primi sono persone che arrivano richiedendo asilo politico, perché scappano da paesi dove è in pericolo la loro vita per persecuzioni dovute a motivi religiosi, per violazione dei diritti umani o per guerre civili qualche volta scoppiate per operare una “pulizia etnica”. Sono persone per le quali se viene accettato lo status di richiedenti asilo diventano dei rifugiati. I secondi sono persone che fuggono dalla povertà, con l’obiettivo di potere trovare una vita dignitosa attraverso il lavoro o la possibilità di istruzione in altri paesi. Non sono comunque dei perseguitati nei loro paesi. Nei due casi si tratta comunque di persone di qualunque età che viaggiano normalmente senza documenti di riconoscimento, con la presenza anche di bambini che non sono sempre accompagnati dai relativi genitori. È evidente che la mancata documentazione personale non consente un loro corretto riconoscimento e controllo per evitare l’ingresso anche alla criminalità organizzata e ai terroristi di diversi paesi o a persone che è vietato loro l’accesso per vari motivi, in genere di tutela pubblica.

Si tratta di migliaia di persone che annualmente provengono via mare e via terra verso l’Europa. Via mare:

  • dai paesi mediorientali e soprattutto dalla Siria, attraverso la "Rotta del Mediterraneo orientale" che è seguita dagli arrivi irregolari con approdo nelle isole greche, a Cipro e in Bulgaria;
  • dall’Africa occidentale, attraverso la “Rotta del Mediterraneo occidentale” che passa per il Marocco e l’Algeria con arrivi in Spagna attraverso le città Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole nell’Africa nord-occidentale;
  • dall’Africa subsahariana, attraverso la “Rotta del Mediterraneo centrale” che passa per la Tunisia e la Libia con arrivi a Malta e in Italia.

Via terra: sono flussi migratori che giungono in Europa attraverso i Balcani e la Bielorussia e di recente anche dall’Ucraina e dalla Moldavia a seguito dell’invasione russa. Sono migliaia di emigrati che fruiscono anche della “protezione umanitaria e sussidiaria” dell’Unione Europea.

La politica europea sull’immigrazione

L'UE dispone di norme comuni per il trattamento delle domande di asilo ed emana disposizioni per il rimpatrio dei migranti irregolari concludendo con i paesi terzi gli accordi di riammissione. La difficoltà a risolvere il problema in parte deriva anche dal fatto che, pur spettando all’UE di stabilire le condizioni di ingresso e soggiorno dei migranti, spetta sempre ai suoi Stati membri di stabilire i volumi di ammissione per le persone provenienti da paesi terzi in cerca di lavoro. Purtroppo se tali volumi non sono ben concordati tra i vari Stati si creano, come di fatto si sono create, delle difficoltà gestionali che provocano poi degli scompensi sociali nel paese di approdo o comunque di arrivo. Nel contesto internazionale sembra però che il problema dell’immigrazione non sia ancora sufficientemente recepito o non recepito al punto tale da tentare di mettere in atto misure tendenti a risolverlo definitivamente, sempre che tale soluzione definitiva esista.

Per i rifugiati che arrivano in Europa, l’UE ha l’obbligo di accoglierli distribuendoli nel proprio territorio e creando le condizioni per la loro integrazione sociale, formandoli anche perché possano espletare dei lavori e potersi così inserire e integrare a tutti gli effetti nel tessuto sociale. Ovviamente con l’accettazione da parte dei rifugiati degli usi e costumi vigenti nel paese che li ospita, senza per ciò dovere però abbandonare i propri costumi, quando essi non sono in contrasto con quelli vigenti nel paese che li ospita ai fini delle norme di sicurezza o dell’armonia sociale che vigono in quel paese. Ad esempio, devono consentire di potere essere riconosciuti visivamente ad un controllo e non devono contestare le tradizioni locali se sono differenti dalle loro. Tra le contestazioni, cito come esempio, quella che è stata fatta più volte per il crocifisso appeso alla parete della scuola. È una contestazione inammissibile, come sarebbe inammissibile una analoga contestazione fatta da stranieri in un paese dove si professa una religione differente dalla loro. Un cattolico non si permetterebbe certamente di contestare in un paese musulmano l’immagine del Profeta Maometto appesa ad una parete di una scuola musulmana, se un proprio figlio frequenta quella scuola, ecc. Spesso si tratta di contestazioni che vengono alimentate anche dall’opposizione politica vigente.

Una delle cause del mancato maggiore controllo dell’immigrazione potrebbe in parte addebitarsi al forte calo demografico che c’è nell’UE e alla conseguenziale necessità di reperire mano d’opera straniera, non essendo in alcuni settori sufficiente quella europea. Un problema che dovrebbe però essere affrontato con accordi ufficiali, tra i paesi degli emigrati e quelli che potrebbero accoglierli, per l’arrivo controllato di persone formate e/o da formare, per poterli così regolarmente immettere nel campo lavorativo, rappresentando così una risorsa per il paese ospitante. Un argomento sicuramente importante che esula, per il momento, dalla presente trattazione.

Come si è cercato di frenare i flussi migratori

Per i migranti economici la forma più adatta per ridurre le immigrazioni sembra anche quella di aiutare i paesi di partenza, fornendo loro finanziamenti per la loro crescita economica. Paesi che, seppure con basso reddito pro capite, spesso hanno materie prime naturali pregiate e ambite dalle grandi potenze straniere e dalle grandi multinazionali che, se correttamente utilizzate nell’ambito dello stesso paese, potrebbero elevare il relativo PIL. Purtroppo può avvenire che diversi di questi paesi abbiano governi tendenti all’autoritarismo (alcuni in modo palese, altri in maniera seminascosta) che impediscono alla popolazione di godere dei benefici economici. Dunque, quella che potrebbe sembrare una facile soluzione, in realtà presenta problemi complessi. Gli interventi finanziari, infatti, non sembrano aver raggiunto sempre lo scopo previsto, cioè la riduzione dell’emigrazione attraverso l’aumento del reddito pro capite dei relativi abitanti. Diverse volte sembra che i finanziamenti stranieri siano serviti solo all’arricchimento di chi detiene il potere locale e/o del gruppo politico che li sostiene, alimentando così di fatto il rafforzamento degli esistenti regimi dittatoriali e le conseguenti tensioni interne.

È dunque legittimo chiedersi se i finanziamenti stranieri concessi sono serviti realmente a ridurre l’emigrazione

Che le risorse economiche elargite a diversi paesi a basso livello economico non abbiano sortito l’effetto sperato è ampiamente riportato nell’articolo Dissuadere l'emigrazione con gli aiuti esteri: Una panoramica dei dati dei paesi a basso reddito a cura di Michael Clemens1 e pubblicato da IZA Institute of Labor Economics nel 20172. Nell’articolo è stato ampiamente dimostrato che gli aiuti forniti dagli Stati ai paesi con economie deboli, fino a quando il paese non supera un certo valore del PIL, producono addirittura un aumento dell’emigrazione. Un fatto che sembra paradossale e che contrasta con quello che la semplice intuizione ci porta a credere. Infatti, come scrive lo stesso Clemens: «se a casa ci sono più posti di lavoro e meno violenza, le persone possono sentirsi meno costrette a trasferirsi. Ma raramente le politiche si sono basate su prove che dimostrassero che gli aiuti scoraggiano effettivamente la migrazione». In definitiva viene affermato che, nel caso in esame, oltre ciò che l’intuizione ci porta a presumere non esistono, di fatto, concrete dimostrazioni che confermino il verificarsi dei fatti intuiti.

Dalla ricerca, basata su dati numerici rilevati, risulta che per potere sperare in una eliminazione dell’emigrazione dai paesi poveri occorre che il loro PIL pro capite sia prossimo a 8000-10000 dollari USA e che per raggiungere tale quota, considerando la crescita annuale ipotizzabile del PIL occorrerebbero decine di anni. Un tempo sicuramente eccessivo e incompatibile con l’esigenza di ridurre fortemente e in tempi ragionevoli l’emigrazione. Lo studio citato riporta che l’aumento dell’emigrazione, a seguito della concessione di finanziamenti stranieri, è dovuta al fatto che la soglia di povertà non viene superata sufficientemente e che le maggiori prime risorse economiche disponibili consentono più facilmente di pagare i “costi personali” per l’emigrazione, arricchendo così ulteriormente i trafficanti di esseri umani. Pertanto, i finanziamenti concessi a scopo umanitario, sempre che buona parte vadano realmente a beneficio della popolazione, se non sono tenuti sotto adeguato controllo potrebbero tendere, paradossalmente, ad alimentare il malaffare.

Inoltre la ricerca, nella sua complessità, evidenzia che il reddito bassissimo frena l’emigrazione, perché in tal caso la popolazione non ha le economie minime necessarie per emigrare. L’emigrazione si attiva poi una volta che sia stata superata una certa soglia di reddito e comincia successivamente a rallentare al raggiungimento di un valore più alto per tendere poi ad estinguersi. L’andamento graficizzato segue l’andamento che può essere rappresentato con una curva a campana. Tale andamento in funzione del reddito pro capite, definito "transizione della mobilità", era stato già studiato da Wilburn Zelinsky, nel lontano 1971 ed è stato riportato su un articolo del Geographical Review intitolato Hypothesis of the Mobility Transition. L’analisi di Clemens sembra comunque molto dettagliata e ricca di esempi e dati statistici. La mancata riduzione dell’emigrazione, a seguito di incentivi, è comunque dovuta anche ad altri fattori, come riportato dallo stesso Clemens «Un maggiore reddito disponibile significa una maggiore capacità di pagare i costi diretti della migrazione, ma anche una maggiore capacità di investire in elementi che ispirano e facilitano la migrazione, come l'accesso a Internet, le competenze linguistiche, i contatti commerciali con l'estero e il turismo all’estero».

Riflessioni finali

Il flusso dei migranti economici è strettamente legato all’alta e costante crescita demografica dei paesi di loro provenienza, alla difficile situazione economica e occupazionale che attraversano e, in alcuni paesi, alle forti tensioni interne oppure a vere guerre civili. In relazione alla crescita demografica è opportuno evidenziare che, mentre nei paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) si prevede una tendenza negativa nei prossimi anni, nei paesi dell’Africa subsahariana, ad esempio, la tendenza è positiva. Infatti, la popolazione, pur se con un tasso di fertilità leggermente decrescente registra una mortalità infantile in calo, con un bilancio positivo a favore della crescita demografica. Tale fatto, da ricerche scientifiche ampiamente pubblicizzate, farebbe ipotizzare un aumento della popolazione in età di lavoro di oltre 100 milioni di unità entro il 2050.

La riduzione di emigrazione è certamente possibile se questi paesi saranno aiutati ad avviare un vero processo di sviluppo interno con conseguente esportazione dei loro prodotti e, probabilmente, non sarà necessario che il reddito pro capite minimo raggiunga i valori previsti dal Clemens. L’emigrazione, infatti, potrebbe essere rallentata lo stesso in relazione alla capacità di adattamento che hanno popoli abituati a regimi economici bassi, dove basta una modesta elevazione del loro reddito per incoraggiarli a evitare l’emigrazione.

Il meccanismo con cui gli aiuti potrebbero sistematicamente scoraggiare l'emigrazione non sono chiaramente definiti e non basta che molti paesi investano nell’area subsahariana. Un esempio ci viene dato dalla Cina che già da decenni realizza in alcuni paesi dell’area sub sahariana infrastrutture e fa accordi per utilizzare materie prime importanti per il suo sviluppo tecnologico, ma poco viene valutato se da tali investimenti ci sia un effettivo riscontro positivo per i relativi abitanti o se tali investimenti siano portatori di pace all’interno del paese dove vengono effettuati. In alcuni paesi, oggetto di investimenti stranieri, non è raro assistere a vere guerre civili con lo sterminio di gruppi etnici da parte del governo in carica, non è raro assistere a massacri di massa con l'annullamento dei valori e dei documenti culturali delle persone sterminate per motivi razziali o religiosi. E ciò solo per tenere sotto controllo la popolazione e continuare così a perpetrare il malaffare attraverso i tanti elogiati rapporti internazionali e sotto l’insegna di una democratura, cioè con un regime politico che ostenta la democrazia, ma che di fatto è guidato da comportamenti autoritari.

I flussi migratori potranno essere ridotti, ma difficilmente bloccati a breve o medio termine. Forse uno dei modi più efficienti potrebbe essere quello di mettere in atto un accordo di cooperazione generale col paese verso cui si propone di intervenire e, a fronte di piani commerciali, agricoli, turistici, industriali, ecc., contribuire a realizzare contestualmente interventi seri di formazione di giovani e meno giovani per farli diventare parte attiva nelle attività produttive e mirare così al migliore utilizzo diretto delle risorse e beni naturali esistenti nei loro paesi. Ciò potrebbe anche stimolare l’immigrazione autorizzata in Europa, per ottenere personale lavorativo formato o da formare che godrebbe del riconoscimento dei propri diritti umani e di lavoro. Si avrebbe così il beneficio per gli immigrati di ridurre la disoccupazione nel loro paese, per l’Europa di cominciare a ridurre la propria carenza di mano d’opera che pesa sula produzione interna.

Questi interventi dovrebbero però allontanare la tentazione di una nuova forma di colonialismo, ancorché larvata, per arrivare ad una forma di cooperazione vera e dignitosa. Una cooperazione che dovrebbe fare sentire orgogliosi da ambo le parti: i locali, per l’efficienza lavorativa e moderna raggiunta e per avere creato una nuova occupazione lavorativa, e i paesi che intervengono, per avere messo in atto azioni veramente umanitarie che non minano la dignità dei locali, anzi la salvaguardano a la rafforzano creando con loro vere attività produttive in un regime di cooperazione, dove tutti possono avere un ritorno economico dignitoso e pienamente legittimo.

Note

1 Michael Clemens, esperto sugli effetti economici e le cause della migrazione in tutto il mondo, Research Fellow presso l'IZA Institute of Labor Economics di Bonn, in Germania, è stato direttore della migrazione, dello sfollamento e della politica umanitaria e senior fellow presso il Center for Global Development.
2 IZA è la prima istituzione economica in Germania per le ricerche sul mercato del lavoro, l'IZA collabora strettamente con il Dipartimento di Economia dell'Università di Bonn.