Le notizie sui femminicidi sono ormai diventate un triste bollettino di morte che solo di recente sta avendo una maggiore attenzione; un bollettino che evidenzia giornalmente una strage complessiva superiore a quella che mediamente ogni anno é di origine terroristica, con un costante aumento in tutti i Paesi.

Un triste fenomeno di antica origine

Il femminicidio, inteso come l'uccisione di donne a causa del loro genere, ha radici lontane nel tempo e lo ritroviamo in molte culture e periodi storici, mentre il termine "femminicidio" è rappresentativo di un concetto più moderno ed è stato coniato negli anni '70 dalla scrittrice radicale femminista Jill Radford nel contesto del movimento femminista per descrivere specificamente l'uccisione di donne a causa del loro genere. Non si tratta dunque di un fenomeno moderno, poiché già nell'antichità molte culture praticavano la discriminazione di genere e le donne potevano essere uccise prevalentemente:

  • per motivi religiosi, immolandole sulle sacre are;
  • per motivi culturali, rintracciabili nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne nella continua battaglia tra i sessi, dove la donna, così come ancora in tanti Paesi, viene vista come un grande pericolo per l’uomo e pertanto ne viene limitata la relativa crescita culturale e sociale;
  • per motivi familiari, quando ad esempio in alcune società antiche veniva praticato l'infanticidio femminile a causa della preferenza che si aveva per i figli maschi;
  • per accuse di stregoneria, quando nel Medioevo molte donne venivano accusate di stregoneria e messe al rogo, per scoprire poi che quasi sempre si trattava di donne che avevano avuto il coraggio di resistere ad atti di violenza che su di loro volevano esercitare uomini appartenenti ai poteri forti di quell’epoca.

Principali dati statistici nello scenario mondiale

Il fenomeno non sembra ancora sufficientemente valutato, forse perché si assiste spesso a morti per stragi e per guerre con insieme di vittime localizzate, mentre il femminicidio rappresenta una strage continua non localizzata, ma diffusa in tutto il mondo e riferita di volta in volta a singole donne e ragazze uccise, come di seguito evidenziato, indipendentemente dalla loro nazionalità e dal loro credo religioso. Per avere un quadro generale del numero di femminicidi basta leggere il comunicato stampa del 22 novembre 2023 dell’Ufficio contro la droga e la criminalità dell’ONU, riferito ad analisi e stime statistiche sui femminicidi nel mondo dell’anno 2022, che riporta i risultati di una nuova ricerca dell’UNODC1 e di UN Women.2 I dati che emergono sono preoccupanti e impongono a tutti delle serie riflessioni.

Nel 2022, nel mondo, si stima che siano state uccise intenzionalmente quasi 89.000 donne e ragazze, con una portata che potrebbe essere ancora maggiore, poiché in alcuni grandi Paesi è difficile accedere a questi dati. Nel comunicato è anche riportato che il 55% (48.800) di tutti gli omicidi femminili sono stati commessi da familiari o partner intimi (compresi padri, madri, zii e fratelli), i restanti omicidi di genere, perpetrati al di fuori della sfera familiare, sono dovuti principalmente all’uccisione di prostitute in ambienti prevalentemente criminali o a donne in conflitti armati. È stata così sottolineata la preoccupante realtà che l’abitazione non rappresenta assolutamente un rifugio sicuro per donne e ragazze. Se poi il numero di vittime di familiari o partner intimi è riferito alla media giornaliera risulta che in media ogni giorno più di 133 donne o ragazze sono uccise da un familiare o da un partner intimo, circa una ogni 11 minuti. Nello stesso comunicato è stato poi riportato che queste vittime nel 2022 in Africa sono state 20.000, in Asia 18.400, nelle Americhe 7.900, in Europa 2.300 e in Oceania 200. L'Africa è stata la regione che oltre ad avere avuto il più alto livello di femminicidi ha anche registrato il maggior numero di omicidi. Ovviamente, come sopra evidenziato, tra i dati maggiormente carenti ci sono quelli di Paesi quali la Cina, l’India, la Russia, ecc.

Femminicidio, Paesi e classi sociali

Il femminicidio, anche se a prima vista non sembra legato in modo particolare ad alcun Paese o a una classe sociale, in realtà è maggiore dove maggiore è il sistema patriarcale e dove il Paese è governato dalla sharia, dove la donna è ancora qualificata un essere inferiore all’uomo per disposizione religiosa e la sua trasgressione è punita per legge anche con la morte. Sembra comunque che anche nel modo arabo il diritto della parità di genere stia cominciando a prendere forma, ma esso potrà essere affermato solo con l’apporto che potranno dare le nuove generazioni di ragazze coraggiose che, a rischio della propria vita, stanno tentando di superare alcune frontiere culturali e abbattere quelle che possono essere definite delle vere croste culturali sociali.

Femminicidio nel mondo arabo

Ma qual è oggi la situazione nel modo arabo e nei Paesi musulmani in genere su un tema così scottante? Purtroppo, come è riportato nel sito di Terrasanta.net del 15 gennaio 2014, i femminicidi in diversi Paesi arabi sono «eclissati da una sorta di patto segreto, di un silenzio complice». Talvolta li classificano come “delitti d’onore”, un fenomeno antico quanto le società maschiliste, che viene giustificato, tollerato e poco punito. Solo raramente l’autore se la cava con pochi anni di carcere, quando si ritiene che abbia danneggiato la reputazione della propria tribù e disonorato la propria famiglia. Sicuramente ciò discende da loro antiche tradizioni giustificate da un’anacronistica interpretazione del Corano. Nel Corano, ad esempio, nel versetto 34 della Sura IV- An-Nisâ’ (Le Donne) è così scritto:

Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande.

Questa sembra una giustificazione al fatto che un marito possa fare violenza sulla moglie in caso di insubordinazione, senza che la moglie possa così vantare alcun diritto per fare condannare il marito. Ma non sembra che possa meravigliarci il fatto che ancora in alcuni Paesi i femminicidi possano essere giustificati come “delitti d’onore”, intendendo con tale denominazione i delitti causati dall’uomo che si sente offeso nel proprio onore per il tradimento della sua amata, per gelosia, a volte anche perché violentata da altri uomini, ecc. Infatti, basta pensare al delitto d’onore vigente in Italia fino al 5 agosto del 1981, quando venne abrogato con la legge 442, rappresentando un nuovo grande traguardo sociale che seguiva l’abrogazione del reato di adulterio (tradimento della donna verso l'uomo) avvenuta nel 1968 e il reato di concubinato (tradimento dell'uomo verso la donna) avvenuta nel 1969 con due sentenze della Corte di Cassazione.

Le principali cause del femminicidio

Non è facile individuare la precisa causa di un femminicidio, ma è certamente l’atto finale di azioni violente, con radici discriminatorie e spesso patriarcali, a cui la donna è stata sottoposta nel tempo dal suo persecutore. Un atteggiamento di pura violenza che può manifestarsi in varie forme, da quelle chiaramente visibili a quelle nascoste o semi nascoste, ma si stratta comunque di un sopruso che l’uomo fa sulla donna, frutto della discriminazione di genere che le donne continuano a subire come risultato di quella che è definita in generale come “violenza di genere”. Ma se tale delitto rappresenta l’atto finale di una violenza è opportuno indicare il quadro generale delle principali potenziali violenze che l’uomo può consumare contro le donne, che quindi, in massima parte, sono prodromiche del successivo femminicidio.

  • La violenza fisica diretta sul corpo della persona, che è quella sicuramente più appariscente, con la quale viene fatto un male fisico alla vittima causando ferite e talvolta la morte, attaccandola con spinte, con pugni, con calci e colpendola con mezzi contundenti.
    In tempi remoti sono esistite anche altri tipi di violenze fisiche. In Cina, ad esempio, è esistita una violenza sulle bambine, meno appariscente come violenza e oggi poco nota, che veniva attuata deformando i loro piedi e poi avvolgendoli strettamente con la fasciatura, detta Loto d'oro o Gigli d'oro. I ricordi di tali violenze sono ancora oggi visibili in pochissime donne cinesi in età avanzata. La fasciatura serviva a deformare i piedi delle bambine per provocare una loro andatura oscillante, molto gradita nelle antiche dinastie. Un godimento dell’uomo ottenuto con lo storpiamento dei piedi delle bambine e conseguenziali dolori lancinanti.
  • La violenza fisica indiretta, quale, ad esempio, quella di distruggere oggetti a cui la donna è fortemente legata.
  • La violenza sessuale, che fa parte sempre della violenza fisica e che può manifestarsi attraverso azioni sessuali effettuate contro il consenso della donna, quali molestie, abusi, stupri o le avances sessuali non richieste e non gradite dalla donna cui vengono rivolti.
  • Le mutilazioni dei genitali femminili su ragazze e bambine, che nel mondo sono accertati attualmente in oltre 4 milioni l’anno. Queste mutilazioni sono annoverate tra le violenze che possono portare al femminicidio, in quanto dannose e potenziali causa di morte di donne e ragazze.
  • I matrimoni coatti, in cui una delle parti è costretta al matrimonio contro la sua volontà.
  • I matrimoni riparatori, in alcune società sono non solo giustificati, ma resi obbligatori a seguito dell’unione prematrimoniale della coppia.
  • La violenza domestica esercitata attraverso continui maltrattamenti fisici e psicologici che oltra alla paura determinano un senso di vera insicurezza nella donna.
  • La violenza economica esercitata attraverso il controllo del denaro a disposizione della donna e con l’impedimento all’accesso al lavoro, affinché la donna diventi automaticamente dipendente in tutto e per tutto dal partner.
  • La violenza religiosa, quando in coppie di differente religione il marito impone alla moglie di esercitare le pratiche del suo credo religioso e magari imporre le proprie.
  • La violenza per stalking, che si sta sempre più diffondendo, in genere a seguito della decisione della donna di interrompere i rapporti col suo partner o della rinuncia alle avances da parte di un uomo. Una violenza che si può manifestare con invio indesiderato e quotidiano di regali, con pedinamenti a piedi o in auto, con minacce telefoniche o tramite email, sms, con appostamenti presso l’abitazione della donna, presso il luogo di lavoro, ecc.
  • La preferenza del figlio maschio, ancora in vigore in alcune comunità, che porta ad aborti selettivi per sesso.

Il femminicidio, oltre ai casi di violenza sopra menzionati, può essere causato anche a altri fattori, alcuni dei quali sono di seguito citati come semplice esempio. In alcuni Paesi (Pakistan, India, Bangladesh, Iran, ecc.) esiste una forma di femminicidio detta “morte per dote”. La donna viene uccisa dal marito o dai propri suoceri o dagli stessi è indotta, subito dopo il matrimonio, al suicidio a seguito di un contenzioso familiare relativo alla sua dote, in particolare a causa della loro insoddisfazione per la dote o per non avere pagato un importo aggiuntivo rispetto a quello dato. La moglie a volte viene cosparsa di un liquido infiammabile e data alle fiamme, provocandole la morte per incendio.

Ci sono poi Paesi in cui la donna può essere uccisa dai propri familiari perché ritenuta “troppo libera ed emancipata”, come il caso, nel 2021, della giovane Neha Paswan, di 17 anni dell’India, perché rifiutava di vestirsi col tradizionale vestito “sari” e preferiva indossare jeans e maglietta e pare che volesse anche diventare poliziotta. È stata uccisa a bastonate dal nonno e da alcuni zii perché i suoi comportamenti erano lontani dalle loro tradizioni.

Altri Paesi in cui la donna può essere uccisa dai genitori stessi o dai parenti col consenso dei genitori quando rifiuta un matrimonio imposto. Vedi il caso dell’uccisione della giovane pakistana Saman Abassi.

Alcune particolari gravissime violenze che possono portare alla morte

Si ritiene opportuno elencare i più importanti atti di violenza perpetrati dall’uomo sulla donna, di cui si citano di seguito alcuni esempi, che, sebbene non culminano sempre con l’eliminazione fisica della donna, hanno su di lei ripercussioni fisiche e psichiche fortemente traumatizzanti.

  • Lo sfregio con l’acido, conosciuto anche come vitriolage in costante aumento in Europa, con l'intento di sfigurare la donna, mutilarla, torturarla o ucciderla, per tentare di cancellare la sua bellezza e la sua identità. Una donna che, se resta in vita, deve subire una miriade di interventi chirurgici per ridurre al minimo i consequenziali danni che avrà nella sua vita.
  • Il matrimonio precoce dove l’uomo-bestia mette a nudo la sua ignoranza e la sua crudeltà, beandosi di potere distruggere la gioia della sua sposa bambina, distruggendone il fisico e l’infanzia, distruggendole i sogni di una sua futura vita normale.
  • La tratta, dove la donna è utilizzata per essere sfruttata a fini lavorativi, per farla prostituire, per l’accattonaggio, per compiere attività illecite o per essere sottoposta al prelievo di organi.

Alcune di queste donne cercano poi la loro liberazione con la morte, mentre alcune di quelle che restano in vita diventano di fatto delle “morte viventi”, quasi spiriti di corpi vaganti che si muovono come automi, sono donne svuotate interiormente.

La prevedibilità delle violenze su una donna

Per tentare di capire se una donna è oggetto di violenze, alcuni studi di importanti psicologi ci forniscono degli indicatori da mettere in atto con semplici osservazioni sulla donna. Possono essere:

  • di tipo psicologico, quando si manifestano con espressione di paura, depressione, attacchi di panico, stati d’ansia, agitazione e talvolta con la perdita di autostima, ecc.;
  • di tipo comportamentale, che si possono individuare quando la donna si chiude improvvisamente in se stessa e/o si isola socialmente, quando ritarda e/o si assenta dal posto di lavoro e soprattutto quando comincia a dare spiegazioni incongruenti relativi a lividi e/o ferite visibili sul suo corpo;
  • di tipo fisico, quando sono immediatamente evidenti attraverso lividi, contusioni, bruciature, fratture, aborti spontanei, ecc., per i quali manca una accettabile giustificazione.

È possibile prevenire il femminicidio o comunque ridurlo?

In alcune società il femminicidio è difficile da prevenire, soprattutto nell’ambito domestico, spesso per la poca cognizione di alcune azioni dell’uomo che sono un preciso preambolo della sua successiva azione cruenta. Tra le cause potenzialmente scatenanti nell’uomo ci sono: l’abuso di alcool, un’infanzia difficile con violenze subite nell’ambito familiare da bambino, avere assistito a scene di violenza familiare, una bassa istruzione, ma quella che si riscontra maggiormente è la non accettazione della parità di genere.

Lo sforzo maggiore deve essere certamente indirizzato verso la veloce individuazione del potenziale atto di violenza e verso l’altrettanto veloce intervento per tentare di bloccarlo. In tal senso il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo italiano ha promosso un servizio per le richieste di aiuto e di sostegno delle vittime di violenza e stalking che si attiva telefonando al numero 1522. Alla chiamata rispondono, 24 h su 24, delle operatrici specializzate che possono indirizzare le forze dell’ordine pubblico verso il luogo dove si trova il titolare della telefonata. È un servizio che sono certo verrà ulteriormente perfezionato e velocizzato anche attraverso l’uso di apposite applicazioni già esistenti per i telefoni cellulari che sicuramente verranno potenziate per l’uso immediato anche quando il telefono è spento o comunque con lo schermo spento. L’efficienza dell’immediata risposta potrà salvare la donna da atti di violenza e, in casi limiti, dall’essere uccisa.

Sulle sentenze per femminicidio

Una particolare attenzione è stata indirizzata verso alcune sentenze emesse per casi di femminicidio o comunque di violenza di genere. Sull’argomento è sicuramente interessante ed esaustivo l’articolo “Violenza di genere, sentenza del Tribunale di Roma del 4 ottobre 2021” pubblicato su “lamagistratura.it” del 4 Luglio 2022, a firma di Paola Di Nicola Travaglini, magistrato e consulente della Commissione del Senato della Repubblica Italiana sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. L’autrice descrive brillantemente e in maniera dettagliata l’approccio giudiziario alla violenza di genere. È riportato il caso di una studentessa che invitata da un ragazzo da poco conosciuto ad una festa fortemente movimentata, mentre era in stato di ubriacatezza, fu violentata da sette uomini dopo che l’avevano trascinata in auto. In primo grado di giudizio sei di loro furono condannati e uno assolto, ma in appello furono poi tutti assolti e il Procuratore Generale non impugnò la sentenza in Cassazione. Nella sentenza, inoltre, la ragazza è stata fortemente colpevolizzata per la sua condotta di vita tenuta al di fuori del contesto di quella sera ed è stata sottoposta ad interrogatorio in parte mortificante.

Nel paragrafo 10 dell’articolo sopra citato è riportato che la Corte Europea sui diritti umani ha evidenziato che in Italia esiste il perdurare “di stereotipi concernenti il ruolo delle donne e la resistenza della società italiana” verso una reale eguaglianza tra i sessi. Come ancora riportato nel menzionato articolo un analogo giudizio è scritto nel VII rapporto periodico (2017) sull’Italia del Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), e nel rapporto (2020) del GREVIO (Gruppo Esperte sulla Violenza del Consiglio d’Europa). Infatti i due documenti sono concordi nell’affermare che, nel caso citato:

Il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’Appello […] veicolano il pregiudizio sul ruolo della donna come si presenta nella società italiana e che è idoneo ad ostacolare una protezione effettiva dei diritti delle vittime di violenza di genere a dispetto di un quadro legislativo soddisfacente.

La Corte prosegue ancora con l’affermare che:

le autorità giudiziarie evitino di riprodurre gli stereotipi sessisti nelle decisioni giudiziarie, di minimizzare le violenze contro il genere e di esporre le donne ad una vittimizzazione secondaria utilizzando delle affermazioni colpevolizzanti e moralizzanti idonee a scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia.

Un invito che non ha bisogno di ulteriori commenti.

La vittimizzazione secondaria

I giudici italiani, nel caso sopra menzionato e per quanto stabilito dalla Corte Europea, hanno fondato il loro giudizio di non credibilità della ragazza commentando negativamente su fatti inerenti alla sua bisessualità, alle sue relazioni di sesso occasionale e al suo stile di vita, tutte azioni personali che erano al di fuori del contesto creatosi nella serata dell’avvenuta violenza. Nello stesso articolo si fa anche riferimento ad altri casi, avvenuti in altri Paesi, dove la ragazza che era stata violentata, era stata poi costretta in giudizio a mostrare atti e posizioni senza che ci fosse una precisa necessità e senza che venisse posta alcuna protezione a tutto ciò che la poteva umiliare.

Sono spesso queste azioni che provocano ulteriori danni alla persona violentata per il forte stress subito nell’andamento del processo e in particolare per il trattamento ricevuto durante il processo da parte della polizia, degli operatori sanitari, degli avvocati e qualche volta dagli stessi giudici. Trattamento che può creare la cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, attraverso un’umiliazione e un forte danno aggiuntivo a quello già ricevuto con la violenza, rendendo così la ragazza vittima per la seconda volta.

Disposizioni e norme raramente messe in atto

L’uguaglianza di genere è stata già messa ben in evidenza nella Carta delle Nazioni Unite del 1945, dove nel preambolo è così scritto: «Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi (…) a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne». Una Carta sottoscritta da quasi tutti i Popoli del mondo e poi dagli stessi fortemente disattesa. Ancora maggiormente incisiva è stata la dichiarazione che su tale tema ha adottato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993, dove è stato riconosciuto

che la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini.

La celebrazione mondiale della Giornata contro la violenza di genere

Nel 1979 l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione contro le Donne (CEDAW), mentre la data del 25 novembre, per la celebrazione della Giornata contro la violenza di genere, venne scelta nel 1981 dalle attiviste dei diritti per le donne, in ricordo che il 25 novembre del 1960 le tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana, vennero barbaramente uccise per ordine del dittatore del paese, Rafael Trujillo (1930-1961). Uomini del dittatore intercettarono le tre donne mentre andavano a trovare i loro mariti in carcere, le portarono nei campi, le uccisero a bastonate e poi le rimisero in auto per buttarle in un burrone e simulare la morte come casuale. Il 7 febbraio del 2000 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designò ufficialmente tale data invitando governi, organizzazioni internazionali e ONG ad aderire e organizzare eventi e attività per sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica su tale tema.

Considerazioni finali

Il femminicidio è oggi presente in tutti i Paesi, compresi quelli dove sembrerebbero essere rispettati i diritti umani, ma si verifica con maggiore percentuale nei Paesi fortemente osservanti dell’Islam e soprattutto in quelli governati dalla sharia e ciò non può meravigliarci per le condizioni sociali della donna nella maggioranza di tali Paesi. Il femminicidio è diventato ormai un’emergenza globale e i segnali che lo preannunciano, come sopra evidenziato, possono essere facilmente individuati con semplici osservazioni da parenti e da amici della persona violentata. In genere si assiste ad un aumento graduale dell’intensità della violenza, soprattutto di quella fisica per arrivare in breve al cruciale “punto di non ritorno”. Per attuare ciò occorre sconfiggere l’ignoranza che ancora esiste in molte famiglie sulla conoscenza dei segnali che preannunziano gli atti di violenza, affinché possano essere posti i necessari rimedi, anche attraverso una denuncia preventiva all’autorità giudiziaria, nella consapevolezza che quella denuncia potrà salvare la vita della donna vittimizzata.

Le cause che nella mente dell’uomo possono scatenare un’azione così cruenta sono generalmente dovute all’atavica discriminazione che le donne da secoli continuano a subire da parte dell’uomo, con violenze tese a svilire e ad annichilire la personalità della vittima, reiterate nel tempo e la cui pericolosità può essere inizialmente sottovalutata.

Sembra infine accertato che le motivazioni principali, per le quali l’uomo può passare da sintomi depressivi a successive reazioni abnormi e incontrollabili, possono riassumersi: nel senso di possessività, di gelosia e soprattutto nel rifiuto dell’essere stato abbandonato dalla propria partner o nel rifiuto delle sue avances. Dunque sono pur sempre cause legate principalmente all’opposizione della donna a quel presunto “diritto di proprietà”, facendo così scatenare rabbia e frustrazione nell’uomo che, non riuscendo ad ottenere quanto richiesto, ricorre prima alla violenza e successivamente all’assassinio.

Una particolare attenzione deve essere anche posta dagli organi giudicanti verso l’autore della violenza e verso la vittima, prima di tutto intervenendo immediatamente con i necessari provvedimenti cautelari e nello stesso tempo attivando quanto necessario per proteggere le vittime o il loro ricordo; evitando che la vittima, durante il processo, possa diventare vittima per la seconda volta, sia che si tratti di processo per femminicidio, che di processo per un atto di violenza che la donna ha subito, ancorché sia rimasta in vita; infine accertando, con profonde indagini, che le prove addotte dalla difesa dell’assassino o del violentatore siano vere e non siano frutto di verifiche mediche non certe, il tutto per fornirgli un alibi che, abbinato ad ingiuste accuse mosse in vario modo verso la vittima o la sua memoria, potrebbero mirare al solo scopo di ridurre la pena per rimettere presto in libertà chi si è macchiato di tali infamità.

L’attenzione posta nell’accertamento dei fatti e nel conseguenziale giudizio, oltre a fare giustizia, potrebbe ridurre l'impatto negativo sulla vittima e, nello stesso tempo, evitare che le vittime e i loro parenti possano trarne un cattivo segnale che indurrebbe loro e altri a evitare di denunciare eventuali simili atti di violenza. La donna che ha subito simili violenze, restando in vita, non deve sentirsi sola, ma essere incoraggiata a denunciare ed essere protetta dalle potenziali ritorsioni, perché non è raro trovare che l’attentatore, di nuovo in libertà dopo brevissimo tempo e reinserito nella società, possa costituire nuovamente un potenziale pericolo sociale. Infatti, spesso questi uomini abietti sono come il lupo che, come recita un antico proverbio italiano, perde il pelo ma non il vizio, che significa che è difficile cambiare del tutto la propria natura ed eliminare le proprie cattive abitudini e le proprie norme comportamentali. Una condanna mite potrebbe non scoraggiare l’assassino a ritornare sulle sue abitudini violente. Dunque, tolleranza zero verso gli autori di femminicidi e nessuna accettazione di escamotage che possa trasformare la pena in un periodo di cura psichiatrica, se non in casi palesemente inconfutabili.

In questo articolo non vengono trattati i casi di ominicidio, che pure esistono, anche se con una percentuale di gran lunga inferiore, ma, in ogni caso con una differenza sostanziale delle motivazioni e delle principali cause che hanno provocato la morte. Infatti, un uomo uccide per possessività, gelosia e soprattutto per rifiuto dell’abbandono, mentre una donna uccide a seguito di atti di violenza prolungati nel tempo e in genere per autodifesa e utilizzando prevalentemente il veleno durante i pasti, depistando così facilmente i sospetti sulla causa della morte.

Certamente sono stati fatti passi importanti in questo triste settore, soprattutto a seguito dei “movimenti femministi” e degli attivisti che hanno lavorato per sensibilizzare l'opinione pubblica per cambiare le norme sociali e legali e fornire supporto alle vittime di tali efferate azioni, ma l’estinzione del fenomeno sembra ancora lontana.

Il femminicidio rientra anche nei problemi culturali, oltre che sociali, e non avrà facilmente fine fin quando l’uomo resterà ancorato ad una subcultura che lo indurrà a giustificare gli atti di violenza sulla donna. Fin quando non ci sarà la sua piena accettazione e rassegnazione al successo della donna nella società moderna, al riconoscimento delle sue capacità operative, certamente non inferiori a quelle dell’uomo quando è libera dalle oppressioni maschiliste. Fino ad allora sarà difficile estirpare la temporanea follia che porta l’uomo ad atti di violenza efferata di cui non c’è pari in nessuna specie di animali selvatici.

Note

1 UNDOC (United Nations Office on Drugs and Crime) delle Nazioni Unite. Svolge un ruolo importante per affrontare problemi che riguardano la criminalità organizzata internazionale e promuove anche lo sviluppo sostenibile e la giustizia sociale attraverso programmi di prevenzione e controllo.
2 UN Women è l'Ente delle Nazioni Unite dedicato alla promozione dell'uguaglianza di genere e all'empowerment delle donne, lavora per garantire i diritti delle donne e delle ragazze in tutto il mondo, affrontando questioni come la violenza di genere, l'accesso all'istruzione, la partecipazione politica delle donne e l'uguaglianza economica.