«Bisogna creare qualcosa al di fuori della nostra sedia». Un insegnamento del loro maestro in Germania che dice subito dove vuole stare il Quartetto Mirus. In alto, nella musica. Con la felicità di essere quattro, non subendo la vicinanza di tre soci inevitabili. Federica Vignoni, violino, Massimiliano Canneto, violino, Riccardo Savinelli, viola, Luca Bacelli, violoncello. Professori d’orchestra alla Mozart, in compagnia del ricordo di Claudio Abbado, direttore dall’aura ultraterrena, aggettivo scelto solo per la necessità, parecchio primitiva, di rendere l’idea. A proposito di aggettivi: si prenda mirus ovvero mirabile, meraviglioso, strano, sorprendente. Adatti a questo quartetto che, mirabile davvero nell’esecuzione, è sorprendente perché Vignoni, Canneto, Savinelli e Bacelli sono terribilmente moderni, nell’intelligenza e nell’aspetto, quindi perfetti per spiegare che la musica classica è per ieri oggi e domani.

Abbado. Una sintesi?

M. C.: Abbiamo lavorato tanti anni con Abbado, nelle sale più belle d’Europa, nei festival, con un repertorio vastissimo. Una sintesi… La prima cosa che viene in mente è l’ascolto reciproco, la democraticità del pensiero. E per noi che siamo un quartetto d’archi è la base su cui lavorare. Avere fiducia che la persona che hai accanto, magari ha un pensiero diverso dal tuo, ma fondato sul principio di arrivare a un obiettivo comune. Molte volte, quando provavamo delle sinfonie, in dei punti intricati che voleva gestire in maniera diversa, la prima soluzione che ci chiedeva era quella di ascoltare una voce che non era seguita: un secondo oboe, un secondo fagotto o una linea sottovalutata al primo ascolto. Un piccolo esempio di un pensiero musicale vastissimo.

La fondazione del quartetto?

F. V.: Ci siamo trovati coinvolti con la fondazione Cemat di Roma nel progetto Il suono italiano per l’Europa e, tramite l’Orchestra giovanile europea, dove ho incontrato Massimiliano, abbiamo cominciato a incuriosirci alla musica da camera.
M. C.: Si parla del 2004, 2005. La Cemat organizzava dei piccoli tour per quelli che chiamavano, e tuttora chiamano, i giovani talenti. Una definizione che può essere vista in maniera simpatica o anche offensiva (ridacchia n.d.r.). Noi abbiamo suonato in tutte le formazioni: quartetti, quintetti, sestetti e ci trovavamo su tante idee di suono, di fraseggio, di arco. Gli organizzatori stessi se ne accorsero e suggerirono di provare l’esperimento del quartetto che si è costituito nel 2008.

Quindici anni, ormai.

M. C.: L’avvio fu folgorante. Residenza all’Autunno musicale di Como di Italo Gomez che ci chiamò e ci diede una casa dove siamo stati sei mesi a studiare, a provare i repertori. I primi concerti, il calarsi nel mondo del quartetto che è profondissimo, fatto di grande specializzazione. Lo studio con Bruno Giuranna, all’Accademia Stauffer di Cremona. Già lavoravamo nell’Orchestra Mozart, andavamo in tour con Abbado, ma avevamo bisogno di entrare proprio nel mondo del quartetto. Per Mario Brunello, all’Antiruggine, suonammo il Quartetto per archi n. 11 in fa minore, op. 95, “serioso” di Beethoven. Brunello ci ascoltò intensamente, poi ci guardò e ci disse che secondo lui saremmo dovuti andare a Hannover da Oliver Wille, violinista del quartetto Kuss. Così andammo alle masterclass di Oliver, all’Hochschule fur Musik per un paio di anni, poi siamo stati in Svizzera.
L. B.: Mi sono aggiunto al Mirus nel 2012, proprio ad Hannover.

Dopo siete rimpatriati?

M. C.: Eravamo già musicisti professionisti e non ci andava di mollare tutto per ripartire da zero, nonostante in Germania offrissero molto di più di quello che offrono in Italia. C’è un terreno più fertile per la musica da camera, ci sono associazioni che aiutano giovani concertisti, diverse stagioni, la stessa Hochschule fur Musik di Hannover ci mandava in rappresentanza a suonare in giro, però sarebbe stata una scelta di vita diversa. Ed era il 2013, 2014.

Scelta soddisfacente?

M. C.: Per alcune cose sì per altre meno perché in Italia il circuito cameristico è molto più piccolo e anche un po’ più monotono, nel senso che i nomi sono sempre quelli, adesso, per carità, facciamo parte anche noi di quei nomi (ridono n.d.r.).

Che dramma, quando uno si accorge di far parte di “quelli”.

M. C.: Esatto! L’ambiente musicale italiano ha dei lati negativi, ma in Italia c’è una qualità della vita alta ed è familiare, per esempio, andare a Roma, Milano, Firenze. La pecca è che ci sono pochi investimenti nell’ambiente concertistico. La formula del concerto classico standard è agli sgoccioli. Un quindicenne di adesso, fra dieci anni difficilmente troverà una ragione per entrare in un teatro, spendere tanti soldi e ascoltare qualcosa con cui non ha confidenza. Perciò tutti noi dovremmo investire nel futuro. È un discorso vastissimo che ci spaventa.
F. V.: Noi quattro siamo tutti impegnati in Conservatorio per cui vediamo gli allievi che sono già interessati alla materia, ma abbiamo anche insegnato alle medie, anche in periferia. I ragazzi in realtà hanno molta sete di questo. Io ho un’associazione, d’estate faccio dei corsi per dei ragazzini piccoli e se li sai invogliare hanno sempre più voglia di venire.

Come si invogliano?

F. V.: Mostrando che c’è qualcosa sotto di vero e di profondo. Anche mostrando se stessi.
M. C.: Bisogna anche essere fortunati nel “beccare” un pezzo che li colpisca. Io ricordo da ragazzino. Mio papà era musicista, non professionista, e aveva tante cassette. Ecco, a sette anni, prendere una cassetta, metterla dentro lo stereo, schiacciare play - poteva capitare Le Quattro stagioni di Vivaldi, per dire - e sentire questa energia… wow. Per chi non ha la musica in casa può essere utile andare a un concerto con qualcuno. Se non hai mai sentito un concerto dal vivo che non sia di musica commerciale (nulla contro, lo dico per superare il concetto della canzone di consumo da tre minuti), puoi essere fulminato. Un innamoramento a prima vista. Allora hai un motivo per andare la seconda volta.

Per folgorare?

R. S.: Parlo per esperienza personale, basandomi su quello che ho raccolto nei miei pochi anni di vita, pochissimi, da giovane talento (ride n.d.r.). Mediamente sono ragazzi normali, della scuola dell’obbligo. A meno che non facciano parte di una famiglia di musicisti o siano attenti a un certo tipo di musica, non hanno la possibilità di entrare in una sala da concerto per cui vanno avanti con pregiudizio. Il pregiudizio è: la musica classica è una cosa distante, sicuramente non è dei giorni nostri. Perché in parte è vero: riproponiamo musica scritta trecento anni fa, anche se non solo. La scommessa è quella di far sentire che Mozart ci può parlare ora e può stimolare sensazioni che ci riguardano. Una sofferenza che ci riguarda, una gioia che ci riguarda, con un linguaggio diverso che è solo da codificare. Una volta che tu crei questo contatto, il ragazzo si sente chiamato in causa, partecipe. L’ideale sarebbe avere un coinvolgimento sistematico perché ne ho fatte milioni di queste attività, ma ho un po’ la sensazione che fossero spot dell’associazione di turno, estremamente virtuosa, che si organizza sul territorio e riesce magari a colpire in senso positivo, fantastico, ma resta isolata. Ho vissuto quattro, cinque anni in giro per l’Europa, e ho visto che all’estero l’impegno dello Stato è sistematico.

Pare che in Italia non ci creda quasi nessuno.

R. S.: Ma io ci credo. Il quartetto è più difficile rispetto a una sinfonia che è d’impatto. Il quartetto è di nicchia e alcuni brani ancora più di nicchia. Eppure in classe, con la spiegazione, senza avere il frac, disadorni dai pregiudizi, abbiamo creato il contatto. I ragazzi immediatamente si illuminano: ah, ma allora quell’animale che vedo così lontano quando è in frac è come me. Se crei il contatto hai vinto.

Quella musica è anche loro.

F. V.: La musica ce l’abbiamo dentro tutti. Ci è capitato di suonare anche brani contemporanei di fronte a un pubblico profano e abbiamo visto che gli ascoltatori sono rimasti molto colpiti. Ognuno sente qualcosa che non è detto sia universale.
M. C.: Bisogna conoscere le strutture musicali per godere appieno di quello che stai ascoltando? O anche no?
R. S.: Credo che sia a strati. Vai davanti alla Gioconda, ti arriva. San Pietro a Roma è dirompente, quasi arrogante, nella sua bellezza. È uno strato, poi aumenti le tue competenze e apprezzi più a fondo, ma non devi essere laureato in storia dell’arte. Aggiungo l’importanza dell’esperienza dal vivo, soprattutto per una generazione digitale, nata con i telefonini in mano, abituata a sentire la musica con il suono mediocre di un cellulare. Già avere un impianto serio darebbe un approccio diverso, ma non è da tutti. Dal vivo, l’esperienza non è solo il brano musicale, ma quello che c’è attorno, una ritualità bellissima. I ragazzi non lo sanno, ma arrivare ai cancelli tre ore prima quando vanno a sentire un concerto rock è ritualità.
F. V.: Sono abituati a essere iper stimolati. Lo step che mi piace adoperare con i miei è: ora usate solo le orecchie. Chiudono gli occhi e poi fanno una descrizione, un disegno.

Consigliate, quindi, da un lato l’esperienza totale, dall’altra la concentrazione su un aspetto.

R. S.: Perché vivono nel multitasking. Ascoltano la musica, mandano un messaggio, hanno la televisione in sottofondo. O forse siamo vecchi noi?

Vecchi o giovani, la concentrazione arricchisce l’interiorità, e questo non può scadere.

F. V.: Noto sempre che quando siamo molto coinvolti in quello che suoniamo e ci emozioniamo è impossibile che non arrivi. Ci sono platee di bambini che ascoltano in silenzio.
R. S.: Se ti poni in modo onesto e autentico sarà comunque emozionante e arricchente.

Questa intervista avviene fra oleandri e agapanti, guardando il mare di Talamone, a Bengodi dove stasera suonerete ricordando Francesco Montanari, detto Ceschino, psicanalista e amante di musica che per anni ha ospitato un concerto nel suo giardino. Le cicale friniscono, le nuvole minacciano, che significa suonare qui?

M. C.: Dà una sensazione di calore. Tutti i componenti della famiglia, sono così accoglienti, pronti a fare il meglio. Piove, non piove, c’è il vento, non c’è il vento: si sta insieme. Il pubblico fa parte di una sfera affettiva: troverà le cicale, il palco bagnato, la sedia con le foglie, ma la musica passerà.
F. V.: È una comunione.
M. C.: Quattro anni fa, proprio qui, abbiamo fatto un’opera del Seicento. Non avevamo un oboe, ma il clarinettista Gabriele Mirabassi ha detto: faccio l’oboe io. Non avevamo la scenografia, mettemmo una vela.
L. B.: Della precedente esperienza a Bengodi ho sentito solo i racconti, però so quello che ho vissuto in questi giorni. Il palcoscenico naturale è incredibile. Non ho avuto il piacere di conoscere il padrone di casa, ma sento che era una persona con legami forti con molte altre persone e sono contento di essere qui con il mio quartetto. Suoniamo come suoneremmo in teatro. Niente di marittimo o vacanziero. Un concerto vero, verissimo, da intenditori, perché facciamo un quartetto del 2011 di Thomas Adès, complessissimo per noi che lo eseguiamo e per chi lo ascolta, tre pezzi di Stravinskij e La Morte e la fanciulla di Schubert.

Vi ha chiamati Franco Piersanti che, legatissimo a Ceschino, ha sempre organizzato i concerti a Bengodi.

F. V.: Ho conosciuto Franco circa vent’anni fa perché ho avuto il piacere di suonare musiche da film composte da lui.
M. C.: Conosci una persona, quando ci lavori. Franco è un uomo gentile e ha una gentilezza anche musicale. Accoglie le nostre richieste, eppure ha le idee chiare su tutto. È molto bello parlare, con trasparenza, con qualcuno che ti capisce. Qui, davanti al mare, senza fronzoli, in ciabatte.

Senza protagonismi, senza tensioni. Sembrerebbe.

R. S.: Il protagonismo è una caratteristica che appartiene molto al quartetto. Invece noi concepiamo il quartetto come il luogo delle sottrazioni, dove fare un passo indietro.
F. V.: Quando dobbiamo emergere uno alla volta, ce lo diciamo.
M. C.: Abbiamo fiducia: gli altri tre stanno lavorando per qualcosa che non è ‘noi quattro’ ma molto più alto, sia fisicamente che musicalmente. Non è sempre così. Stare insieme davanti a una platea è un discorso complesso, anche socialmente.

Progetti?

L. B.: Promuovere il disco primogenito, quello che abbiamo aspettato per tanto tempo: è uscito a gennaio ed è la prima creatura estremamente Mirus. Ci eravamo detti anni fa: The Four Quarters di Thomas Adès è un pezzo che meriterebbe di essere inciso. Poi ci è toccato subire la ghigliottina della pandemia….

Titolo?

L. B.: Non ce l’ha. Ci avevamo pensato, ma abbiamo deciso di lasciare il nome degli autori: Schnittke, Stravinskij, Adès.

In effetti, bastano Schnittke, Stravinskij, Adès. E, comunque, nel disco c’è pure Orlando Di Lasso: Stabat Mater dolorosa.