Se lo contesero parecchie città perché fa una buona impressione aver visto nascere Guido d’Arezzo, musicista e teorico tra i più studiati nel Medioevo che, pur essendo sprovvisto di follower, ha il suo pubblico da oltre un millennio. Arezzo l’ha spuntata: il monaco, vissuto tra il 990 e il 1050, le appartiene e il baritono Gabriele Lombardi è stato molto intonato, fin dall’inizio della vita, a scegliere come prima luce, quella aretina. Una moglie cantante, Katja De Sarlo, occhi sulla cui bellezza non si può sorvolare, due figli adolescenti, un maschio e una femmina, il nostro Gabriele d’Arezzo, bravura, presenza scenica e simpatia a bizzeffe, dice, senza inflessioni di vanto: “Sono anti-social, anti-promozionale. Prendo quello che viene. Nel bene e nel male".

Concentriamoci sul bene.

Un po’ di libertà dalle pressioni. Meno ci si pensa, meglio è. Io sarei istintivo. Anche se purtroppo nel lavoro non lo si può essere: bisogna sempre riflettere, studiare, prepararsi. Vorrei esagerare di più con l’istinto, ma mi sono reso conto che per affrontare certi passaggi devo essere preparato tecnicamente, sennò casco in terra come un caco troppo maturo. È un equilibrio un po’ strano: a volte la parte tecnica supera la parte interpretativa e a volte è il contrario. C’è una regola? Non lo so (ride n.d.r.). Io sono sbilanciato sempre dalla parte della tecnica: mi controllo, ma desidererei essere più libero.

Quando hai sentito la chiamata artistica?

Non so se ho sentito la chiamata. Ho cominciato imberbe, a circa diciassette anni, nel coro di Fabio Lombardo. Per lui sono un figlio artistico: è quello che mi ha insegnato più di tutti, soprattutto per il Rinascimento.

Dove?

Ad Arezzo. Era un coro stupendo, amatoriale ma di grandissimo livello. Fabio è molto perfezionista. Forse da lui mi è arrivato il rigore tecnico e anche da tutti gli altri miei maestri. Poi però mi “rimproverano” di essere un po’ inglese. L’equilibrio, appunto, non si trova mai. Fabio mi consigliò di studiare canto. La tipica frase che si dice a una persona che ha un micro talento, una bella voce, che legge la musica o è sveglia. Ho cominciato a studiare ed effettivamente mi ha appassionato.

Tu non hai un micro talento! Ci hai creduto?

Ci ho creduto… È sottile, eh. Non è una domanda proprio facile. Ho creduto nelle mie capacità? Boh. Nel mio talento? Non lo so. Ma ci ho provato. Mi fai tornare grandi ricordi. Ho studiato al Conservatorio di Bologna dove ho avuto vari maestri e varie vicissitudini. Donatella Debolini è stata per me un faro nel buio. Ho studiato canto lirico, mi sono diplomato con Rossini, poi però ho fatto audizioni nell’ambito della musica antica per il retaggio del coro di Fabio, l’amore per i madrigali, la polifonia e la musica a cappella.

Quindi fai quello che ti piace?

Sì. Ma non ho sempre fatto quello che mi piace. Sono stato dieci anni nel coro di Bologna perché avevo bisogno di lavorare: ho avuto la fortuna di iniziare la professione in un tempo in cui il lavoro c’era e io non mi sono mai tirato indietro. Ho fatto delle sfacchinate notturne per andare da una parte all’altra, per accettare tutti i concerti possibili, mi sono sempre dato da fare. In questo sono un po’ operaio toscano della musica (ride, irresistibile n.d.r.). Non mi vergogno a dirlo.

Vergogna? È un motivo d’orgoglio.

Ma nel mio ambiente c’è molto divismo. Canti? Allora sei un divo del teatro. Facebook, il sito, sono cose che io seguo con riluttanza: sto meglio a cantare i madrigali. Se davanti a me ci fossero ventimila persone, non avrei la minima paura, ma solo la voglia di cantarli. Finisce un concerto? Io lo rifarei tutto, te lo giuro. Quello di ieri sera (Passioni nell’Arcadia. Cantate e sonate nella Roma settecentesca, Concerto Italiano diretto da Rinaldo Alessandrini agli Amici della Musica di Firenze, Teatro Niccolini n.d.r.) l’avrei rifatto subito.

Parlaci dei madrigali.

Un concerto di madrigali per me è il non plus ultra: cantare insieme agli altri, nello stesso momento, cose diverse. Solisti che cantano però in maniera polifonica, che dialogano in un botta e risposta l’uno con l’altro. Il solista che espone per primo la sua melodia, la espone sempre diversamente, anche secondo le emozioni che prova in quel momento. Certo, seguendo il testo e l’indicazione deontologica del direttore, ma c’è un apporto personale. Perciò ogni volta è diverso e per me è come giocare. Una specie di enigmistica. Sai, la ricerca di parole crociate? Le parole crociate senza schema? Tu sei lì in piedi e sai quello che succederà perché è scritto dal compositore, nelle linee grosse lo sai perché si tratta di grandi classici, ma non sai come. La Divina Commedia è quella, eppure letta da Vittorio Gassman o Roberto Benigni cambia. Per noi è esattamente uguale. Un concerto lo faccio con sentimento, veramente. Quanto dura, dura. Quanti soldi danno, danno. E quanta gente c’è, c’è. Potrebbe essere applicato a qualunque genere musicale? Non lo so: quando ero in teatro a Bologna un’emozione così mi capitava ogni due anni. Sia nel coro che in parti solistiche. Questa è la mia musica.

Anche come ascoltatore?

Io ascolto poca musica, confesso. Magari, però, un nuovo disco di qualche amico mi va di sentirlo, e sono fan di alcuni gruppi, li seguo in libreria, nel negozio di CD.

Ti basta quella che studi e canti?

Forse. Durante la giornata sono impegnatissimo. Insegno tanto. Al Conservatorio di Cesena (Canto rinascimentale e barocco) e nel mio studio a Firenze. Gli allievi sono dilazionati nei luoghi e nel tempo, ma sono numerosi e vanno seguiti didatticamente e artisticamente. Già trovare i pezzi cuciti addosso a ognuno, e che non turbino certi bilanciamenti, è difficile e faticoso.

I concerti?

Siamo in Italia, il lavoro è molto poco. Infatti alcuni colleghi hanno abbandonato: all’estero non sarebbe pensabile. Voler fare questo repertorio da noi e mantenersi è proprio da operaio della musica antica. Quasi una forzatura.

Eppure c’è un pubblico fedelissimo della musica antica.

Sì, ma ecco un esempio. E si parla dell’estero. Con Rinaldo Alessandrini, da un paio d’anni, stiamo eseguendo l’integrale dei libri di madrigali di Monteverdi al Liceu di Barcellona. Abbiamo fatto il secondo, il sesto, l’ottavo, il settimo e a giugno faremo il quarto. Un progetto ambizioso e lungo. Del settimo libro abbiamo fatto un concerto al Liceu e basta. Uno nel mondo! Ne andrebbero fatti venti. Del sesto libro, che è la musica più bella mai scritta da uomo: due concerti. L’ambiente della musica antica è rimasto un po’ un sottobosco, ma non voglio risultare polemico.

Non lo risulti. Di’ a chi non l’ha mai ascoltata perché è incantevole.

Ho tenuto un laboratorio, molto faticoso, con gli studenti di Cesena, li ho “massacrati” in un concerto finale per un pubblico non avvezzo alla musica antica: venti madrigali da Arcadelt a Monteverdi. Il classico concerto di musica antica difficile, pallosissimo sulla carta. La sala era piena, anche di famiglie con bambini. Nel programma non ho messo l’elenco dei pezzi ma il titolo del brano e il suo testo affinché ognuno leggesse, poi ho ringraziato il pubblico di esserci, aprendo le braccia, ho detto sinceramente che non me lo sarei aspettato e ho suggerito di leggere la poesia durante l’ascolto. Perché a scuola, bene o male, ci siamo passati tutti e la poesia arriva amplificata attraverso la musica. Ho spiegato che cos’è un madrigalismo: che nelle note acute potevano riconoscere gli uccellini e alla parola canto un vocalizzo. Mi sono girato alla fine del concerto e ho visto che tutti sorridevano. Un concerto di musica antica è molto semplice, in realtà. Una piccola melodia, hai sentito con Corelli ieri sera, queste piccole fughe di una pagina: perfette, pure, senza fronzoli. È una musica che nasce senza orpelli, senza sovrastrutture, sia strumentalmente che vocalmente, per cui quando l’ascolti è immediata perfino più di un quadro. Il testo italiano, lo capiscono tutti: siamo in Italia. Per me è questo che bisogna fare: raccontarla. Ovvio che la gente deve essere disposta ad ascoltare e forse il social non aiuta. Toglie attenzione.

Il social o quest’epoca di lampi?

Qui si sta fino a mezzanotte! Sono certo solo che in Italia è peggio. Un concerto di madrigali in Olanda ha la fila fuori, tutto esaurito da mesi e pagano tutti. E nelle famiglie tedesche c’è sempre qualcuno che suona uno strumento.

Progetti?

Con Rinaldo Alessandrini abbiamo appena registrato per la casa discografica naïve dei madrigali inediti della fine del Cinquecento e dei primi del Seicento di scuola napoletana, intorno a Gesualdo da Venosa, alcuni di autori proprio sconosciuti. Un progetto importante con il quale andremo anche in tournée in Cina a marzo.

Ci sei mai stato?

In Giappone due volte, in Cina mai e sono già in fibrillazione. Rinaldo dirigerà. Sarò con Sonia Tedla soprano, Monica Piccinini, soprano, Maria Chiara Gallo mezzosoprano, Raffaele Giordani tenore, Roberto Rilievi, tenore. Poi farò una tournée con l’orchestra il Pomo d’Oro: Didone e Enea di Purcell e Jepthé di Carissimi.

Date italiane?

Nessuna. Purtroppo quando si pensa alla musica antica in Italia ci si limita a qualche titolo di opera di Haendel e a qualche concerto di Vivaldi. Alcune virtuose associazioni fanno musica polifonica, con sforzo, ma non è sufficiente. Nei teatri trovi Traviata, Rigoletto, Trovatore, Tosca. Poi ora c’è l’anno pucciniano sicché un’altra scusa… Io adoro Puccini! Lo adoro, figurati. Ma in una stagione intera di un teatro lirico, che è una fondazione finanziata dallo Stato, quindi per tutti, dovrebbero inserire la musica antica, ma hanno il timore che non ci sia abbastanza interesse.

Invece è come se nascessimo con questa musica incorporata.

Mi è venuto un brivido. È così. Perché siamo italiani. Io non posso arrivare a Danzica e vedere la coda fuori per sentire i madrigali di Monteverdi e non vederla da noi. Finisce il concerto e si alzano in piedi per aver ascoltato il secondo libro di Monteverdi, non il sesto che è più famoso, non l’ottavo con gli strumenti, ma il secondo. In Polonia! Sì, certo, è un paese che ha un’enorme tradizione musicale… In Svizzera e Francia ci sono parecchi gruppi che fanno musica antica e sono finanziati dallo Stato. Per il futuro, comunque, non si può sapere. Ho un lato speranzoso. Ci sono tanti giovani italiani che studiano questo repertorio. Tanti. E vengono sempre ai concerti.

Perché lo scelgono?

C’è chi non ha abbastanza voce per l’opera lirica e pensa di poter cantare il Barocco. Sbagliato, ovviamente. C’è chi l’ascolta e s’appassiona. Internet e i social in questo sono meravigliosi: rendono tutto istantaneo.

Ho un lato speranzoso. Io do molto.